| Titolo originale | Soudain |
| Titolo internazionale | All of a Sudden |
| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Giappone, Germania, Belgio |
| Regia di | Ryûsuke Hamaguchi |
| Attori | Virginie Efira, Tao Okamoto, Jean-Louis Garçon, Marie Bunel, Jean-Charles Clichet Evelyne Istria, Lazare Gousseau, Jérôme Chappatte. |
| Tag | Da vedere 2026 |
| Distribuzione | Tucker Film, Teodora Film |
| MYmonetro | 3,83 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento sabato 16 maggio 2026
Amare così intensamente qualcuno che si è appena incontrato è follia? Forse. Ma sono i folli gli esseri più amati di questo racconto. Hamaguchi firma un racconto di incontri, fragilità e umanità. Il film è stato premiato al Festival di Cannes,
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CONSIGLIATO SÌ
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Marie-Lou, direttrice di un'Ehpad (Struttura di accoglienza per anziani non autosufficienti), è votata al suo lavoro e ai più fragili. Non c'è spazio per altro. Marie-Lou vuole soltanto comprendere meglio le persone ed entrare in empatia con la vecchiaia. Nella sua residenza applica un nuovo metodo chiamato "Humanitude" e fondato su quattro pilastri relazionali: contatto visivo, tatto, parola e verticalità. Un approccio audace che ha un impatto positivo sui residenti con disabilità fisiche e spesso affetti da disturbi neurologici ma che richiede un'attenzione costante da parte degli operatori sanitari, già oberati da responsabilità e surmenage. Le tensioni tra Marie-Lou e il personale non tardano a farsi intendere. Considerate le risorse umane disponibili, il metodo pare poco realistico. Le pressioni finanziarie fanno il resto, togliendole il sonno.
Ma all'improvviso, Marie-Lou incontra Mari, una drammaturga giapponese con un cancro allo stadio terminale. Complice la pièce, che la regista mette in scena a Parigi, tra le due donne nasce un legame profondo, alimentato dai loro scambi sulla vita e la dignità di fronte alla morte.
Lo sappiamo da sempre, Ryusuke Hamaguchi è capace di trasformare un film in qualcosa di cruciale, addirittura grandioso, con la sua propensione per le coincidenze e la sua passione creativa per i dialoghi.
È capace soprattutto di girare il film di cui tutti abbiamo bisogno, un lungo dialogo di 3h16 che trasforma una sessione di domande e risposte in un istante intimo e sospeso tra due donne che si danno appuntamento a teatro. Primo film francese di Hamaguchi, Soudain incontra Virginie Efira e Tao Okamoto davanti a una pièce che evoca il lavoro di Franco Basaglia, fondatore del movimento della psichiatria democratica e fautore della chiusura degli ospedali psichiatrici in Italia a favore di cure più umane. Piena di grazia spettrale, Okamoto corrisponde l'angelo terreno di Efira, che per tre ore cerca di fuggire il tempo capitalista. La lunghezza del film, la sua ripetizione, la differente durata delle scene - alcune lunghissime, altre più brevi - contribuiscono a questa dinamica.
Non sappiamo mai quanto durerà una conversazione, pochi minuti o un'intera notte, ma sappiamo che hanno appreso l'una la lingua dell'altra per parlare fino all'alba. Non sono amanti, non sono amiche, solo due persone che avevano bisogno di trovarsi e salvarsi a vicenda. Amare così intensamente qualcuno che si è appena incontrato è follia? Forse, ma sono i folli gli esseri più amati di questo racconto dove la vecchiaia e la malattia mentale trovano un posto e un riparo, cullate da una ninna nanna ("À la Claire Fontaine").
