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danylt
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venerdì 25 ottobre 2013
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un viaggio di sopravvivenza e ritorno alla vita
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È quasi impossibile parlare di Gravity senza rivelare troppo delle principali svolte che avvengono nel film. Perché l’esperienza di cui esso ti rende partecipe in ogni senso, va di pari passo con la vita della protagonista che è un continuo viaggio di esplorazione e nuove consapevolezze.
Il viaggio spaziale di cui veniamo resi partecipi, è parallelo alla vita della dottoressa Ryan Stone( Sandra Bullock), un’ astronauta che sta lavorando insieme ad una squadra per riparare una stazione orbitante nello spazio. Nel bel mezzo dell’operazione vengono colpiti da una tempesta di detriti, che distruggono la loro stazione e lasciano la Stone e il suo collega Matt Kowalsky (George Clooney) da soli a vagare nello spazio.
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È quasi impossibile parlare di Gravity senza rivelare troppo delle principali svolte che avvengono nel film. Perché l’esperienza di cui esso ti rende partecipe in ogni senso, va di pari passo con la vita della protagonista che è un continuo viaggio di esplorazione e nuove consapevolezze.
Il viaggio spaziale di cui veniamo resi partecipi, è parallelo alla vita della dottoressa Ryan Stone( Sandra Bullock), un’ astronauta che sta lavorando insieme ad una squadra per riparare una stazione orbitante nello spazio. Nel bel mezzo dell’operazione vengono colpiti da una tempesta di detriti, che distruggono la loro stazione e lasciano la Stone e il suo collega Matt Kowalsky (George Clooney) da soli a vagare nello spazio.
E’ qui che comincia la sopravvivenza dei due astronauti. Kowalsky, che è il più esperto e alla sua ultima missione, cerca di tranquillizzare e guidare Ryan, la quale sembra essere caduta in uno stato di trans. La sua voce è sommessa e il suo respiro è affannoso non solo perché la sua muta sta finendo la riserva d’aria, ma è lei stessa ad essere a corto di vita. Viene letteralmente trascinata dalla gravità, si fa trasportare dal suo collega attraverso un filo che li tiene insieme nell’immensità dello spazio. In un momento di calma apparente e di confessione, scopriamo di più della vita di Ryan. Ha subito una grande perdita, un trauma che le impedisce di andare avanti. Così continua ad essere trascinata, sia nello spazio che nella sua vita, che è diventata una sorta di limbo prevalso dalle abitudini quotidiane e dalla solitudine.
Ma avviene qualcosa durante questo viaggio, dopo una serie di eventi che la lasciano dispersa, assistiamo ad una scena di rinascita. Ryan è incubata come un feto in una navicella che è riuscita a raggiungere dopo essersi persa completamente. Quindi smarrimento e rinascita. La vediamo letteralmente tornare alla vita, durante una scena estremamente toccante che ci fa immergere completamente. Ma non è una vita facile, gli imprevisti e le coincidenze sono sempre in agguato. Da qui lo spettatore comincia inevitabilmente a immedesimarsi e a fare il tifo per lei. Perché questo viaggio nello spazio è un parallelismo della nuova vita dell’astronauta ma anche di quella di tutti noi.
La vediamo quindi rinascere dopo un grande trauma, combattere per sopravvivere, portandosi sempre con se un grande dolore, che inevitabilmente cambia dentro, ma riuscendo a trasformarlo in forza per andare avanti. Sentiamo il suo dolore quando lei lo mostra, viaggiamo con lei e ci aggrappiamo alla vita come Ryan si aggrappa ai pezzi di navicella per sopravvivere. Per quanto la gravità ci possa trasportare via come gli eventi della vita fanno ogni giorno, noi resistiamo. E quando arriviamo ad un momento di sconforto totale, sono i ricordi, le esperienze forti e gli affetti che incontriamo nella via, a darci la forza per andare avanti. Quando infatti Ryan pensa che è più facile morire che vivere, il suo subconscio si aggrappa all’ultimo momento alla vita grazie ad un “incontro” speciale, che è uno dei momenti più toccanti del film. Ritrovare così la forza per provarle tutte, perché ne vale la pena, perché chi abbiamo lasciato dietro sia fiero di noi. Combattere per chi non ha avuto la possibilità di andare avanti con la propria vita per diversi motivi.
