| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA, Spagna |
| Durata | 30 minuti |
| Regia di | Pedro Almodóvar |
| Attori | Tilda Swinton, Agustín Almodóvar, Miguel Almodóvar, Pablo Almodóvar, Diego Pajuelo Carlos García Cambero. |
| Uscita | giovedì 13 maggio 2021 |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,76 su 21 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento martedì 11 maggio 2021
Una donna distrutta perché abbandonata dall'uomo amato aspetta la sua telefonata. In Italia al Box Office The Human Voice ha incassato 48,1 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Una donna sta aspettando che l'ex amante passi a ritirare le valigie che lei ha preparato per lui. L'amore è finito, resta solo il tempo dell'attesa. Con lei c'è un cane, anche lui abbandonato e in attesa del suo padrone. La donna esce di casa per comprare un'ascia e una tanica di benzina: si prepara a distruggere le cose del suo uomo, aspettando la chiamata che metterà fine al rapporto. Quando il telefono squilla, la donna, risvegliatasi da un sonno profondo causato dalle pillole, inizia un monologo disperato che la porta dall'ansia alla supplica, dalla rabbia alla rivalsa e infine al fuoco purificatore che distrugge lo stesso set in cui il film è stato girato...
Almodóvar riadatta alla sua maniera il celebre monologo di Jean Cocteau "La voce umana", trasformando Tilda Swinton in una delle tante, meravigliose donne abbandonate del suo cinema.
Il monologo di Cocteau, drammatica ed esasperante disanima del dolore di una donna malata d'amore e abbandonata dal suo uomo, oltre ad aver alimentato, fra le diverse versioni che si contano, la relazione prima d'amore e poi di odio fra Roberto Rossellini e Anna Magnani nel celebre La voce umana del 1948 e nel 1966 la "risposta" dell'altra compagna del regista italiano, Ingrid Bergman, all'epoca non più sposata con Rossellini (The Human Voice di Ted Kotcheff), è presente nel cinema di Pedro Almodóvar fin dai tempi di La legge del desiderio (1987), quando a recitarla era Carmen Maura, e soprattutto di Donne sull'orlo di una crisi di nervi (1988), che ne era una sorta di versione a più voci: un lamento collettivo a metà tra la prostrazione e la vendetta, l'orgoglio e la resa, contro il potere del maschio e a difesa di una femminilità straziata ma rinsaldata delle proprie ferite, autonoma, autoironica, innamorata dell'amore (anche se malato).
L'incontro con il testo letterale, adattato e in parte rimaneggiato dallo stesso regista, è dunque un fatto inevitabile per Almodóvar, con Tilda Swinton trasformata nella sua ennesima eroina abbandonata (ossessiva e implorante come la doppiatrice di Donne sull'orlo, la scrittrice di Il fiore del mio segreto o l'attrice di Tutto su mia madre) e la casa in cui il monologo va in scena (in passato risolto quasi sempre con un intenso primo piano e qui invece allestito come una passeggiata grazie agli auricolari bluetooth) mostrata all'interno di un set allestito in un hangar.
Tutto è finzione, artificio e rimando in The Human Voice: i colori e gli arredi pop dell'appartamento; i vestiti sia sontuosi sia minimalisti della Swinton, che richiamano in un caso la figura dell'attrice in Orlando e nell'altro l'universo astratto degli oggetti Almodóvariani; i libri e i film messi in bella mostra (Secondo amore, Kill Bill, Il filo nascosto, Alice Munro...); il lettering iniziale che "costruisce" il titolo del film ribadendone la natura artigianale.
Almodóvar allestisce in maniera esibita gli elementi del suo cinema: il lato umanissimo e insieme letterario, il gusto per il mélo, il piacere dell'autodistruzione, la sottomissione dell'amato all'amante (e, diciamolo, della donna all'uomo, per quanto non in forma di passività ma di resilienza), la tentazione della vendetta... Su un set di cui si dichiara l'artificiosità e la freddezza, i colori, i temi, gli oggetti, i volti (anzi, il volto) tipici e inconfondibili di Almodóvar incontrano una delle fonti creative del regista spagnolo (che già i registi portoghesi João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata avevano interpretato in chiave incendiaria nel loro O Que Arde Cura del 2012) e si rigenerano.
Ecco il senso, dunque, di questo piccolo film di appena trenta minuti, prima incontro di Almodóvar con la lingua inglese e girato subito dopo la fine del lockdown della scorsa primavera: un riepilogo, una ripartenza, una sontuosa ripetizione. Non è forse questo il senso di ogni film?
Una donna abbandonata, sull'orlo della follia, e un cane, anche lui abbandonato dallo stesso uomo. Una serie di valigie pronte per essere ritirate e un'ascia acquistata per 50 euro in ferramenta. Sono questi gli ingredienti dell'ultimo, piccolo (solo nella misura) film di Pedro Almodóvar. Nel tempo di 30minuti e nello spazio di un grande teatro di posa, il regista spagnolo, per la prima volta in lingua [...] Vai alla recensione »