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Film nelle sale: perdona il vizio dell'eccesso

Una notte da leoni 2, Corpo Celeste e Cirkus Columbia i film del week-end.
di Boris Sollazzo

Bradley Cooper, Zach Galifianakis, Ed Helms e la scimmietta Crystal in una scena del film Una notte da leoni 2 di Todd Phillips.
Bradley Cooper (51 anni) 5 gennaio 1975, Filadelfia (Pennsylvania - USA) - Capricorno. Interpreta Phil Wenneck nel film di Todd Phillips Una notte da leoni 2.

venerdì 27 maggio 2011 - News

È già arrivato mercoledì in 560 sale (e con risultati notevoli, visto che ha raccolto quasi un milione di euro in due giorni) Una notte da leoni 2, attesissimo sequel del successo a sorpresa di due anni fa. Cambia la destinazione dei nostri eroi (da Las Vegas a Bangkok), ma non le scatenate avventure dovute all'assunzione di sostanze non esattamente legali. In questa occasione, infatti, Stu ha deciso di sposarsi in Thailandia con una donna del luogo, nonostante il padre di lei non lo consideri l'uomo giusto (anzi, ha difficoltà a considerarlo un uomo). Così, è normale invitare i propri amici alla cerimonia, tra cui, con una certa riluttanza, anche Alan, colpevole per quello che era successo alla festa di addio al celibato di Doug a Las Vegas. D'altronde, questa volta tutto sarà sotto controllo e non avverranno brutte sorprese, giusto? Ovviamente, se ogni cosa filasse liscia, non ci sarebbe nessun film da vedere e quindi attendetevi la solita galleria di situazioni estreme (forse anche più folli del primo episodio) e personaggi assurdi, in un contesto in cui tutto sembra poter avvenire. Magari si potrà rimproverare agli autori di aver fatto una pellicola troppo simile all'originale (tanto che verrebbe quasi da parlare di remake), ma il divertimento è garantito anche in questa occasione.

Da venerdì, invece, possiamo dire che la partita è un'Italia-Resto del mondo 3-2. Cinque uscite in questo week-end di fine maggio e ben tre film italiani a confrontarsi. Se la doppietta festivaliera di opere prime Corpo Celeste-Et in terra pax stupisce solo per la distribuzione comune (Cinecittà Luce fa concorrenza a se stessa), si attende con curiosità il secondo lavoro di Cinzia Bomoll, autrice del bellissimo e invisibile Il segreto di Rahil, e ora in sala con Balla con noi, già definito da molti lo Step Up italiano. A chiudere la cinquina Im Sang-Soo, che si cimenta con un remake audace di un caposaldo della cinematografia coreana, The Housemaid, e Danis Tanovic che torna nella sua Bosnia con Cirkus Columbia.

Corpo Celeste
Rohrwacher vuol dire qualità. Ormai più che un cognome, è un marchio: se Alba è probabilmente la migliore attrice della sua generazione - e una delle migliori del dopoguerra -, Alice, più giovane e a suo agio dietro la macchina da presa, a giudicare dal suo esordio può diventare una delle migliori registe italiane. Corpo Celeste è un gioiello a cui il pubblico di Cannes ha tributato un'ovazione e che il mercato straniero sta guardando con interesse (nonostante l'ingenerosa assenza di premi alla rassegna transalpina): in una Reggio Calabria avvilita e avvilente, il cui nucleo è una chiesa vuota di senso e di fede ma piena di sentimenti contraddittori e spesso meschini, ritroviamo la nostra Italia, un paese bigotto, capillarmente corrotto, spesso ottuso. Piace Salvatore Cantalupo, già sarto dei cinesi in Gomorra e ora prete che raccatta firme e voti per amici politici, così come la sua perpetua-catechista Pasqualina Scuncia, disperatamente inquietante. Bravissima Yile Vianello, la piccola protagonista, Caronte adolescente che ci porta all'interno di questo inferno di squallida normalità: ci fa ascoltare la preghiera cantata "Mi sintonizzo con Dio" (genialmente trash) e sembra essere l'unica capace di andare oltre. La regia è rigorosa, mai retorica e sempre attenta, il racconto fluido tiene i suoi ritmi con coraggio ed equilibrio. Una delle migliori opere prime italiane degli ultimi dieci anni.

Et in terra pax
Ancora un esordio, questa volta doppio: Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, inguaribili cinefili, hanno avuto la fortuna di scrivere una bella sceneggiatura e di farla leggere alle persone giuste. Al produttore Simone Isola - che con tutta la classe 2009 del Centro Sperimentale di Cinematografia fondò la Kimera Film - e Gianluca Arcopinto, uno a cui si deve gran parte della sopravvivenza e del ricambio generazionale del cinema italiano, avendo fatto esordire cineasti come Garrone, Gaglianone, Mereu e molti altri. Così si sono trovati i 100.000 euro di budget - anche grazie alla compartecipazione agli utili di molti del cast (il costo industriale dell'opera è sui 300.000 euro) - e il coraggio per raccontare Et in terra pax, sorta di storia pasoliniana moderna al Corviale, un po' Romanzo criminale e un po' L'odio di Kassovitz. Botrugno e Coluccini usano il Serpentone di un chilometro alla periferia di Roma come Van Sant userebbe Portland, come un teatro di posa a cielo aperto. Pescano giovani attori di grande valore e raccontano una storia di (in)dolente piccola criminalità, di (dis)umanità marginale ed emarginata, di gioventù annoiata prima ancora che bruciata. Un film duro, ben girato e scritto, che non teme le citazioni illustri così come piccole ingenuità che, però, danno genuinità al tutto. Ottimo il lavoro per quanto riguarda la fotografia, i suoni e la colonna sonora. All'estero (ha girato in circa 20 rassegne internazionali, dopo essere passato con successo alle Giornate degli Autori di Venezia 2010) è piaciuto, qui arriva dopo otto mesi dalla prima. Meglio tardi che mai.