Gli scambi tra le protagoniste articolano la lunga lista dei mali contemporanei - alienazione sul lavoro, mancanza di risorse, mancanza di tempo - in piani-sequenza che sfiorano la lezione ma si reggono sulle interpretazioni ispirate di due attrici, il dinamismo delle loro promenade e il loro vivace colloquio franco-giapponese lungo le rive della Senna e a un passo dalla Biblioteca François Mitterrand. Mari parla un francese fluente ma Marie-Lou si rivolge a lei in giapponese, dettaglio sufficiente perché la magia operi. Il pubblico in sala scompare sullo sfondo e due donne iniziano a condividere i rispettivi smarrimenti prima di infilare la notte alla ricerca di un modo per rendere 'possibile' lo stato di essere vivi in un mondo in cui il capitalismo minaccia persino la natura e i corpi di cui si nutre.
Avvicinando il dolore da presso, Hamaguchi si accomoda in un ricovero utopico per anziani dove l'impossibile diventa possibile, integrando il gesto di Basaglia e l'esperienza dell'infermiera di Marie Bunel (preziosa e troppo rara sullo schermo), che si fa carico di tutto l'orrore passato, il manicomio come mondo separato. Tutto, esterno e interno, famiglie e pazienti, sofferenti e sani, piedi, gambe, braccia e schiene, si fonde finalmente in una forma altra, reale e tangibile.
Libero adattamento di un romanzo epistolare tra una filosofa e un'antropologa giapponesi, Makiko Miyano e Maho Isono, Soudain è un colpo di fulmine senza tuono, perché il cinema di Hamaguchi non fa rumore ed è geneticamente predisposto all'ascolto, attento, empatico, perseverante. Privilegia l'osservazione a lungo termine ed è in queste condizioni che riesce a essere così delicato nel ritrarre gli slanci incoerenti del cuore e dei corpi, catturati in lunghe inquadrature e lunghissime conversazioni, che si prolungano nella notte e oltre, assumendo una dimensione personale, esistenziale, politica e sociale.
Accumulando il tempo e le esperienze condivise delle sue protagoniste, hanno lo stesso background letterario e socio-politico, Hamaguchi promuove la vicinanza fisica alla maniera della sua eroina, che crede fortemente nei benefici dell''umanità' e combatte gli azionisti e una parte del suo team, spronato a fare di più con meno. Se una lotta contro la mancanza di risorse e di cure adeguate per i più vulnerabili in memoria della madre defunta, l'altra ingaggia un attore giapponese e il nipote autistico per
uno spettacolo teatrale che assume la forma di un'ode riflessiva sulla preziosità della vita e sul rapporto simbiotico con gli altri.
Soudain, attraverso dialoghi finemente elaborati, si cimenta in una limpida decostruzione degli eccessi del capitalismo, la cui astrazione è connessa alla realtà pratica di un 'fine vita' sempre più reificato da istituzioni mediche orientate al profitto. Ma Hamaguchi non cede al fatalismo e in un mondo destinato a finire (quello di Mari), dispiega una serenità graduale e profondamente struggente, che può esistere solo grazie a un contratto sociale amorevole e umanista, simboleggiato da un'alba posata sul cortile della casa di riposo di Marie-Lou, sulle ceneri di vita nel cielo di Kyoto e sullo sguardo dei pazienti, ai quali viene finalmente data la possibilità di alzare la testa.
Come accade sovente nei film dell'autore, il teatro gioca un ruolo fondamentale. Nella performance messa in scena da Mari, l'attore, solo sul palco, mette in discussione la psichiatria e invita il pubblico a riflettere sulla reclusione, sulla normalità e sui concetti di interno ed esterno. Il nipote dell'attore, affetto da autismo grave e liberato nel film, è la risposta a tutti gli interrogativi. In un tempo in cui le rappresentazioni dell'apocalisse mostrano un certo cinismo, Soudain sceglie il più bello dei gesti cinematografici, essere un vero film di soluzioni. Una risposta esigente e gentile a quest'epoca bellicosa e mortale.
