Una rilettura non convenzionale della storia del cinema. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti
Il sociale
Nel 1988 all'Ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci vengono attribuiti 9 Oscar. È il film, fino ad allora, più decorato a Hollywood dopo Via col vento. Sarebbe un trionfo italiano verso la fine di un decennio che il nostro cinema ha percorso faticosamente, senza picchi e lontano della nostra migliore tradizione. Un cartello con nove Oscar in quel decennio sarebbe qualcosa di anomalo e sproporzionato, e illogico. Invece una logica c'è, perché l'italiano Ultimo imperatore, non è un film italiano. Non è italiano il produttore, il londinese Jeremy Thomas, non c'è un italiano fra gli attori. Un po' di italianità è nelle scenografie (Scarfiotti), e nella fotografia (Storaro), ma questi hanno a loro volta firmato opere internazionali, sono "artisti del mondo". Ufficialmente L'Ultimo imperatore sarebbe un film inglese. Dunque, se la qualità, o parte della qualità del decennio '80 la si misura coi riconoscimenti internazionali, è legittimo che su decine di possibilità solo due volte emerga un titolo (tutto) nostro, "Santo bevitore" e "Nuovo cinema", appunto.
Identità
In quella stagione il cinema italiano aveva perso identità, in qualche modo doveva ricominciare, recuperare qualità, soprattutto doveva farsi riconoscere fuori dai confini. Gli anni Ottanta hanno ospitato buoni titoli e bravi autori. Ma non hanno dato cittadinanza a Opere per il mondo. Gli anni Ottanta sono quelli dello "smarrimento", nel senso della ricerca di nuovi contenuti, di nuova poetica, di un progetto utile e possibilmente non provinciale, e magari di tentativi di rifondazione. Una sorta di punto e a capo. Naturalmente tutto questo non è contenuto in confini precisi: una corrente finisce un'altra ricomincia, un movimento nasce spontaneamente e si irradierà lontano, tuttavia si può affermare legittimamente, che nessun movimento italiano nato in quel decennio,come detto, si irradia nel mondo. Ci sono tanti autori, questo sì. Alcuni cominciano, altri finiscono.
Generale
Voglio dare una definizione preventiva di "artista generale". È l'autore-inventore, colui che crea un precedente per contenuti ed estetica e crea un modello che viene adottato altrove. Quando dico "estetica" risolvo l'astrazione con 4 esempi, due stranieri e due italiani. Tutti i fotogrammi de L'Atalante, di Les enfants du paradis o di Ladri di biciclette, o di Ossessione, stralciati dalla pellicola, potrebbero essere esposti in una serie di sale comunicanti del Beaubourg e darebbero vita a una mostra completa del massimo livello.
Negli Ottanta, dei grandi artisti generali, maestri di realismo, che ci hanno esportato nel mondo, De Sica, Visconti e Rossellini non ci sono più. C'è ancora Antonioni ma è molto stanco. Nel 1980 la sua attitudine alla sperimentazione lo porta alla realizzazione del Mistero di Oberwald, in alta definizione. Nell'82 dirige Identificazione di una donna, che riporta del grande autore solo qualche segnale sbiadito. Lo stile, l'impatto di opere come Il grido e della trilogia a cavallo dei Cinquanta/Sessanta (L'Avventura, La notte, L'eclissi) sono lontani. Fellini dirige ancora. Ma anche lui ha minore ispirazione. Nei suoi film di quel decennio E la nave va, Ginger e Fred, dell'età dell'oro del grande artista rimane un'ispirazione grottesca discretamente riconoscibile, e una certa estetica. L'energia, l'incanto che immobilizzava i critici e il pubblico, non ci sono più.
I Taviani si sono bene accreditati, negli anni '80 hanno già una loro nicchia. Avati ha già iniziato il suo discorso di buon autore, ma la sua creatività è troppo monocorde. Non sarà mai un maestro. Un autore già importante è Scola che fa un ottimo film, La famiglia.
Si intravvede Salvatores nell'estremo lembo del decennio, l'89 appunto, che dirige Marrakech Express. Sarà, per qualche stagione un buon autore, vincerà persino un Oscar immeritato (detto anche da lui), con Mediterraneo. Si smarrirà una volta perduta la sua prima identità.