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Consulta on line la Biblioteca del cinema. Tutti i film dal 1895 a oggi:
martedì 2 giugno 2020

Charles Boyer

Data nascita: 28 Agosto 1897 (Vergine), Figeac (Francia)
Data morte: 26 Agosto 1978 (81 anni), Phoenix (Arizona - USA)
occhiello
Voglio sposarti. Hai paura?
Credo di sì. Un po'.
Di me?
No: questo no, mai. Della felicità. Non ne ho mai avuta molta e ho l'impressione di non potermi fidare: devi darmi il tempo di abituarmi.

dal film Angoscia (1944) Charles Boyer  Gregory Anton
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Charles Boyer
Premio Oscar 1962
Nomination miglior attore per il film Fanny di Joshua Logan

Premio Oscar 1945
Nomination miglior attore per il film Angoscia di George Cukor

Premio Oscar 1939
Nomination miglior attore per il film Un'americana nella casbah di John Cromwell

Premio Oscar 1938
Nomination miglior attore per il film Maria Walewska di Clarence Brown



A piedi nudi nel parco

A piedi nudi nel parco

* * * * -
(mymonetro: 4,06)
Un film di Gene Saks. Con Robert Redford, Jane Fonda, Charles Boyer, Mildred Natwick, Mabel Albertson.
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Genere Commedia, - USA 1967.

James Bond 007 - Casino Royale

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,68)
Un film di Val Guest, Ken Hughes, John Huston, Joseph McGrath, Robert Parrish, Richard Talmadge. Con David Niven, Charles Boyer, William Holden, Deborah Kerr, Ursula Andress.
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Genere Commedia, - Gran Bretagna 1967.

Il giro del mondo in 80 giorni

* * * - -
(mymonetro: 3,26)
Un film di Michael Anderson. Con Shirley MacLaine, David Niven, Charles Boyer, Robert Newton, Martine Carol.
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Genere Avventura, - USA 1956.

I quattro cavalieri dell'apocalisse [2]

* * * - -
(mymonetro: 3,33)
Un film di Vincente Minnelli. Con Paul Lukas, Lee J. Cobb, Charles Boyer, Paul Henreid, Ingrid Thulin.
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Genere Drammatico, - USA 1962.

Angoscia

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,75)
Un film di George Cukor. Con Charles Boyer, Joseph Cotten, Terry Moore, Angela Lansbury, Ingrid Bergman.
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Genere Drammatico, - USA 1944.
Filmografia di Charles Boyer »

martedì 19 maggio 2020 - Come plastilina docile si è adattato a tutti i ruoli che i maestri del cinema gli hanno offerto. 

Michel Piccoli, un attore che non faceva errori

Pino Farinotti cinemanews

Michel Piccoli, un attore che non faceva errori Michel Piccoli, classe 1925, ha esordito ventenne in Silenziosa minaccia di Christian-Jaque, ma per l’affermazione c’è voluto del tempo. Parto da Parigi brucia?, del 1966 di René Clément. Ebbene, su quel set c’erano, salvo un’eccezione,  tutti i più importanti attori francesi fra i quali Alain DelonJean Paul Belmondo, Yves Montand, Charles Boyer. L’eccezione era Jean Gabin che non era neppure un attore, era la Francia. C’era anche Michel Piccoli, nel ruolo di un partigiano. Non lo notavi, a fronte dei Delon e Belmondo, nel loro momento migliore, divi aggressivi e presenti nella fantasie femminili. Piccoli però si è fatto notare, dopo. Diciamo, in termini calcistici che, mentre i due compagni di “Borsalino” erano due goleador, Michel è stato un grande centrocampista, ordinato e prezioso, che all’occorrenza, comunque, si trovava pronto per il tiro in porta. 

Poi è stato tutto, ha affrontato e risolto tutti i ruoli. E c’è un segnale forte, i registi che lo hanno chiamato. Quasi tutti da storia del cinema, così come lo sono molti dei titoli, che sfiorano i duecento, in cui appare l’attore parigino.
Non essendo un Delon, Piccoli ha affinato le qualità, le ha perfezionate, ha saputo aderire a “tutto” come ho scritto sopra. Se non era l’amante appassionato era comunque quello che ti dà sicurezza, ti risolve i problemi, e i conti. Gli autori che lo hanno chiamato appartenevano a culture, estetiche, spettacolo, intenzioni, diversi. Eppure Michel come una plastilina docile si adattava a tutto. 

