La retrospettiva dedicata al celebre regista americano.
di Pino Farinotti
Il Festival di Locarno non è Venezia, o Cannes, o "gli Oscar". Ma nel tempo ha cercato di darsi un'identità. Oggi non è semplice identificarsi fra alcune centinaia di manifestazioni sul cinema. Diciamo che a Locarno si cerca di privilegiare i giovani, oppure la cosiddetta nicchia, o gli esperimenti, oppure le culture non superpotenze. Il premio assoluto, il Pardo d'oro, è andato a Abrir puertas y ventanas, opera prima dell'argentina svizzera Milagros Mumenthaler. Le altre attribuzioni si chiamano Cineasti del presente (L'estate di Giacomo, di Comodin) e ancora il trofeo Cineclub (Sette opere di misericordia, dei gemelli De Serio. Poi naturalmente c'era il premio alla regia (Adrian Sitaru per Best Intentions). E poi la Menzione della giuria (Un amour de jeunesse di Mia Hansen-Love. Diciamo nel segno dell'incoraggiamento e della prospettiva. E chissà quanti di questi film saranno distribuiti. Poi c'è il discorso "a latere". Non puoi fare un festival senza grandi titoli o grandi nomi, non in concorso. È un compromesso che devi accettare, come a dire "la nostra identità è la qualità, la ricerca, il nuovo e giovane, ma è indispensabile il mercato, così ingoiamo il compromesso e chiamiamo a raccolta titoli e nomi da mercato". E c'erano e non pochi. L'ibrido Cowboys & Aliens, prodotto da Spielberg, con sala stracolma naturalmente. E poi c'era Harrison Ford, e Daniel Craig, mercato super dunque e poi Leslie Caron e Claudia Cardinale, mercato antico.
Diversità
E poi c'era la retrospettiva di Vincente Minnelli. Che diversità fra retrospettiva e concorsi. Minnelli era proprio il cinema del sogno, quasi sempre. Un mondo intoccabile da tutti, alle tavole imbandite di quei film sedevano nobili, artisti o nababbi. Quando dovevi sedurre una donna entravi in un negozio di fiori e dicevi "li mandi tutti a questo indirizzo". Niente era reale laggiù, non i colori, non gli abiti e neppure i modelli naturalmente. Ne I quattro cavalieri dell'apocalisse una famiglia è divisa in due, il ramo tedesco, che diventerà nazista e quello argentino in dorata neutralità. Devono usare l'aereo privato per visitare la proprietà. Glenn Ford, a Parigi, a un'asta, contende un Renoir a Ingrid Thulin, che intende sedurre. Fa l'offerta più alta per poi regalare il quadro alla signora. Era la scrittura di Vicente Blasco Ibáñez e la cinecamera di Minnelli. In Un americano a Parigi, uno dei più bei film dell'intera storia del cinema, Minnelli combina chimiche strepitose: la musica di Gershwin con la felicità cromatica degli impressionisti, col genio della coreografia e del corpo di Gene Kelly. È alta, generale, arte americana. In Il bruto e la bella racconta una delle più crudeli parabole del cinema attraverso il cinismo ma anche la grandezza del produttore Kirk Douglas. Certo, il tutto era sempre sotto la giurisdizione di un melò spesso o sottile, ma era cinema enorme.
Digressione
Una digressione per analogia. Nel 2004 ero a Venezia, quando diedero il Leone alla carriera a Stanley Donen. Durante la premiazione, sul palcoscenico salì Sophia Loren, che il regista aveva diretto in Arabesque, una quarantina di anni prima. Donen disse a Sophia "ma sei come allora, guarda me, invece." In realtà anche l'ottantenne Stanley era in discreta forma, perché prima di ricevere il Leone fece un numero di tip tap. Ed ecco che sullo schermo passarono sequenze di Cantando sotto la pioggia, Sette spose per sette fratelli, Indiscreto, Due per la strada. Iniziativa disastrosa per il festival, perché il cinema di quell'anno venne letteralmente ucciso. C'era Amenabar con Mare dentro, Leigh con Vera Drake (Leone d'oro), Ferro 3 del coreano Kim Ki-duk. C'era anche un prodotto da mercato, americano, Collateral, con Tom Cruise.
E c'era Le chiavi di casa, del nostro Amelio, meritevole ma tradito dalla giuria. Insomma roba buona, composita, ben distribuita nei paesi e nei continenti. Ma... non era Donen.
Arte
Minnelli, per spettacolo e arte non è lontano da Donen. La sua retrospettiva è stata qualcosa di dovuto e benemerito, e felice. Ma dico che il confronto fra allora e adesso è improprio, e inopportuno. Non è cinema diverso, "tutto" è diverso. Non è un confronto di arti o discipline, lo è fra mondi e categorie. Il reale contro il sogno, l'attuale contro la memoria. Il cinema non è più Minnelli, nessuno regala più un Renoir e alle tavole di lusso siedono le escort e i calciatori. Adesso c'è la realtà, desunta dai telegiornali e poi rilanciata e reinterpretata, ma sempre di attualità e di instant trattasi. Adesso i film raccontano, per lo più, di terrorismo di sesso allargato e di migranti. E niente è più reale dei migranti. Lo spazio per il resto è sempre più ridotto, speriamo che non si esaurisca. Chi scrive ne prende atto. Come nelle mostre. Una parte del museo propone opere di arte contemporanea. Nelle sale adiacenti trovi opere della Grecia e dell'Egitto. Antichi. Non opere, ma mondi lontani e diversi. Sarà legittimo, sarà "storico" e inevitabile. Ma certo è un po' triste.