Ma durante il nostro percorso, come sappiamo, veniamo sempre messi di fronte ad ostacoli. E quando ci si trova al momento della prova finale, quando la vera morte appare davanti a noi, l’importante è avere la consapevolezza che abbiamo davvero vissuto, che ce l’abbiamo messa tutta. Perché come Ryan esclama con tutta la consapevolezza e le ultime forze rimaste: "La colpa non sarà di nessuno! Comunque vada, è stato un grande viaggio!".
Ed è proprio questo Gravity, un viaggio totalitario condensato in un’ora e mezza di intrattenimento ed emozione allo stato puro. Un’odissea commovente e struggente vissuto in parallelo con una Sandra Bullock toccante che tiene le redini di una storia coinvolgente e rappresentativa dell'essenza della vita.
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fede slevin
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lunedì 13 aprile 2015
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dietro il blockbuster, un capolavoro
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Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) sono incaricati di riparare una stazione orbitante quando, improvvisamente, una tempesta di detriti si abbatte su di loro facendo a pezzi la stazione e lasciandoli in balìa dello spazio sconfinato.
Ci troviamo di fronte ad una realizzazione tecnica fuori dal comune (non a caso pluripremiata agli Awards), con calcoli astrofisici ed una studiata illuminazione planetaria che attribuiscono un concreto realismo ad un'ambientazione in grado di catapultare l'osservatore nell'assordante silenzio del nulla. Un film in cui sono le immagini a fare da padrone incontrastate in quella che, di fatto, è una trama banale, non senza qualche assurdità e assolutamente di secondo piano allo spettacolo visivo, come se fosse solo un pretesto per poter inanellare una sequenza di immagini mozzafiato in grado di far immedesimare il pubblico nella Bullock protagonista.
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Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) sono incaricati di riparare una stazione orbitante quando, improvvisamente, una tempesta di detriti si abbatte su di loro facendo a pezzi la stazione e lasciandoli in balìa dello spazio sconfinato.
Ci troviamo di fronte ad una realizzazione tecnica fuori dal comune (non a caso pluripremiata agli Awards), con calcoli astrofisici ed una studiata illuminazione planetaria che attribuiscono un concreto realismo ad un'ambientazione in grado di catapultare l'osservatore nell'assordante silenzio del nulla. Un film in cui sono le immagini a fare da padrone incontrastate in quella che, di fatto, è una trama banale, non senza qualche assurdità e assolutamente di secondo piano allo spettacolo visivo, come se fosse solo un pretesto per poter inanellare una sequenza di immagini mozzafiato in grado di far immedesimare il pubblico nella Bullock protagonista. Grazie a questo espediente, grazie a questo silenzio che si assapora in gran parte della visione, il regista riesce nel suo grande obiettivo, che è quello di far sentire lo spettatore piccolo, insignificante di fronte alla maestosità dello spazio. Tuttavia, liquidare il film con quanto sopra scritto non ne fa un capolavoro, ma un'opera di pura tecnica, un pasto per gli occhi fine a se stesso. Quello che lo eleva di qualità e ne dà un tocco "Kubrickiano" (a cui il regista si ispira palesemente) è la simbologia. Questo film è un quadro, un'opera che senza parlare, racconta tanto e lo fa bene. Geniale, a mio avviso, il finale in cui la dottoressa Stone (curioso come la protagonista si chiami "pietra", "grave", l'oggetto usato per antonomasia in fisica nella definizione della "caduta libera" e dunque della "gravità") a bordo della navicella di ritorno sulla Terra, precipita in acqua (accompagnata da una colonna sonora azzeccatissima) e si vede passare in primo piano una rana. Perchè la rana? Perchè è come l'uomo, capace di sopravvivere in più ambienti (prima fluttuava pericolosamente nello spazio, ora ansima in apnea sott'acqua) ma in nessuno di questi, si trova a suo agio come sulla terraferma. Infatti, proprio nella scena finale, la protagonista riesce finalmente a mettere i piedi sulla sabbia e si solleva, merito anche della recitazione magistrale della Bullock in questa sequenza, con l'atteggiamento maestoso di chi si sente "a casa", sicuro e protetto dall'habitat che l'ha cullato fin dalla nascita; il tutto condito da una fotografia gerarchica che si pone ai piedi della protagonista, riprendendone la figura imperiosa come in una celebrazione dell'epoca gotica, ascensionale verso il cielo sullo sfondo, che le ha causato così tanti problemi fino a pochi minuti prima.
