Pass Over

Film 2018 | Drammatico 74 min.

Titolo originalePass Over
Anno2018
GenereDrammatico
ProduzioneUSA
Durata74 minuti
Regia diSpike Lee, Danya Taymor
AttoriBlake DeLong, Ryan Hallahan, Jon Michael Hill, Julian Parker .
MYmonetro

Regia di Spike Lee, Danya Taymor. Un film con Blake DeLong, Ryan Hallahan, Jon Michael Hill, Julian Parker. Titolo originale: Pass Over. Genere Drammatico - USA, 2018, durata 74 minuti.

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Umorismo, poesia e umanità si nascondono nel dialogo tra due giovani che parlano del futuro.

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Una collera sempre più nera, sognando la terra promessa.
Marzia Gandolfi
giovedì 19 aprile 2018
Marzia Gandolfi
giovedì 19 aprile 2018

Pass Over, film play che riprende letteralmente la pièce omonima di Antoinette Nwandu, non cade troppo lontano da Chi-Raq, tragedia musicale che rilegge Aristofane ("Lisistrata") nei ghetti urbani di Chicago. Al centro delle due storie ci sono appunto i quartieri a sud-ovest della città, dove le gang spadroneggiano a colpi di arma da fuoco. Colpi che uccidono ogni anno più civili di un paese in guerra, colpi che stanno uccidendo il gioco più bello del mondo. Perché la violenza e le frequenti sparatorie hanno messo in pericolo (anche) l'identità dei playground.

I suoni del basket sono il battito cardiaco di Chicago. Palle che rimbalzano e ragionamenti animati risvegliano un gioco che risorge sull'asfalto col sole. Ma da qualche tempo sui suoi playground è sceso un silenzio sinistro, insopportabile.

I campi, soprattutto quello di Jackson Park, in cui è cresciuto Barack Obama, sono vuoti, disertati dai ragazzini. Non sono i videogiochi o le attività extracurricolari alternative a chiamarli fuori ma i trafficanti di droga e le gang rivali che si sparano addosso senza curarsi di colpire il prossimo Derrick Rose. Il playground è diventato il loro campo di gioco, un gioco che ammazza due persone al giorno. I conflitti a fuoco interessano le zone prevalentemente nere della città, per cui arriva troppo tardi il grido di allarme ("Shoot Hoops, not Guns") di Michael Jordan, Derrick Rose e dell'ex presidente Obama, tutti e quattro profondamente legati alla cultura del basket a Chicago. E a quell'immaginario culturale è altrettanto allacciato Spike Lee. Un autore sempre al fronte che non ha mai smesso di dichiarare il suo radicale punto di vista, di testimoniare l'emergenza e dare voce alle minoranze.

Spike Lee non ha mai smesso insomma di fare la cosa giusta in un America nera in fiamme. Il suo Paese, ancora suscettibile e impegnato nella medesima battaglia (la questione razziale), è il terreno di gioco del suo cinema che questa volta entra a teatro, lo Steppenwolf Theatre Company di Chicago, per riprendere una parabola esistenzialista ispirata all'opera teatrale di Samuel Beckett ("Aspettando Godot"). Due giovani afroamericani discutono di tutto e di niente all'angolo di una strada, 'ammazzando il tempo' e sperando di non farsi ammazzare. Sperando che oggi sarà diverso, sperando in un giorno migliore.

A cadenzare gli scambi dialettici, a base di cultura pop, riferimenti storici e religiosi, sono i proiettili che schivano gettandosi regolarmente a terra. Come in un mantra che si ripete uguale e che conoscono a memoria. Un poliziotto bianco e un avventore bianco penetrano sovente il loro spazio, rendendo impossibile la fuga dall'isolato verso un altrove dove compiere il loro pieno potenziale. Se in "Aspettando Godot" il protagonista è assente e non arriverà mai, in Pass Over è una chance evocata a non presentarsi mai. Costruite entrambe intorno alla condizione dell'attesa, l'importanza delle due opere è tutta nella loro astrattezza, in quell'Attesa maiuscola, sintesi di tutte le attese possibili.

Antoinette Nwandu, playwright afroamericana che vive e lavora a New York, ha colto fin dal titolo l'idea di attesa di Beckett a cui aggiunge quel quotidiano urbano che l'autore non fu capace di immaginare. "Passare il tempo", scavalcarlo, andare oltre, assume il rilievo di una chiave. Se la tragicommedia del drammaturgo irlandese polverizzò e rifondò il teatro, il riff incendiario dell'artista afroamericana sollecita una meditazione sulla razza e il ciclo di violenza che impediscono a un'altra generazione di realizzarsi.

Presentato in anteprima a gennaio al Sundance Film Festival, Pass Over arriva su Amazon Prime, interrogandoci sui cambiamenti avvenuti in America o piuttosto sull'assenza di quei cambiamenti. Sulla scena si muovono senza muoversi Moses (Jon Michael Hill) e Kitch (Julian Parker), intrappolati in una zona di guerra, in un luogo di attesa, in un modo di essere tra dio, Nike e virilità. In un Paese e in una città in particolare dove è ancora palpabile la segregazione razziale, affonda di nuovo lo sguardo di Spike Lee.

Se la fine della segregazione legale è stata votata nel 1964, la separazione reale, fisica ed economica, tra neri e bianchi è ancora più evidente oggi. Malgrado un miglioramento progressivo comparato agli anni Sessanta, l'America non sembra saper risolvere lo scarto ideologico accresciuto dalla presidenza Trump. L'eredità del movimento dei diritti civili è tragica. I miglioramenti sono reali, certo. Numerosi afroamericani occupano oggi i gradi più alti della società americana ma questi progressi sono effimeri se paragonati alla mancanza di parità economica e sociale. A mancare con l'uguaglianza è la speranza di poter mantenere la promessa. La promessa che cova nel testo di Antoinette Nwandu, scuote la regia di Danya Taymor e alimenta il sogno dei protagonisti, bloccati in un luogo di resistenza, costretti tra un passato tragico e una prospettiva futura sempre rimandata.

Militante accanto a una nuova generazione di militanti (Black Lives Matter), Spike Lee regala una seconda vita a Pass Over che, potete starne certi, non sorvolerà nessuna responsabilità, non 'passerà oltre' e vi metterà alle corde e all'angolo tra S Dr Martin Luther King Jr Dr e E 64th St. Il block più pericoloso di Chicago, dove il sogno americano si rovescia nel suo contrario, dove due uomini cercano l'armonia nella sincope. Il cielo è vuoto, inutile cercare la trascendenza. Appesi all'onomastica urbana del loro king, Moses e Kitch attendono ancora. E noi con loro.

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