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giovedì 15 novembre 2018

François Truffaut

Altri nomi: François / F. Truffaut
Data nascita: 6 Febbraio 1932 (Acquario), Parigi (Francia)

Data morte: 21 Ottobre 1984 (52 anni), Neully-sur-Seine (Francia)

La Repubblica

Antonio Gnoli

Fra tutti i registi francesi, egli è stato non il più bravo (è sempre difficile stabilire delle graduatorie), ma certamente il più acuto nel descrivere e rappresentare la difficoltà di diventare adulti. Di crescere sapendo che ogni cambiamento spinge in una zona che ci rifiutiamo di conoscere e controllare. Il cinema di Truffaut è stato, al tempo stesso, una resistenza antropologica alla trasformazione e una spinta al cambiamento. Un problema di identità mossa e sfuggente. Dunque, che egli ha cercato di analizzare ossessivamente soprattutto attraverso le storie di Antoine Doinel interpretate da quel magnifico nevrotico e alter ego di Jean-Pierre Léaud. Quasi ogni suo film in modo di rappresentare la vita dentro e fuori il cerchio invisibile dell’infanzia. [...] »

Il Mattino

Valerio Caprara

È noto come Truffaut abbia tentato di organizzare il proprio immaginario secondo la forma e il pathos della cultura conosciuta e preferita, ma sappiamo percepire benissimo le crepe e le ferite che la realtà ha finito per imprimere in filigrana a questa missione in qualche modo pazzesca. Il peso specifico dell'opera è, ovviamente, importante: ma come anteporlo a un percorso umano, purtroppo stroncato in piena maturità, tra i più avvincenti e commoventi, balzacchiani che sia dato conoscere nell'arte dei nostri tempi? Da un'infanzia tormentata all'adolescenza che sfiora la delinquenza, passando per il fuoco cinéfilo da autodidatta; pupillo dell'intellettuale André Bazin e poi discepolo di giganti della cinepresa come Renoir, Cocteau, Hitchcock o Welles, François ha via via incarnato un individualismo feroce, l'accanita volontà di pensare con la propria testa, l'odio per le mode e le idee socialmente e politicamente corrette, il sostegno militante agli autori (di libri o film) prediletti, un bisogno momentaneo di far gruppo (il cartello degli ex critici dei Cahiers), poi nuovamente l'avventura solitaria della messa in scena e infine la nascita dell'équipe dei Films du Carrosse, con lo spirito familiare che vi regnò dal 1957 sino alla fine. [...] »

Avvenire

Francesco Bolzoni

Per fortuna non ci sono ancora in giro robot. Stanno costruendoli in Giappone, soprattutto giocattoli per bambini. E, all'anteprima della 20th Century Fox del film Io, robot, hanno mostrato un prototipo di una serie di domestici meccanici che fra cinquant'anni dovrebbero essere in tutte le case (occidentali, si presuppone). Per adesso solo nella fantascienza, letteraria e cinematografica, impazzano i robot. Isaac Asimov, bravo narratore (ma meno di Ray Bradbury che resta il numero uno della science-fiction), li ha studiati per bene dettando le famose leggi della robotica. Secondo lui un robot di onesta fabbricazione non dovrebbe mai nuocere all'uomo o consentire che il suo padrone subisca danni. [...] »

The New York Times

Terrence Rafferty

A Troublemaker Who Led a Revolution
FRANÇOIS TRUFFAUT’S “400 Blows” is now an official classic of French cinema, but when it had its premiere, at the 1959 Cannes Film Festival, it didn’t much look like one. And that was the point. Mr. Truffaut, then just 27, had spent his youth as an extremely combative critic for the journal Cahiers du Cinéma, in whose pages he regularly savaged the older, established French filmmakers who represented what was called the “tradition of quality.” (When he used the term, it didn’t sound like a compliment.)
So when, thanks to a prosperous father-in-law, he got the chance to direct a feature film, he undoubtedly felt some pressure to put his money where his big critical mouth had been: to show that a thoroughly French movie could be made without beautiful sets and costumes, exquisitely refined Comédie Française-style acting or a high-literary tone. [...] »