Molti dei suoi registi sono grandi maestri che poco avevano in comune. Prendiamo un Buñuel, che ha chiamato Piccoli molte volte, ricordiamo Bella di giorno, La via Lattea e Il fantasma della libertà. Performance diverse, complesse, risolte. Michel ha saputo anche adeguarsi a un Godard, uno che sperimentava, uno difficile. Ne Il disprezzo, tratto da Moravia, tiene testa a una Brigitte Bardot. Poi c’è Hitchcock che gli fa fare un diplomatico francese spia dei russi, in Topaz. Dove Piccoli si suicida, ma senza farsi vedere. 

Era la sua misura, era la capacità dell’attore di saper guardare se stesso, attore, da fuori, in prospettiva. Con insistenza e attenzione. Dunque trovava sempre il giusto equilibrio, non faceva errori. E lo chiamavano tutti, appunto. Il mare del suo lavoro è davvero grande. Occorre stare a una selezione che non può che essere arbitraria. Stiamo comunque ai maestri. Al Lelouch di Tornare per rivivere; Chabrol (L’amico di famiglia); l’eterno de Oliveira (Specchio magico e Bella sempre).
Il cartello italiano è vasto e completo, Michel Piccoli è praticamente italiano di adozione. Ha lavorato con Bellocchio (Salto nel vuoto); Ettore Scola (Il mondo nuovo); Liliana Cavani (Oltre la porta); Elio Petri (Todo modo).

Con Marco Ferreri, Piccoli ha formato una vera e propria ditta. I film sono sei, ricordiamone due, che fanno parte della memoria, anche popolare, del cinema,  Dillinger è morto e La grande abbuffata. Ma concludo con quella che ritengo la performance eroica di Piccoli, Habemus papam, dove dà corpo e volto al neoeletto papa Melville, che decide di non accettare quel ruolo perché teme di aver perduto la fede. Piccoli era il perfetto testimone dell’idea di Nanni Moretti, che, incredibilmente, aveva previsto il “grande rifiuto” di papa Ratzinger. Un promemoria: Habemus papam è il più grande film italiano dell’era recente, anche grazie a Michel Piccoli.   
   

mercoledì 13 maggio 2020 - Una figura controversa della storia più volte raccontata dal cinema. 

Napoleone nel cinema: eroe o criminale? Chissà, un giorno si saprà

Pino Farinotti cinemanews

Napoleone nel cinema: eroe o criminale? Chissà, un giorno si saprà Il 5 maggio, con la memoria dell’ode di Manzoni, ha rilanciato, nei giorni successivi l’eterno dilemma “Fu il più grande eroe o il più grande criminale della storia?”. Come sempre le opinioni si sono scontrate. Sarà sempre così, l’uomo è divisivo. Chissà cosa accadrà il 20 maggio del 2021, a duecento anni dalla sua morte nel borgo di Longwood in Sant’Elena.

Manzoni apprese della morte di Bonaparte il 17 luglio 1821, leggendo il numero della ”Gazzetta di Milano” nel giardino della sua villa di Brusuglio e seppe della sua conversione all’ultimo momento. Ne fu quasi sconvolto, lui, profondo spirito cristiano che aveva fatto di quel codice la cifra primaria delle sue opere. Scrisse “Il Cinque maggio” in soli tre giorni. Il Manzoni certo non beatificò Napoleone. Lo considerava l’uomo che aveva trasformato la società civile soprattutto attraverso codici e leggi.  Sulle “modalità” della violenza e delle battaglie, si asteneva. 
Nella sua epoca il generale, poi imperatore, impose il suo dominio totale, militare, civile, sociale, anche culturale, lui portatore, all’inizio, degli ideali della rivoluzione francese. Potenza, carisma e fascino: nessuno, alleato e anche nemico, fu immune dalla sua seduzione, figuriamoci un adolescente. Perché accadde che nel  marzo del 1800 il generale fosse a Milano, durante la sua seconda campagna d’Italia, e accadde che fosse ospitato nel palco reale della Scala, e che a pochi metri , nel palco della contessa Cicognani, fosse ospite il quindicenne Alessandro Manzoni. La storia racconta che gli occhi di Napoleone e quelli di Alessandro si incrociassero per un momento. Quegli occhi che  lo scrittore avrebbe definito i “rai fulminei”. 
Dunque, sulla grandeur dell’uomo certo non c’è discussione. Lo esprimo in un'unica sintesi fulminea. C’è quel modo di dire “è stata una Waterloo”, significa la sconfitta di Napoleone, non la vittoria di Wellington.  

