Rigoletto 2020

Film 2021 | Documentario 78 min.

Regia di Enrico Parenti. Un film Genere Documentario - Italia, 2021, durata 78 minuti.

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La genesi della la prima e unica nuova regia operistica programmata in Europa per l'estate 2020, a lockdown appena concluso.

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Un documento di rara bellezza che testimonia un'eroica impresa collettiva da cui ripartire.
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 21 ottobre 2021
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 21 ottobre 2021

Contestualizzazione delle opere problematiche (Aida, Turandot, Otello, Madame Butterfly...) inclusione dei rappresentati, abbandono del "grimage" razziale... il lato lirico del teatro non ha aspettato rapporti o commissioni per mettersi a pari con la società. Per rimanere (con tutte le forze e tutti i mezzi) un'arte del presente, ancorata alla realtà contemporanea che le fornisce il materiale musicale e teatrale, i suoi interpreti e il suo pubblico. La rivoluzione culturale è in atto, sotto il segno di Black Lives Matter la 'diversità' finalmente entra in scena, quando l'impensabile irrompe, interrompe lo scatto di crescita, alza la barra e costringe i teatri a reinventarsi.

Piegato da un'epidemia mondiale, il teatro tuttavia resiste ed evolve, si adatta, riconquista la fiducia del pubblico, rassicura gli artisti, mette in sicurezza gli spazi, colma i deficit.

Fa tesoro della lezione, credersi invincibile, e riapre come un cantiere, pronto a riprendersi l'arte, a esercitarla, a cercare la via che conduce di nuovo al palcoscenico. All'indomani dell'emergenza sanitaria, Damiano Michieletto, regista teatrale iconoclasta ma sempre conforme alla musica e 'alla lettera' del libretto, fa a braccio di ferro col Covid e trasforma i suoi vincoli in risorse. Il 16 luglio 2020 debutta al Circo Massimo il suo Rigoletto a prova di Covid e a norma anti-Covid. L'autore vince i capricci della pandemia con la dismisura del melodramma e la strategia di un giocare esperto, passando disinvolto dal piano A al piano B. Maschera? Guanti? Distanziamento? Qualsiasi cosa piuttosto che la paralisi.

Enrico Parenti filma le pulsioni melodrammatiche del suo immaginario e l'allestimento miracoloso dell'opera verdiana. Il risultato è un documentario eroico, che non ha paura di esagerare, proprio come il melodramma. È il virus dell'eccesso che contagia anche il linguaggio che lo dice. Non si dà mélo, su palcoscenico o sullo schermo, che non sia rotto, franto, spezzato, debordante o ferito come le storie che racconta, come i personaggi che inventa, come gli intrecci che si ostina a rappresentare.

L'imprevedibile pandemia ha brillato le abitudini acquisite e i registi, come i direttori d'orchestra, i cantanti lirici e le maestranze, sono obbligati a ripensare tutto, a ripensare intimamente il loro rapporto col pubblico, la relazione tra gli artisti e tra le compagnie, l'architettura dei luoghi, la concezione delle stagioni. Lo spiega bene Michieletto in una conversazione ideale con lo spettatore, intercalata da 'azioni' sulla scena che illustrano la difficoltà di dire senza gli abbracci l'affetto paterno di Rigoletto per Gilda, di far sentire l'erotismo senza allacciare il Duca a Maddalena, "bella figlia dell'amore" volubile come la beffarda melodia del suo corteggiatore.

Chiudendo le porte dei teatri, il virus ha aperto quelle che conducono al plein air e riportano in auge la pratica del tréteau (il cavalletto). Il Circo Massimo diventa teatro naturale e luogo altro di effetti (e affetti) esclamativi, luogo di formalizzazione oscena del sentimento perché niente come la lirica proietta in scena la propria dismisura. E ancora, via d'uscita per l'Opera di Roma, costretta a chiudere troppo a lungo il sipario. L'antico circo romano è la risposta perfetta all'urgenza sanitaria, lo spazio privilegiato di ricerca e sperimentazione. Tra il Palatino e l'Aventino, Damiano Michieletto concepisce per l'azione scenica una piattaforma di 20 metri per 40. Per dare consistenza allo spazio 'posteggia' sei vetture, veri e propri personaggi da cui muove la sventura di Rigoletto, anchilosato e dannato nella periferia del mondo.