In conclusione questo film si colloca come un opera particolare, tra lo "scontato" (vedi la trama di chiara matrice Hollywoodiana che va incanalandosi in una successione di eventi "già visti", farciti da dialoghi da videogame, volti ad accalappiare un quanto più vasto pubblico possibile) e l'ingombrante epiteto di "capolavoro" che, a mio parere, non stona e, anzi, rilancia il prodotto facendo chiudere un occhio (ma non due) su quelle scomode pecche sopracitate.
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rongiu
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domenica 22 novembre 2015
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qui nessuno ti fa del male; sei al sicuro.
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“La Terra è la culla dell'umanità, ma l'uomo non può vivere nella culla per sempre!”. Questa affermazione di K.E. Tsiolkowsky (1857-1935 ed universalmente riconosciuto precursore e teorico dei voi cosmici).
Lasciare “la culla terrestre” per il dot. Ryan Stone \ Sandra Bullock / è una vera e propria fuga da un passato che ha lasciato solchi profondissimi nel suo animo; come madre, donna e scienziata.
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“La Terra è la culla dell'umanità, ma l'uomo non può vivere nella culla per sempre!”. Questa affermazione di K.E. Tsiolkowsky (1857-1935 ed universalmente riconosciuto precursore e teorico dei voi cosmici).
Lasciare “la culla terrestre” per il dot. Ryan Stone \ Sandra Bullock / è una vera e propria fuga da un passato che ha lasciato solchi profondissimi nel suo animo; come madre, donna e scienziata.
E' alla ricerca di nuovi colori, odori, sapori che possano prendere il posto dei vecchi ancora vivi è presenti nei suoi ricordi. Insomma vuole indagare, esplorare e possibilmente trovare, una nuova sfera emotiva post/traumatica. Così mi par di capire.
Ed il nostro regista \ Alfonso Cuaròn / legatissimo ad un cinema che trova la sue radici nella musica, piuttosto che nel teatro, nei romanzi e compagnia bella, non aspetta altro.
Il dot. Ryan si trova immediatamente a dover affrontare gravi problemi di ordine tecnologico e non solo. Gli stati d'animo si susseguono, le zone d'ombra, i lati oscuri del pensiero mettono a dura prova la sua professionalità. Il passaggio da un ambiente ospedaliero a quello siderale, porta con sé un'infinità di incognite. Riuscirà a superarle nonostante il duro addestramento? E quale sarà il ruolo del suo precettore Matt Kowalski ? \ George Clooney /
Un road movie nello spazio da vedere, da ascoltare nel silenzio più assoluto. Perché è proprio nel silenzio più assoluto che l'ululato di un cane, il pianto di un bambino, i consigli di un amico, possono ri-donarti una speranza che pensavi perduta e con essa la voglia di lottare.
Preghiera dell'astronauta
'Signore, io ti ringrazio profondamente per avermi lasciato compiere questo volo. Grazie per il privilegio di avermi consentito di partecipare a questa impresa; grazie per avermi fatto giungere in un luogo eccelso da cui potessi godere tutte le meravigliose superne che tu hai creato''.
''Aiuta tutti noi astronauti a indirizzarci sulla giusta strada, in modo che possiamo plasmare le nostre vite al fine di essere dei buoni cristiani. Concedici di non litigare e combatterci gli uni con gli altri, bensì di rivolgere tutte le nostre forze ad aiutarci vicendevolmente ed a collaborare fraternamente''.
''Ma soprattutto aiutaci a perfezionare con successo la nostra missione, sorreggici nella futura battaglia per lo spazio, in modo che ci sia possibile mostrare al mondo che veramente una democrazia può competere con tutti e tenere testa a chiunque. Che il mondo sappia che gli uomini di una democrazia sono capaci di portare a termine imprese grandiose e sanno perseverare nella ricerca, nello sviluppo scientifico, nel perfezionamento dei programmi tecnici e umani''.