Balla con noi
Cinzia Bomoll, scrittrice e cineasta, aveva già esordito con Il segreto di Rahil: un film delicato e duro, un saggio di maturità registica che si univa a una visione originale e interessante del disagio moderno. Peccato che sia stato un privilegio di pochi eletti vederlo, strozzato dai meccanismi produttivi e distributivi del nostro paese. Ora torna con Balla con noi, primo esperimento del cinema italiano nel campo dei dance movie. E se aggiungiamo che non parliamo di liscio (ci provarono, tempo fa, Fabio De Luigi e Cecilia Dazzi, ricordate?) ma di hip hop e breakdance, la faccenda si fa ancora più interessante. Ben riprese le scene di danza più o meno acrobatica, semplice ma avvincente il plot (nel team di scrittura c'è anche Max Bruno), soprattutto per il pubblico più giovane. E nella colonna sonora, a cura di Dj Baro dei Colli der Fomento, e che comprende anche pezzi di repertorio, da David Bowie a Er Costa, ce n'è davvero per tutti i gusti. Tutto questo potrebbe contribuire a far diventare il gradevole lavoro della Bomoll - di mezzo c'è la Nomad Film che ha distribuito in Italia Tournée - un caso, forse anche commerciale: un film pop e popolare che non rinuncia alla qualità. In Italia il cinema balla poco e spesso da solo: chissà che nonostante le poche copie (una quarantina), non si scateni la febbre del sabato sera anche da noi.

The Housemaid
Un noir psico-sociale, un film mitizzato in Corea e che ormai compie 50 anni, un regista amato all'estero e spesso odiato in patria. Parliamo di The Housemaid di Im Sang-Soo, opera affascinante che però in questo remake sembra lasciare più di qualche dubbio. La storia è interessante, quella governante ingenua che conquista tutti - e questo rappresenterà la sua condanna - alle prese con l'ipocrita ferocia dell'alta borghesia coreana, rappresenta uno spunto straordinario. Un attacco feroce alle classi alte della società, quasi un'analisi politica e sociale del mondo coreano, allora come oggi. Im Sang-Soo si sceglie un'ambientazione volutamente pacchiana, vira decisamente sul sociale eludendo però, così, l'analisi psicologica di genere, il fatto che a rompere certi equilibri sia una donna particolare, un elemento disturbante per il suo ruolo e per la sua femminilità. Nel finale piazza una zampata niente male, esce fuori dai binari scontati e, a dir la verità retorici e poco originali, in cui viaggia tutto il film. Schiavi e padroni qui lottano, e se pure i primi soccombono - ce lo insegna persino Woody Allen in Match Point che il privilegio, specialmente se non meritato, va difeso a ogni costo- forse mantengono il bene della libertà, che i loro carnefici non hanno. Punto di vista discutibile oltre che superficiale e, francamente, fastidioso. Im Sang-Soo, insomma, gioca a fare lo Chabrol e, in alcune scene, persino l'Hitchcock. Un po' troppo per uscirne integro.

Cirkus Columbia
Danis Tanovic torna a casa. E si vede. Quando non vuol fare passi più lunghi della gamba, quando gioca sul suo campo, quello della malin-comicità surreale, quando pesca nella migliore tradizione del cinema slavo senza mai rinunciare a influenze esterne, dà il meglio. Altro film che viene dal vivaio delle Giornate degli Autori di Venezia 2010, altro lavoro piacevolissimo e profondo. Merito anche di Miki Manojlovic, da anni tra i migliori interpreti europei e che a Tanovic, Kusturica e Paskaljevic ha dato il meglio. E continua a farlo anche in questo Cirkus Columbia, tratto dal bel libro omonimo di Ivica Dikic. L'intuizione è semplice e geniale: tornare nell'ex Jugoslavia, in Bosnia, pochi mesi prima della guerra che l'avrebbe squassata. E farlo con un emigrante di ritorno che ha fatto fortuna. Commedia storica, potremmo chiamarla: nell'aria si respira qualcosa di strano, c'è un'inquietudine diffusa, ma nessuno vuole credere alle atrocità che arriveranno di lì a poco. Cade il comunismo e si sta per sgretolare la Jugoslavia: Divko (Manojlovic, appunto), dopo 20 anni di esilio rivuole il suo, e pazienza se dovrà sfrattare ex moglie e figlio. Incontri e scontri in Cirkus Columbia hanno la leggerezza pe(n)sante di Tanovic, da sempre interessato alla guerra - filo conduttore della sua cinematografia - e alla bizzarra natura umana. Qui la rete di amicizie, alleanze, persino parentele si ridisegna nei mesi più caldi del secolo scorso, e ci vuole un grande regista per sottolineare l'insensatezza non solo del conflitto bellico ma delle divisioni forzate che provoca. Un film importante e bello, a cui si perdonano peccati di confusione e generosità. D'altronde un certo cinema il vizio e il vezzo dell'eccesso non lo perderà mai. Per fortuna.

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