Come il monolite di Stanley Kubrick (2001: Odissea nello spazio), ficcato all'origine del processo creativo, le automobili stabiliscono geometrie e diventano riferimento e ostacolo per gli artisti. Sei auto e una giostra, 'maschere' e 'guanti' di scena bastano a prevenire il contagio e a rispettare il distanziamento, quello tra gli artisti e quello degli artisti col pubblico, accorciato dal girato live di tre operatori steadicam presenti in scena (diretti da Filippo Rossi) e da uno registrato che 'traduce' per le ultime file i sogni di Gilda e le ossessioni di Rigoletto.

Enrico Parenti infila la quinta e realizza un documento (culturale) di rara bellezza e grande rilievo. Due almeno le ragioni, la prima ha valore di testimonianza, quella di una pandemia che libera l'immaginazione e invita a reagire volgendo il danno in materia artistica. O più semplicemente, dislocando gli spettacoli. Le tavole del palcoscenico perdono la loro esclusività e tutti gli spazi possono farsi teatro. Lo spettacolo trova la sua strada ovunque. Il ripiegamento indotto dall'epidemia ha sgombrato i depositi di eccesso accumulato e rimesso al centro del campo quello che anni di routine avevano marginalizzato: l'arte. Un promemoria salutare che passa per le parole di Daniele Gatti, direttore d'orchestra che invita i suoi maestri a 'sentire' di nuovo la musica di Verdi, a ritrovarne il senso dietro l'esecuzione perfetta ma senza vertigini, a sognare con lui uno "spettatore-attore", coinvolto nel disegno musicale della complessità umana.

La seconda cagione, per dirla alla Francesco Maria Piave, è di natura teorica e si iscrive nella tradizione del 'film-opera', uno dei generi autoctoni della cinematografia italiana. Perché Rigoletto 2020 è il 'preludio' di un progetto ambizioso realizzato da Indigo Film e Opera di Roma per il cinema e per il teatro. Se "Rigoletto" di Damiano Michieletto è andato in scena in una 'notte di mezza estate', interrompendo per primo il silenzio assordante della pandemia, in sala esce la sua versione cinematografica (Rigoletto al Circo Massimo) che ridefinisce e sposta più in là la relazione che il cinema intrattiene con la lirica. Una forma d'arte che ha un enorme rilievo nella storia culturale del nostro paese, al punto che le sue narrazioni, le sue forme, le sue mitologie sono parte integrante di un paesaggio immaginario che definisce l'italianità.

Davanti alla camera di Parenti, Michieletto racconta un'impresa collettiva che ha qualcosa di epico. Un punto notevole da cui ripartire, una geografia che la contaminazione operistica disegna nel corpo del cinema e viceversa. Una commistione di forme diverse per superare il trauma e tornare in pista. Se la crisi sanitaria ha messo il mondo (della cultura) agli arresti domiciliari, una volta all'aperto il teatro si scuote, finalmente libero di agire e di ridare senso alla definizione 'spettacolo dal vivo'.

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Storia di un'impresa titanica.
a cura della redazione
martedì 19 ottobre 2021

Nel mese di giugno 2020, a lockdown appena concluso, dopo che l'Italia intera, come tutto il mondo, è rimasta sospesa in attesa di poter tornare alla normalità, il Teatro dell'Opera di Roma decide di dare un segnale concreto di ripartenza: produrre la prima e unica nuova regia operistica programmata in Europa per l'estate 2020. La scelta ricade sul Rigoletto di Giuseppe Verdi. La regia è affidata a Damiano Michieletto, affermato autore dallo straordinario talento visionario. La sfida è grande: per allestire lo spettacolo c'è solo un mese a disposizione e i limiti imposti dal protocollo anti-Covid sono molti, primo fra tutti la garanzia del distanziamento tra cantanti e mimi sul palco. Serve un'idea. Michieletto immagina una messa in scena con una duplice visione, quella su un palco di 1500 mq e quella degli operatori steady che seguono la scena facendone parte e che rimandano su un maxischermo le immagini e le azioni degli artisti dando vita a un film montato in diretta. Funzionerà? Mentre i giorni scorrono veloci, tra prove a Cinecittà, al Teatro dell'Opera e al Circo Massimo, scopriamo l'approccio viscerale di Damiano Michieletto nella direzione degli attori e la costruzione, da dentro, di una sua regia, la passione che Daniele Gatti infonde all’orchestra, il significato e l’importanza di una delle opere più amate e rappresentate al mondo, l'euforia di un intero settore, quello dello spettacolo dal vivo, che per la prima volta, dopo tre mesi di paralisi, torna finalmente a vivere.

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