''Assisti i nostri cari. Sii accanto alle nostre famiglie. Infondi loro coraggio e siine la guida. Fa' loro sapere, Signore, che tutto, tutto va proprio bene quassù'. Noi preghiamo nel tuo nome''.
Morgaŭ estas nova tago.
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jaylee
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mercoledì 16 ottobre 2013
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l’insostenibile gravità dell’essere
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Alfonso Cuaron, regista messicano già noto per I Figli Degli Uomini, dirige uno dei film più attesi della stagione, e ci illustra un thriller quasi metafisico con Gravity. Ryan Stone (Sandra Bullock), in seguito ad un pauroso incidente nello spazio, rimane l'unica superstite di una missione di manutenzione di un satellite, e dovrá dare fondo a tutte le proprie risorse nel tentativo di salvarsi...
La trama in effetti può sembrare semplice, e lo è, ma è decisamente ambizioso il progetto minimalista e allo stesso tempo spettacolare del regista di descrivere l'odissea di una persona normale in circostanze fuori dal comune. Spesso la visuale (in un 3D davvero al servizio della storia, come raramente è capitato) è la claustrofobica e meravigliata vista dal visore dell'astronauta, spesso sbattuto in qua e lá nel vuoto cosmico.
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Alfonso Cuaron, regista messicano già noto per I Figli Degli Uomini, dirige uno dei film più attesi della stagione, e ci illustra un thriller quasi metafisico con Gravity. Ryan Stone (Sandra Bullock), in seguito ad un pauroso incidente nello spazio, rimane l'unica superstite di una missione di manutenzione di un satellite, e dovrá dare fondo a tutte le proprie risorse nel tentativo di salvarsi...
La trama in effetti può sembrare semplice, e lo è, ma è decisamente ambizioso il progetto minimalista e allo stesso tempo spettacolare del regista di descrivere l'odissea di una persona normale in circostanze fuori dal comune. Spesso la visuale (in un 3D davvero al servizio della storia, come raramente è capitato) è la claustrofobica e meravigliata vista dal visore dell'astronauta, spesso sbattuto in qua e lá nel vuoto cosmico.
Al di là del thriller (certamente ben fatto), Gravity racconta del perdersi e del ritrovarsi di una persona attraverso il "lasciar andare" ciò che ci appesantisce (la Gravità del titolo): e per quanto sia piacevole crogiolarsi in un passato sempre migliore del presente (almeno nei nostri ricordi), niente può impedirci di vivere, o tornare a vivere, appieno, se non le nostre convinzioni. Anche per una madre che ha perso una figlia, come nel caso della protagonista.
Lo spazio ben si presta alla metafora dell'isolamento dell' anima di Ryan, disconnessa da cosa la circonda, come protezione non solo da ciò che ci ferisce, ma dalla vita stessa. Quando deciderà di essere pronta, arriva il suo maestro fuori e dentro di sé (ovvero, il compagno di missione Kowalski, un George Clooney davvero incisivo, impressionante il suo percorso di maturità artistica), e tutto l'universo sará pronto a riportarla a casa.
Dicevamo molto ispirate le immagini; e centellinata per tutti i motivi giusti la musica; e brava la Bullock, nel suo ruolo di eroina spaziale che non potrá non ricordare la Ripley in canotta e slip di Alien; ma tutto il film rimane sospeso tra l'ispirato e l'inquietante, e in qualche modo attinge al respiro di 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick, con questo sguardo perennemente perso e teso all'infinito,il senso della meraviglia di esseri umani che si perdono nelle stelle, e che alla fine rinascono emergendo dalle acque approdando su una terraferma di primordiale bellezza (a differenze di Kubrick, dove le scene sulla terra -protagonisti i nostri scimmieschi antenati- erano poste nel prologo). E infine un messaggio nascosto nell'immagine della protagonista, statunitense in una tuta russa ed in un modulo cinese: per salvarci, contro forze universali che conosciamo appena e che potrebbero spazzarci via (in un futuro sempre meno lontano) o se ne esce assieme o l'estinzione del genere umano è inevitabile.