Da adesso il  tema è la letteratura e il cinema. Le due discipline non potevano che avventarsi  su un personaggio del genere. Ci sono romanzi, superclassici, che vivono del contesto napoleonico. 
Da adesso il  tema è la letteratura e il cinema. Le due discipline non potevano che avventarsi  su un personaggio del genere. Ci sono romanzi, superclassici, che vivono del contesto napoleonico. 
Stendhal comincia il suo “La Certosa di Parma” con queste parole: “Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa del giovane esercito che  aveva passato il ponte di Lodi e mostrato al mondo come dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avessero un successore.” Il protagonista “vero” di “Guerra e pace” di Tolstoj è Napoleone. La vicenda di Edmond Dantès del “Conte di Montecristo” di Dumas, gira intorno all’imperatore. Sono solo tre delle infinite memorie letterarie.

Poi c’è il cinema, che non è da meno. Napoleone, da protagonista o meno, è stato interpretato da grandi divi. Anche se il primo modello non è un nome così popolare. Trattasi di Albert Dieudonné nel Napoleon di Abel Gance, del 1927. Un film, nella prima versione, di quasi sei ore. Raccontava della storia giovanile del futuro imperatore: dallo studente nel collegio militare al generale 27enne nella prima campagna d’Italia del 1796. Gance insistette nel 1960 quando firmò Napoleone ad Austelitz, protagonista un Pierre Mondy (Il commissario Cordier) davvero efficace. 

Greta Garbo era Maria Walewska nel film di Clarence Brown del 1937, “lui” era Charles Boyer, corretto, ma sovrastato dallo charme della sua amante Greta. Sergey Bondarchuk firmò Waterloo, nel 1970, un vero kolossal. Protagonista Rod Steiger, specialista in dittatori (ha fatto anche Mussolini), intenso per “metodo”, visto che era stato uno dei primi adepti dell’Actors Studio che ti insegnava ad “essere” il personaggio, non solo a interpretarlo. Un altro “Actors Studio”, direi il campione assoluto, è Marlon Brando, di Désirée (Henry Koster 1954). Brando più che Napoleone fa... Brando, irresistibile gigione. Désirée Clary (Jean Simmons) è uno dei primi amori del giovanissimo ufficiale. La sua famiglia gestisce il più prestigioso negozio di tessuti di Marsiglia. La ragazza felice e propositiva dice al fidanzato: “Vedrai, un giorno potrai diventare primo commesso della ditta.” Napoleone: “Ma sei matta? Il mio destino è di fare la storia.”.

E poi il Bonaparte “italiano”. Nel 2006 Paolo Virzì ha ripreso il testo di Ernesto Ferrero N (Io e Napoleone), premio Strega nel 2000, e ne ha fatto un film di qualità. Sconfitto a Lipsia Bonaparte viene mandato all’Elba. In attesa di organizzare la sua fuga, il “prigioniero” (Daniel Auteuil) chiama il giovane Martino per riordinargli la biblioteca. Martino, idealista che odia le dittature, cerca il modo per uccidere Napoleone. Non ci riuscirà. Auteuil è l’attore perfetto. Assomiglia all’originale, rimandatoci dall’immensa iconografia che lo riguarda, in modo impressionante. L’attore francese, grazie alla guida degli autori, ci mette del suo attribuendo al Bonaparte umorismo e un’ autoironia che in realtà non gli apparteneva, così come non appartiene ai dittatori, incapaci di non prendersi sul serio.

Voglio ricordare lo sceneggiato della Rai del 1973 Napoleone a Sant’Elena con un ottimo Renzo Palmer. Attraverso una ricerca accurata di documenti, si racconta del processo allo sconfitto di Waterloo, celebrato dalle nazioni della coalizione vincitrice, con gli inglesi che premevano per il patibolo. Ultima citazione, un titolo prezioso, quasi sconosciuto, Sant’Elena, piccola isola (1943) diretto da Renato Simoni e Umberto Scarpelli. Napoleone è Ruggero Ruggeri, gran maestro di recitazione, con quella voce da strumento musicale: era il Gesù di Don Camillo. Ruggeri aveva 72 anni, a fronte dei 46 di Bonaparte quando arrivò a Sant’Elena. Ma non ha importanza. Il grande attore trasmette alla perfezione la frustrazione di quell’uomo che era stato “in cima al mondo” e adesso doveva vivere vessato dal suo carceriere inglese, il generale Lowe. Indimenticabile è la sequenza della morte, con Napoleone circondato dai pochi fedeli rimasti con lui fino all’ultimo. 

   

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