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Batman, il cavaliere oscuro: non solo avventura, ma filosofia

Una riflessione sul problema morale di un film-fumetto.
di Pino Farinotti

Violenza per la giustizia

lunedì 28 luglio 2008 - Focus

Violenza per la giustizia?
Il nuovo film di Batman, diretto da Christopher Nolan, rappresenta davvero un precedente, anzi, molti precedenti. Per cominciare la critica. Quasi tutti i titolari dei grandi quotidiani hanno posto il problema morale. Non succede quasi mai. Se le majors della stampa che fanno testo decidono di toccare quell'aspetto, significa, se non un cambio di rotta, per lo meno un'attenzione alla rotta. Chissà se la "controtendenza" va reperita in qualche emergente corrente di pensiero, nella politica, oppure (ma sì, giochiamo un po') nel Vaticano, o in qualche segnale della grande utenza. Nelle recensioni, per salvaguardare comunque la produzione, si partiva da tutti i record battuti al botteghino. Come a dire: ci apprestiamo a fare qualche rilievo, ma comunque il film è da vedere. E non c'è dubbio che il film sia da vedere. In America Il cavaliere era vietato ai minori, da noi è per tutti. Ma il rilievo sarebbe sterile: i ragazzini al cinema vedono ben altro che la violenza di Batman o la maschera del Joker. E comunque la violenza di Batman è sempre stata indirizzata alla giustizia. Batman è un eroe, combatte il male, e il male è organizzato, violento e spietato, e per combatterlo occorrono forza e violenza maggiori. Ma la forza&violenza dell'eroe deve ubbidire a delle regole.

Punto morale
Ecco, le regole sono il "punto morale". Nell'ultima parte del film assistiamo a un'accelerazione dialettica anomala. Come se il regista intendesse cambiare misura, dare altre indicazioni che non fossero quelle "semplici" della lotta del buono contro il cattivo. Il Joker parla, parla, parla: è più concentrato a vendere la sua filosofia della vendetta che a rubare una montagna (vera, non metaforica) di banconote. Anzi, le brucia in nome del suo pronunciamento ideale e malvagio. I grandi modelli tradizionali, popolari, sicuri, giusti e forti, acquisiti da Batman: da Zorro a Tarzan da Robin Hood a John Wayne (...in privato Batman si chiama, casualmente, Wayne) a Bond, eroi individuali garanti della salvaguardia della comunità, non bastavano più. Occorreva un'evoluzione, e una nuova filosofia, e una nuova categoria. Per cominciare era opportuno non porre "Batman" nel titolo. E infatti il titolo è Il cavaliere oscuro. Ed è un film di metafore, di scontri estetici, di astrazioni, di parabole compresse, di episodi intrecciati uno nell'altro, di accelerazioni e di decibel in eccesso, sempre a indicare quella lotta disperata fra il bene e il male che non avrà soluzione. In questa chiave non è mai stato tanto importante il ruolo del Joker, il criminale assoluto, invincibile perché ama il male per il male e il dolore per il dolore, anche su se stesso. Viene catturato, picchiato a sangue, e lui ride. Non è battibile e non è ricattabile. Suscita nei "buoni" l'istinto peggiore, scova la loro dotazione, genetica e in sonno, per la violenza e la vendetta. I due versanti della lotta sono rappresentati dunque dal Joker, da un paio di cattivi aggiunti (mafia) da una parte; e dall'altra da Batman, dal capo della polizia, e da un procuratore, Dent, onesto-quasi-idealista. Tutti saranno "corrotti" dal grande criminale. Quando Joker uccide la donna amata dal procuratore, quest'ultimo (un Aaron Eckhart dal magnifico volto) si trasforma da giustiziere in giustiziere-criminale, alla Joker. Un'esplosione lo sfigura nella parte sinistra del volto. Metafora estetica del bene e del male. Tutti e tre i "buoni" devono vedersela col proprio istinto cattivo. Alla fine ha ragione Joker: le regole sono inutili, ostacoli che non servono, debolezze, scorie che rallentano il progetto, o lo impediscono. La nostra prima essenza non è buona. Persino quella di Batman vacilla, fino a (quasi) crollare. Il cavaliere oscuro si fa carico di tutto questo. Temi immani affidati al cinema. Cultura moderna. Poi, naturalmente, quel trionfo abnorme al botteghino viene dalla solita azione: macchine tecnologiche, violenza, voli fra vetro e cemento, esplosioni, inseguimenti e crash, e poi lusso, politica e vip.

Arma nucleare
La domanda può essere: ma non è velleitario affidare a un film d'azione, generato da un fumetto, un'indicazione così complessa e profonda? È uno degli assidui quesiti del nostro tempo: un'arma nucleare in mani inadeguate. Lo misuriamo nel quotidiano col piccolo schermo, dove Mammuccari, Giletti e Parietti, e altri, ci spiegano i temi "essenziali e profondi" dell'umanità, e li risolvono per noi. E qui va rilevata la franchigia-quasi-immunità del cinema, le cui primarie opzioni finiscono comunque con l'essere l'evasione e l'estetica: "sempre di film trattasi". Titoli come Nascita di una nazione, il Potemkin e Olympia (apologetici rispettivamente del razzismo, del comunismo e del nazismo) sono considerati capolavori assoluti, nonostante i tre grandi abbagli, proprio per la prevalenza delle opzioni dette sopra. Come a dire: il cinema, non prendiamolo drammaticamente sul serio. Tuttavia le grandi indicazioni umane vorremmo che appartenessero a operatori più accreditati di un Nolan, la cui educazione sentimentale e intellettuale è strettamente legata alla macchina da presa, all'immagine. Ci siamo sentiti più garantiti quando autori come Orwell (La fattoria degli animali), Clarke (2001 Odissea nello spazio), Tolkien (Il signore degli anelli), scrittori veri, intelligenze portanti, massimi traduttori di metafore, sono stati serviti dal cinema.
Tuttavia sono proprio tutti quei record di incassi a far pensare. L'impatto è abnorme. Il cattivo Joker si impone a tanti, tantissimi. E quanti, per la maggior parte giovani e molto giovani, sapranno fare la mediazione? Sapranno identificare il "pericolo"? È la mancanza di regole, è l'assunzione della filosofia del cattivo Joker che la critica ha... criticato, insieme alla meccanica confusa della proposta. Troppi concetti stipati in un contenitore... inadatto. E c'è un altro richiamo, più alto, letterario. Oscar Wilde rappresenta il magnifico e inquietante Dorian Gray, immutabile. Rimane giovane e bello mentre il suo ritratto invecchia, segnale della sua decadenza. Cos'è il bel viso semidistrutto del procuratore Dent, metafora del precipizio morale, se non una reminiscenza del personaggio di Wilde? Chissà se il regista Nolan era consapevole della citazione. Tutto questo intorno a Batman, ex fumetto. Appunto: cultura moderna.

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