Forse non il capolavoro che è stato osannato ovunque, ma di certo non deludente e ottimamente costruito. Intimo, maestoso e infinito come una notte stellata. (www.versionekowalski.it)
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hollyver07
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venerdì 11 ottobre 2013
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sfavillante avventura colma di presunzione
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Ciao. Devo fare un'opportuna premessa. Intanto non riassumerò la vicenda, della quale reputo che sia più ragionevolmente etichettabile come film d'avventura, piuttosto che alla vera fantascienza. Detto ciò, se dovessi giudicare questo film solo per l'intrattenimento che propone beh...! Sarebbe da 5 stelle con alloro incorporato. Purtroppo... il film non proponeva solo spettacolari immagini esosferiche, bensì mi è chiaramente apparso che fosse orientato per "competere" cognitivamente con i paradigmi della cinematografia fantascientifica, per es. "2001 Odissea nella spazio" per citarne uno. A mio esclusivo parere, in tal senso, il risultato non è stato raggiunto.
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Ciao. Devo fare un'opportuna premessa. Intanto non riassumerò la vicenda, della quale reputo che sia più ragionevolmente etichettabile come film d'avventura, piuttosto che alla vera fantascienza. Detto ciò, se dovessi giudicare questo film solo per l'intrattenimento che propone beh...! Sarebbe da 5 stelle con alloro incorporato. Purtroppo... il film non proponeva solo spettacolari immagini esosferiche, bensì mi è chiaramente apparso che fosse orientato per "competere" cognitivamente con i paradigmi della cinematografia fantascientifica, per es. "2001 Odissea nella spazio" per citarne uno. A mio esclusivo parere, in tal senso, il risultato non è stato raggiunto. Chiaramente, dal punto di vista tecnico, la pellicola è (credo) quasi ineccepibile e l'insieme d'immagini, scenografia, scene, ritmo e tensione sono stati ottimamente gestiti e, come già affermato, roba di lusso a 5 stelle. La parte riguardante i personaggi, la "descrizione" del loro background, le situazioni emotive apparenti e potenziali e, sopratutto, il "valico dell'io" della protagonista mi hanno lasciato l'impressione di un frettoloso, superficiale armeggiare e frugare nella filosofia umanistica al pari di di un bambino che tenta di scartare un cioccolatino con due paia di tenaglie; questo è l'aspetto di presunzione che ho percepito, manca l'attenzione emotiva (che io posso ipotizzare) in una situazione che metta a confronto i limiti psicologici dell'uomo con l'ambiente realmente al confine della terra. In sostanza, regìa e sceneggiatura, hanno schematizzato l'introspezione usando una checklist molto, molto americana che tuttavia non mi ha stimolato l'empatia necessaria a condividere appieno la roccambolesca avventura emotiva della protagonista. Tra le varie cose che non mi quadrano tanto... c'è lo specifico background di Ryan. Per quanto nella finzione il suo ruolo non fosse legato alla leadership della missione, è strano supporre che per un'attività spaziale possa essere scelta una persona che abbia subito laceranti drammi personali (quali la perdita dell'unica figlia). Ovviamente si tratta di un dubbio su determinati aspetti che mi permetto di evidenziare, oltretutto senza sapere come avvengano realmente le selezioni per simili attività. Ad ogni buon conto, passando all'esiguo (ma costoso...) cast, G. Clooney... siamo certi che davvero fosse li a recitare? Visto il ruolo ed i dialoghi assegnati, il suo "personaggio" somigliava all'allegorìa di un rassicurante Babbo Natale ma con azoto liquido al posto del sangue e se al posto suo ci fosse stata una XBox che leggeva Moby Dick non credo che il risultato sarebbe stato diverso. S. Bullock, invece, credibile come dottoressa e specialista nella missione, molto meno nella transizione ad un "comune" essere umano che affronta la mortale sfida imposta dall'avvenuto disastro. In conclusione, ferma restando l'idea che sia presente una marcata presunzione di fondo, penso che sia un film esteticamente eccellente, teso, dinamico e davvero divertente. Buona visione e saluti
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alexander 1986
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mercoledì 22 gennaio 2014
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sotto il 3d niente
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Orbita terrestre, anno non precisato. Una piccola equipe di astronauti/scienziati sta lavorando alla manutenzione del telescopio Hubble, quando improvvisamente vengono travolti da un'ondata di detriti - la stessa, inaspettata, che si conosce già dal trailer. Sopravvivono solo i due attori in locandina, Bullock e Clooney, i quali dovranno ingegnarsi a fondo per trovare una via di salvezza nella situazione disperata in cui si trovano, sospesi nel vuoto e senza apprezzabili punti di riferimento.
