| Anno | 2025 |
| Genere | Biografico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 120 minuti |
| Al cinema | 1 sala cinematografica |
| Regia di | Stefano Odoardi |
| Attori | Giuseppe Vinci, Andrea Nicolò Staffa, Leonardo Capuano, Stefano Mereu, Florencia Rolando Felice Montervino, Luigi Pusceddu, Cristina Maccioni, Nunzio Caponio. |
| Uscita | mercoledì 15 ottobre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Superotto Film Production |
| MYmonetro | 3,47 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 13 novembre 2025
La vera storia del rapimento più lungo dell'anonima sequestri. In Italia al Box Office Storia di un Riscatto ha incassato 40,1 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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9 dicembre 1994, Sardegna. Giuseppe Vinci, proprietario di una catena di supermercati a Macomer ed erede del business di famiglia, viene rapito: è l'inizio di un'odissea durata 310 giorni, il sequestro più lungo mai registrato nell'isola da parte dell'Anonima Sequestri. Per quei 310 giorni Vinci rimarrà relegato in un cubicolo con solo un materasso, un secchio per i bisogni e una candela, sfamato dai suoi quattro carcerieri, che dicono di volerlo custodire "come un soprammobile" ma lo trattano più o meno come un animale. Durante il rapimento Vinci è ferito, ammanettato, incatenato, costretto a convivere con le pulci e ad indossare un cappuccio ogni volta che i rapitori entrano nel cubicolo e ad ascoltare pessima musica ad alto volume per non sentire i rumori intorno a lui.
Fuori, per 310 giorni, il padre e la moglie venezuelana Sharon lotteranno per riportare Giuseppe a casa: il padre, cercando di mettere insieme il denaro del riscatto mentre lo Stato impone il blocco sui suoi beni, Sharon organizzando marce e proteste che terranno accesi i riflettori dei mass media e coinvolgeranno la comunità sarda nella più grande mobilitazione popolare per fare terra bruciata attorno ai rapitori.
Storia di un riscatto è il racconto scritto, diretto, montato e scenografato da Stefano Odoardi, e sembra quasi un mix fra fiction e documentario, anche perché il vero Giuseppe Vinci interpreta sia se stesso oggi, alla ricerca di risposte fra le pagine del quotidiano che ha raccontato il rapimento per quasi un anno, sia suo padre Lucio nelle scene ambientate durante quel periodo drammatico.
Ma la cura che Odoardi mette nella ricostruzione di questa storia e nella messa in scena di alcune sequenze, usando una grammatica filmica più complessa di quanto possa apparire al primo sguardo, colloca decisamente il film nell'ambito del cinema d'autore.
C'è un grande realismo, quasi documentario appunto, nel documentare minuziosamente le sensazioni che Giuseppe Vinci può aver provato durante la sua prigionia: la confusione, l'isolamento, la visione parziale della realtà, l'oscurità, lo spostamento di tutti i parametri vitali, il senso di abbandono da parte dello Stato, la lontananza dalla moglie e dal figlio di soli due anni all'epoca del rapimento.
Per contro i quattro rapitori condividono uno spazio quasi metafisico, arroccati intorno a un tavolo e illuminati da un generatore che crea giochi di luce ed ombre quasi caravaggeschi (e una delle scene più drammatiche che riguarda uno dei sequestratori pare un incrocio fra Caravaggio, appunto, e Sorogoyen). Anche la scena della lettera che la moglie scrive a Vinci riesce ad astrarsi dal semplice resoconto fattuale per trovare una sua dimensione surreale e metaforica.
La gestione degli spazi e delle inquadrature, a volte in primissimo piano, a volte in campo lungo, a volte rasoterra e altre da un'altezza che evidenza ancora maggiormente la claustrofobia del luogo in cui Vinci è stato rinchiuso, è sempre funzionale al racconto. C'è una bella essenzialità nel comporre queste scene e nell'allineare i giorni interminabili della prigionia di Vinci, che non riguarda solo lui ma anche i suoi carcerieri, costretti a non abbandonare mai quel luogo di costrizione.
La denuncia verso quello "Stato assente" che si è limitato a congelare i fondi della famiglia Vinci per 310 giorni è esplicita, mentre è implicita la sottolineatura delle condizioni di povertà in cui vivono i rapinatori. E Storia di un riscatto non racconta la vendetta o il perdono, ma la capacità dell'arte di trasformare anche un'esperienza così dolorosa in una testimonianza di dignità e resistenza.
Stefano Odoardi è riuscito in questo film a trasmetterci il dolore del rapimento di Vinci, ma anche una profonda umanità che appartiene a tutti i personaggi, ed infine la capacità di rinascere e di trasformare il "piombo in oro". Persino il bandito (soprannominato Tobia da Giuseppe Vinci) è una figuara dolente, triste, rude ma anche profondamente umana.
Quando oltre tre lustri fa il pescarese Stefano Odoardi realizzò opere sul valore della mancanza, lavorando sulla vita come atto che permette di colmare vuoti "naturali", con ogni probabilità l'idea di un film dedicato al rapimento e il sequestro di Giuseppe Vinci non era neanche sbocciata. Eppure posando gli occhi su Storia di un riscatto, suo sesto lungometraggio da regista, non si può non cogliere [...] Vai alla recensione »