| Titolo originale | Lingui |
| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Ciad, Francia, Germania, Belgio |
| Durata | 88 minuti |
| Regia di | Mahamat-Saleh Haroun |
| Attori | Achouackh Abakar Souleymane, Rihane Khalil Alio, Youssouf Djaoro, Briya Gomdigue Hadjé Fatimé Ngoua. |
| Uscita | giovedì 14 aprile 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Academy Two |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,98 su 20 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 13 aprile 2022
Un'adolescente rimane incinta ma, pur non desiderando la gravidanza, nel suo paese è illegale l'aborto. Il film è stato premiato a National Board, In Italia al Box Office Una madre, una figlia ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 28,6 mila euro e 1,6 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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A N'Djamena, capitale del Ciad, niente è facile per le donne, soprattutto per Amina che alleva una figlia adolescente da sola. Non ha un marito Amina e non ne vuole. Ragazza madre, che ha rifiutato di piegarsi alle convenzioni, ha pagato a caro prezzo (l'esclusione dalla sua famiglia) il suo desiderio di indipendenza. Per assicurare un avvenire a Maria, Amina lavora duro, smontando pneumatici da cui estrae un filo metallico che ricicla intrecciando cestini. Panieri artigianali che poi vende per strada, battendo sul tempo la concorrenza ed eludendo le attenzioni morbose di un vicino di casa, che vorrebbe sposarla, e la predica dell'imam, che non approva il suo nubilato. Maria intanto cova un segreto e una gravidanza che vuole interrompere malgrado i tabù. Amina decide di sostenere sua figlia combattendo al suo fianco la sua battaglia.
Otto anni dopo Grigris, favola umanista su un eroe fragile in un mondo pericoloso e sulla pista da ballo, Mahamat-Saleh Haroun prosegue la sua opera coerente, disegnando un ritratto sociale e politico del Ciad contemporaneo.
Lungo la traiettoria di chi rimane indietro nella società ciadiana o ne è bandito, incontra questa volta una madre e una figlia. Gli uomini nel film sono assenti o relegati sul fondo, dove dimorano non meno tossici. La violenza sorda ha il loro volto e quello di un vicino 'paterno' che si fa incarnazione mostruosa del patriarcato. Per il regista ciadiano è soprattutto questione di donne, di donne solidali tra loro. Il prisma è quello dell'aborto, interdetto e punito in Ciad dalla religione e dalla legge. La storia è quella di un percorso a ostacoli, sempre più umiliante e pericoloso, per i propri diritti.
Aborto impedito, infibulazione imposta, stupro subito, ce n'è abbastanza per cui sollevarsi e battersi. E la solidarietà femminile nasce immediata sotto i nostri occhi e contro le tradizioni secolari. Quella sorellanza spontanea è sufficiente a dare al film il suo senso.
I temi trattati sono forti e restituiti con sincerità e impegno. Tuttavia a confrontarsi con le considerazioni che pongono e gli abusi che denunciano si corre sovente il rischio di accontentarsi. Una madre e una figlia è sottomesso al suo soggetto, alla sua volontà di denunciarlo articolandolo in maniera pedagogica. Per non tradirne la portata, per essere sicuri che il messaggio arrivi senza interferenze, Mahamat-Saleh Haroun non li trascende. Di una semplicità brutale e lirica, che privilegia il pudore al pathos ed esalta la ricerca delle sue protagoniste in una città di sabbia e fango quasi onirica, il racconto manca di densità, restando impigliato da qualche parte tra la favola (i colori ambrati e il suo ottimismo) e il genere (rape and revenge), tra il realismo e l'artificio.
Una madre e una figlia è un film degno sull'indegnità ma è 'privo' di cinema. Dal punto di partenza non si dispiega mai un gesto potentemente cinematografico e politico. La forma resta classica, non è certo un difetto, e la forza politica ancorata principalmente al suo soggetto: il controllo sul corpo femminile e la sua marginalizzazione. La partecipazione dello spettatore è salda davanti alla lotta sotterranea delle protagoniste contro il potere degli uomini, ma i personaggi sembrano soffrire, con la loro sorte, l'esemplarità che il regista assegna loro.
Resta lo sguardo lucido e senza concessioni di Achouackh Abakar (Amina) e di Rihane Khalil Alio (Maria) a incarnare fieramente una storia e un destino possibile. Ai tradimenti e alle defezioni dei padri, dei compagni, dei vicini, degli amici, dei medici, rispondono i gesti 'piccoli' e spettacolari delle 'sorelle' che Amina e Maria incontrano in quel labirinto di polvere gialla che è la periferia di N'Djamena. Intorno al dramma di Maria sorge una speranza e l'impetuoso desiderio di emancipazione.
La parola del titolo originale Lingui significa "legami sacri", "di sangue". Amina e Maria, madre e figlia, abitano a N'Djamena. Amina ha cresciuto da sola la figlia ora quindicenne, e conosce il biasimo, l'emarginazione e la solitudine che ha dovuto subire per la sua "scelta", ma lavora e vive una vita semplice pur di consentire a Maria di studiare e superare la linea di demarcazione che ha reso la [...] Vai alla recensione »