'Gravity' merita due tipi di discorso regolati sull'approccio con cui lo si valuta. Come film in sè e per sè, bisogna ammettere che si tratta di un'esperienza cinematografica affascinante, una vera e propria esposizione dello stato dell'arte delle tecniche visive e grafiche al servizio del cinema.
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Orbita terrestre, anno non precisato. Una piccola equipe di astronauti/scienziati sta lavorando alla manutenzione del telescopio Hubble, quando improvvisamente vengono travolti da un'ondata di detriti - la stessa, inaspettata, che si conosce già dal trailer. Sopravvivono solo i due attori in locandina, Bullock e Clooney, i quali dovranno ingegnarsi a fondo per trovare una via di salvezza nella situazione disperata in cui si trovano, sospesi nel vuoto e senza apprezzabili punti di riferimento.
'Gravity' merita due tipi di discorso regolati sull'approccio con cui lo si valuta. Come film in sè e per sè, bisogna ammettere che si tratta di un'esperienza cinematografica affascinante, una vera e propria esposizione dello stato dell'arte delle tecniche visive e grafiche al servizio del cinema. Gli effetti speciali, esaltati dal 3D, compiono il loro dovere in maniera encomiabile, donandoci il senso della vertigine e della distanza come mai si era visto prima. Alcune riprese in prima persona, facendo combaciare ai nostri gli occhi dei protagonisti, causano un senso di claustrofobia assolutamente realistico. Tutto bello, finché l'occhio non si abitua a queste fantasmagorie; quando ciò avviene, emerge l'assoluta pochezza di tutto il resto. E questo comincia a pesare nella valutazione di una pellicola candidata a 10 Academy Awards.
I sapienti del cinema si ostinano a invocare il nome di '2001. Odissea nello spazio' ogni qualvolta vedono uno scafandro da astronauta e qualsiasi cosa abbia la parvenza di uno Shuttle. Più che al capolavoro kubrickiano, che a questo punto mi chiedo in quanti abbiano effettivamente visto, 'Gravity' andrebbe inserito nella recente nidiata di quelle pellicole che si basano sulla solitudine e sulla disperazione dell'individuo nelle situazioni impossibili: vedi Open Water (2003), 127 Ore (2010), Buried (2010). Niente vertigini metafisiche quindi, ma un più 'terreno' ritratto della fragilità individuale, a cui fa seguito la tanto americana forza d'animo che emerge sempre nella tempesta. Americana è anche la (scontatissima) conclusione. La trama è talmente inconsistente che il buon Cuaron, dovendo confezionare un film di un'ora e mezza, è costretto ad allungare il brodo con soluzioni piuttosto goffe - i soliti 'imprevisti' annunciati. Passando agli attori da copertina: Bullock stranamente ben calata nella parte, anche esteticamente; Clooney comicamente fuori ruolo: il suo giocare all'astroboy di inizio film avrà fatto sbellicare dalle risate chiunque abbia una vaga idea di cosa sia una passeggiata spaziale.
In conclusione: film che oggi merita di essere visto, ma che fra qualche anno (quando la grande sbornia di 3D sarà passata) sarà messo da parte senza rimpianti.
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carlosantoni
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venerdì 4 ottobre 2013
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ingorghi spettacolari in 3d a 600 km d'altezza
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Del tutto superfluo soffermarsi sulla padronanza dimostrata da Cuaron nel maneggiare gli effetti speciali in 3D: semplicemente, a vedere il film si resta senza fiato; anzi, va detto che senza nulla togliere alla bravura di Clloney e Bullock, in particolare di quest'ultima, sono loro, gli effetti speciali digitali, i veri protagonisti di questo film assolutamente eccellente dal punto di vista visivo, e necessariamente breve (senza i titoli di coda dura meno di un’ora e mezzo). Necessariamente breve perché altrimenti si rischia di non reggere, tanta è l’adrenalina che ti fa sprigionare. La scena iniziale si può dire che duri circa tre quarti d’ora, insomma una buona metà del film, e in quei tre quarti d’ora non c’è un momento in cui ci si possa rilassare: siamo totalmente sommersi, catturati e voracemente divorati dalle scene fantastiche ed eccitantissime che si susseguono senza soluzione di continuità.
