Milleunanotte

Un film di Marco Santarelli. Documentario, durata 82 min. - Italia 2012. MYMONETRO Milleunanotte * * 1/2 - - valutazione media: 2,50 su 1 recensione.
Consigliato nì!
2,50/5
MYMONETRO®
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * 1/2 - -
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Un documentario che entra nelle storie personali dei detenuti e nei labirinti burocratici che regolano la vita in carcere.
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primo piano
Piccoli ritratti di vita carceraria che acquistano forza e vita negli attimi in cui si fanno più personali
Annalice Furfari     * * 1/2 - -
Locandina Milleunanotte

Un tempo che non passa mai, come un nastro che si riavvolge ininterrottamente, appeso al flebile filo dei ricordi passati e delle speranze per un futuro che sembra non voler arrivare. È il tempo di Milleunanotte, documentario girato dal filmmaker Marco Santarelli all'interno del penitenziario Dozza di Bologna, il carcere italiano con il maggior numero di detenuti stranieri. Il regista filma la vita carceraria, nelle sezioni penale e giudiziaria, là dove si trova chi è in attesa giudizio, dove si concentrano le storie più drammatiche. Santarelli racconta queste storie sospese tra speranza e rassegnazione, voglia di riscatto e paura di non farcela, riprendendo le ore di socialità in cella e gli incontri tra i detenuti e gli educatori o i mediatori culturali.
È tra le alte e spesse mura di cemento di questo carcere multietnico e multiculturale, isola italiana dove mille dialetti si mescolano, che facciamo la conoscenza di Armand, un albanese finito dentro con la sua fidanzata italiana. La coppia attende di sposarsi in prigione e nel frattempo si incontra due volte al mese nella sala colloqui. Anche Miriam ha la fidanzata in carcere. Lei, giovane madre italiana arrestata per droga, ha fatto una scelta d'amore: ha preferito tornare dietro le sbarre, piuttosto che disintossicarsi in una comunità terapeutica, per poter vedere Vivian, la sua compagna, con la quale adesso divide la cella. Una scelta che ha pagato a duro prezzo, ma che non le impedisce di sognare un futuro normale, con un lavoro onesto e una casa. Nell'attesa di questo futuro canta, proprio come Missoui, il rapper tunisino che divide la cella con un napoletano e ha imparato a scrivere in italiano grazie alla musica e a una ballata rap multilingua che ha composto per la figlia bambina, che non ha mai conosciuto e che sogna di incontrare. Chi non ha nessuno da incontrare, e per cui andare avanti, è invece Ibrahim, che rifiuta le medicine perché è stanco e vuole solo lasciarsi morire. «Se non hai soldi non conti niente, nessuno ti vuole, neppure in cella». Questo dice Ibrahim all'educatore che lo segue, dopo che ha iniziato lo sciopero della fame e si è procurato delle ferite. Gli occhi profondi di Ibrahim respingono l'aiuto e al tempo stesso lo invocano, perché un errore non può distruggerti la vita, ma senza un sostegno, un appiglio, il sottile filo della speranza rischia di spezzarsi per sempre. Ma c'è anche chi ce la fa, o almeno ci prova. Come Agnes che, dopo quattro anni di reclusione per droga, ha ottenuto un permesso di cinque giorni per tornare a casa. Il regista la segue nel suo viaggio di andata e ritorno, per ritrovare luoghi e affetti e tentare di riprendere il filo di una vita normale.
Un tempo infinito, quello del carcere, un tempo che spesso resta appeso a una "domandina". Quella che il detenuto deve compilare per ogni genere di richiesta, che sia un incontro con l'avvocato, una telefonata o un colloquio con un familiare. Ma soprattutto un lavoro, che anche dietro le sbarre, come nel mondo esterno, è la condizione fondamentale per costruire il proprio progetto di vita e non lasciarsi ritentare dalle sirene del denaro facile e sporco. Cogliamo questa ansia da lavoro dagli accenni che ne fanno i detenuti agli educatori. Testimonianze dirette, e non mediate dalla burocrazia, avrebbero avuto una maggiore incisività di racconto. Ma il regista sceglie di restare pressoché invisibile, anche nello stile della narrazione filmica, componendo dei piccoli ritratti abbozzati che acquistano forza e vita solo in quei pochi attimi in cui si fanno più personali. Resta comunque la sensazione di una possibilità di riscatto che il carcere Dozza offre ai suoi detenuti, ma che troppi altri istituti penitenziari negano, con le loro inaccettabili condizioni di detenzione.

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