Hamaguchi ci chiede di credere nell'impossibile, nella bontà del mondo, nell'umanità. Eppure, alla fine di tre ore e un quarto che spazzano via ogni altra cosa, personaggi e spettatori riusciranno a passare dal possibile all'impossibile. Come sempre Hamaguchi, abile mago del tempo, erode tutte le nostre riserve. Marie-Lou (Efira), direttrice di una casa di riposo parigina, è una visionaria sostenitrice di un metodo che consiste nel dare ai pazienti con declino cognitivo la massima autonomia possibile. Incontra Mari (Tao Okamoto), una regista la cui opera teatrale evoca il lavoro di Franco Basaglia. Diventeranno amiche e nei loro viaggi, nei loro scambi, nelle loro conversazioni daranno vita a una vera e propria etica politica dell'impossibile.
Da Internazionale, 29 maggio 2026
Il suo film in concorso al Festival di Cannes, All of a Sudden, è in magico equilibrio fra vita e morte, racconta i mali della società capitalistica e le storture del sistema sanitario attraverso le conversazioni intime fra due donne, una delle quali è malata terminale, ma vive i suoi ultimi giorni con grande levità.
Ryusuke Hamaguchi, già premio Oscar e Miglior sceneggiatura a Cannes per Drive My Car nonché Gran premio della giuria e premio FIPRESCI alla Mostra del cinema di Venezia per Il male non esiste, è regista raffinatissimo e persona amabile, come amabili sono i personaggi di All of a Sudden, in particolare le due protagoniste interpretate dall’attrice giapponese Tao Okamoto e quella francese Virginie Efira. La storia è basata sull’omonimo romanzo epistolare di Makiko Miyano e Maho Isono, che documenta le lunghe conversazioni fra la filosofa e l’antropologa giapponesi.
Ci racconta la genesi del film?
Sono partito domandandomi come fosse possibile trasformare in un film quelle conversazioni fluviali fra due donne che appartengono a mondi diversi ma trovano insieme un dialogo istintivo e profondo. Per aumentare questo senso di differenza originaria ho scelto due attrici di nazionalità diverse che parlano anche l’una la lingua dell’altra, ma che si capirebbero comunque perché fra di loro c’è un’intesa immediata e viscerale. Nel romanzo però non si parla di molti temi che affronto nel film, come le storture sistemiche del capitalismo che influenzano ogni momento della nostra vita.
Qual era per lei l’aspetto irrinunciabile del romanzo?
Il rispetto verso l’unicità delle persone. Una delle mie protagoniste lavora in una casa di cura francese applicando un metodo che rispetta la singolarità degli individui, trattati non solo come pazienti, ma come componenti di una famiglia. L’altra protagonista è una regista teatrale che dirige la pièce “Da vicino nessuno è normale” incentrata sul lavoro di Franco Basaglia, lo psichiatra che ha aperto i manicomi in Italia con l’intento di riconoscere l’individualità delle persone con disturbi mentali.
Dedica sempre molto tempo alla preparazione dei suoi film. È andata così anche questa volta?
Lavoro a lungo per permettere ai miei attori di capire le motivazioni e il vissuto dei loro personaggi, e in questo caso ho chiesto alla produzione cinque mesi di tempo, di cui due di riprese e tre di preparazione. In quei tre mesi Tao e Virginie hanno creato una sintonia simile a quella che si vede nel film, imparando da zero la lingua l’una dell’altra per poter comunicare entrando anche nel reciproco mondo verbale. Del resto non è la prima volta che nei miei film gli attori parlano lingue diverse, ad esempio il giapponese e il coreano in Drive My Car. Voglio che i miei attori non pensino più quando recitano, che si dimentichino di essere attori perché hanno interiorizzato le loro scene e i loro dialoghi.
Efira è direttrice di una casa di riposo all'avanguardia nel rispetto dei suoi ospiti, Okamoto è autrice - malata terminale - di una pièce intorno a Basaglia. Si incontrano. Per 196 minuti Hamaguchi sequestra il pubblico imponendogli la compagnia di gente borghese, certo, ma pensante, che si interroga sul mondo e sul proprio ruolo (lunghissime scene in cui si discute del capitalismo, del senso ideale [...] Vai alla recensione »