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Ultimo aggiornamento mercoledì 25 gennaio 2017
Dakota Fanning è la protagonista di un dramma dai toni thriller in cui viene perseguitata da un uomo misterioso.
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CONSIGLIATO NÌ
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Seduta in chiesa con la sua famiglia, Liz sente la voce del nuovo reverendo, ode parole che parlano di inferno e punizione, e sa immediatamente che quell'uomo è lì per lei. La segue da quando è nata, la reputa di sua proprietà, e non vuole altro che punirla, seminandole la morte intorno, tra le persone che ama di più. Ha già costretto al suicidio sua madre e ora minaccia sua figlia, accecato da un delirio che chiama giustizia divina e che si ammanta delle metafore più crudeli del vecchio testamento.
Doveva insospettirci il titolo stesso del film, che sullo schermo compare nella formulazione pretenziosa di "Koolhoven's Brimstone", in guisa di rivendicazione, di dichiarazione d'orgoglio. Tuttavia abbiamo voluto dargli credito, disporci ad apprezzare la forza scenica di Dakota Fanning, che recita senza poter parlare (si scoprirà che è senza lingua), persino la mascherata di Guy Pearce, nonostante le citazioni da La morte corre sul fiume apparissero già fuori luogo, in odore di blasfemia, quando ancora non eravamo che all'inizio, quando il peggio doveva ancora arrivare.
In ogni caso, non si è fatto attendere. L'atmosfera tesa, carica di presagi ancora senza nome, che inaugura Brimstone e che indubbiamente intriga e ci trascina con sé, aggrappati nella notte al calesse di Liz e della sua bambina, svapora già all'entrata del secondo capitolo, quando diventa chiaro che le intenzioni del regista non sono di modesta portata e che siamo invitati ad una narrazione tutt'altro che rarefatta, di cui non ci verrà risparmiato nessuno snodo, per quanto maledettamente prevedibile, e nessuna deriva ultraviolenta, perché è lì che Koolhoven sembra essere particolarmente orgoglioso di apporre la propria firma: negli sbudellamenti, nelle museruole e nelle frustate, nell'illustrazione compiaciuta della libidine che la carne di bambina ispira nel grande mattatore del Male che sta al centro del suo film.
Procede così, felice di sé e senza dubbio alcuno, prendendosi, per giunta, incredibilmente sul serio, un film che, ad ogni istante, sottolinea la distanza che può esistere tra un regista che sa muovere la cinepresa e allestire un set di indubbio fascino e un regista con una sensibilità e una passione reale e rispettosa per l'arte a cui concorre.
"Non è un paese per donne" avrebbe potuto essere il titolo alternativo al Brimstone di Koolhoven, e avrebbe calzato a pennello questa discendente parabola dark ambientata nel far west americano, spietato e crudele, come la storia che si svolge sullo schermo. Suddiviso in quattro capitoli dagli espliciti riferimenti biblici l'opera di Koolhoven si contraddistingue subito per il [...] Vai alla recensione »