La Repubblica

Irene Bignardi

Bisogna incoraggiare i coraggiosi, anche se, secondo logica, essendo già coraggiosi, non avrebbero bisogno di incoraggiamenti. Ma, nel paesaggio non sempre brillante di un'editoria che cerca troppo spesso il successo facile, sapere che esiste una casa editrice come Le Mani dà il piacere di comunicarlo a chi condivide le stesse passioni.
Dal 1993, Le Mani (di cui non conosco i responsabili ma solo i libri) ha messo insieme una ragguardevole biblioteca di titoli dedicati al cinema: da John Ford a Orson Welles, da Ermanno Olmi a David Lynch, da Hollywood a Cinecittà, dal musical alla commedia italiana, spesso con tagli sofisticati, personali e avventurosi - come il recente libro, di cui ho già parlato, dedicato a 2001: Odissea nello spazio e affidato alla sapiente «follia con metodo» di Giuseppe Lippi. [...] »

Film TV

Emiliano Morreale

François Truffaut è morto vent’anni fa. questo significa, tra l’altro, che tutti gli spettatori e gli appassionati sotto i 35 anni hanno in pratica recuperato i suoi film dopo la morte del regista. In vita, Truffaut era solo uno dei registi della nouvelle vague, e non il più in vista: negli anni 60 le proposte più radicali venivano piuttosto da Godard, e i film degli anni 70, Effetto notte (1973 o Adele H. (1975), lo avevano rilanciato come un regista neoclassico, una specie di bandiera della “qualità europea”, mentre nel frattempo le platee di tutto il mondo lo vedevano recitare in Incontri ravvicinati del terzo tipo. In Francia, L’ultimo metrò (1980) lo avrebbe incoronato con una valanga di César, facendolo anche rappacificare con i “Cahiers du Cinéma” che lo avevano abbandonato negli ultimi tempi. [...] »

Cinema Nuovo

Adelio Ferrero

Parlare oggi di "Nouvelle Vague" potrebbe apparire agli occhi di qualcuno, attentissimo al variare delle mode e delle parole d'ordine che le accompagnano, anacronistico almeno quanto il non parlarne ieri, quando tutti, o quasi, lo facevano. L'esperienza, infatti, è unanimemente archiviata. Sono rimasti, dunque, non più di due o tre nomi, i soli del resto sui quali era giusto puntare sin dall'inizio: Truffaut, Godard, Resnais. Anche questo è abbastanza scontato. Ma non altrettanto, forse, la constatazione di quanto la sopravvivenza artistica e culturale di questi autori sia legata alla necessità di fare i conti con alcune ragioni ignorate o duramente respinte dagli interessati in anni non lontani. [...] »

Ciak

Gloria Satta

Se Truffaut fosse vivo, andrebbe a vedere tutte le opere prime in circolazione: «François è stato uno spettatore curiosissimo e dal film d’esordio riusciva sempre a capire se un regista facesse cinema per necessità o per opportunismo», sorride Madeleine Morgenstern, che del maestro francese fu sposa, collaboratrice, amica amatissima fino alla fine. Fino a quel 21 ottobre dell’84, quando l’autore di I quattrocento colpi , sopraffatto dal cancro e ormai legato a Fanny Ardant, decise di morire nell’elegante ex casa coniugale in cui aveva girato La calda amante e nella quale la prima moglie ancora abita. Se Truffaut non se ne fosse andato prematuramente, a soli 52 anni e dopo aver diretto 21 film, sarebbe rimasto «sorpreso» da pellicole americane recenti come Elephant e Lost in translation «che non hanno niente a che fare con il gigantismo hollywoodiano, quel cinéma-robinet che va per la maggiore». [...] »



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