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Del tutto superfluo soffermarsi sulla padronanza dimostrata da Cuaron nel maneggiare gli effetti speciali in 3D: semplicemente, a vedere il film si resta senza fiato; anzi, va detto che senza nulla togliere alla bravura di Clloney e Bullock, in particolare di quest'ultima, sono loro, gli effetti speciali digitali, i veri protagonisti di questo film assolutamente eccellente dal punto di vista visivo, e necessariamente breve (senza i titoli di coda dura meno di un’ora e mezzo). Necessariamente breve perché altrimenti si rischia di non reggere, tanta è l’adrenalina che ti fa sprigionare. La scena iniziale si può dire che duri circa tre quarti d’ora, insomma una buona metà del film, e in quei tre quarti d’ora non c’è un momento in cui ci si possa rilassare: siamo totalmente sommersi, catturati e voracemente divorati dalle scene fantastiche ed eccitantissime che si susseguono senza soluzione di continuità. Gli aspetti strettamente personali di questo film (la storia di Ryan-Sandra infermiera con una figlia morta per fatalità all’età di quattro anni, l’ironia scontata del super eroe Clooney che come se niente fosse sa sacrificarsi senza perdere il sorriso) sono abbastanza scontati e non aggiungono più di tanto alla storia, che peraltro è quasi priva di trama (ripeto: non è la trama che conta, quanto il modo in cui la vicenda è raccontata, e cioè attraverso degli effetti speciali semplicemente superlativi). La Ryan-Bullock passa, seppur con estrema difficoltà e perizia, e quasi annientata dal terrore per la propria sconfinata solitudine, da un’astronave Usa ad una russa, infine ad una cinese: a significare che anche lassù, nel turchino più profondo, gli Usa non possono più contare sull’ egemonia di un tempo: le cose cambiano, e meno male per la simpatica Sandra, che altrimenti non avrebbe modo di sfangarla, saltando da una carretta spaziale all’altra. A mo’ di battuta direi questo: sembrerebbe che a 600 km d’altezza ci siano più detriti in circolazione che per le vie di Napoli o Palermo, e certamente molta meno tranquillità e sicurezza!
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nick simon
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domenica 6 ottobre 2013
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esercizio tecnico con velleità filosofiche
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Gravity ambiva ad essere un'esperienza profonda, innovativa, coinvolgente e plurisensoriale. C'è qualche piano sequenza ben girato, qualche virtuosismo sull'assenza di gravità, un certo fascino figurativo. Ma poco più. A. Cuarón riesce nell'impresa di sbagliare quasi tutto, con un'opera votata ad un autocompiacimento tecnico ed estetico che sfiora il calligrafismo. La sceneggiatura, curata dal regista col figlio Jonás, è un capolavoro di banalità e pretestuosità. I personaggi sono schizzati frettolosamente, e ogni tentativo di approfondimento psicologico appare goffo, scontato, o insopportabilmente zuccheroso. G. Clooney fa lo spaccone e proferisce battute dozzinali a raffica.
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Gravity ambiva ad essere un'esperienza profonda, innovativa, coinvolgente e plurisensoriale. C'è qualche piano sequenza ben girato, qualche virtuosismo sull'assenza di gravità, un certo fascino figurativo. Ma poco più. A. Cuarón riesce nell'impresa di sbagliare quasi tutto, con un'opera votata ad un autocompiacimento tecnico ed estetico che sfiora il calligrafismo. La sceneggiatura, curata dal regista col figlio Jonás, è un capolavoro di banalità e pretestuosità. I personaggi sono schizzati frettolosamente, e ogni tentativo di approfondimento psicologico appare goffo, scontato, o insopportabilmente zuccheroso. G. Clooney fa lo spaccone e proferisce battute dozzinali a raffica. Più brava S. Bullock, che tuttavia ansima e piagnucola per la maggior parte del film. I pochi meriti della pellicola vanno ricercati nei settori strettamente tecnici: sono il maestoso impianto scenografico, la fotografia di E. Lubezki, il montaggio, il sonoro e soprattutto gli impressionanti effetti speciali, a rendere credibili le disavventure spaziali dei protagonisti. Più che i risvolti avventurosi e umani prevale la componente ansiogena, grazie ad una buona suspense, a volte tirata fino allo spasmo. Gli intenti pseudo-antropologici, mistici e filosofici falliscono miseramente; la colonna sonora, benché avvincente, suggerisce un'epicità che di fatto non c'è.
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flyanto
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lunedì 7 ottobre 2013
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di fronte alla paura di rimanere soli
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Film in cui viene rappresentato l'incidente, con i conseguenti problemi di salvataggio, in cui incappano alcuni astronauti americani nel corso di una delicata missione nello spazio. Essi rischieranno la vita, anzi, quasi tutti la perderanno proprio, eccetto uno: la donna, interpretata da Sandra Bullock, che però dovrà affrontare tutta da sola il proprio salvataggio ed una realtà quanto mai angosciante. Quest' opera di Alfonso Cuaron che è stata presentata all'ultima Mostra del Cinema di Venezia è un'opera di breve durata, tempisticamente parlando, ma perfettamente concentrata per ciò che riguarda la trama, riuscendo a riassumere la vicenda in soli 90 minuti ma rendendo perfettamente chiari per lo spettatore l'idea dell'ambiente dello spazio, di quello claustrofobico delle navicelle spaziali, del pericolo di vita che viene costantemente corso dagli astronauti e dei dubbi e delle paure che possono assalire quest'ultimi sull'esistenza in generale e sul suo significato.
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Film in cui viene rappresentato l'incidente, con i conseguenti problemi di salvataggio, in cui incappano alcuni astronauti americani nel corso di una delicata missione nello spazio. Essi rischieranno la vita, anzi, quasi tutti la perderanno proprio, eccetto uno: la donna, interpretata da Sandra Bullock, che però dovrà affrontare tutta da sola il proprio salvataggio ed una realtà quanto mai angosciante. Quest' opera di Alfonso Cuaron che è stata presentata all'ultima Mostra del Cinema di Venezia è un'opera di breve durata, tempisticamente parlando, ma perfettamente concentrata per ciò che riguarda la trama, riuscendo a riassumere la vicenda in soli 90 minuti ma rendendo perfettamente chiari per lo spettatore l'idea dell'ambiente dello spazio, di quello claustrofobico delle navicelle spaziali, del pericolo di vita che viene costantemente corso dagli astronauti e dei dubbi e delle paure che possono assalire quest'ultimi sull'esistenza in generale e sul suo significato. La protagonista Sandra Bullock è una donna sola, rimasta privata sulla Terra della figlia piccola deceduta prematuramente in un incidente mortale, e la sua solitudine nel corso della propria esistenza quotidiana sul continente si accentua qui nello spazio, come quasi a voler sottolineare quanto l'essere umano sia praticamente nulla rispetto alla vastità ed all' incognito dell'universo. Concludendo, senza dubbio il film risulta molto efficace e ben realizzato per ciò che concerne appunto la riproduzione fedele del mondo dello spazio, discostandolo da un mero film di fantascienza poco approfondito. Da consigliare per gli appassionati del genere.
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veronica c
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mercoledì 22 gennaio 2014
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binomio scienza/umanesimo: la forza nell'immagine.
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Scienza e umanesimo i protagonisti assoluti del nuovo film del messicano Alfonso Cuaròn; l’una al servizio dell’altro in un binomio inscindibile quanto vincente.
E’ la storia di un viaggio accidentale tra basi spaziali in totale assenza di gravità; la vulnerabilità dell’uomo è più evidente che mai, in una sfida continua tra vita e morte, tra istinto di sopravvivenza e desiderio di abbandono di fronte all’immensa grandezza e potenza dell’universo.
La dottoressa Ryan Stone, magistralmente interpretata da una radiosa Sandra Bullock da Oscar, affiancata in itinere dal comandante della missione Matt Kowalski del bravo Clooney, in seguito ad una pioggia di detriti che distrugge lo shuttle dove stava lavorando, si ritrova ad essere l’unica superstite della catastrofe e a dover combattere contro una serie di pericolose circostanze che ostacolano il suo ritorno sulla Terra.
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Scienza e umanesimo i protagonisti assoluti del nuovo film del messicano Alfonso Cuaròn; l’una al servizio dell’altro in un binomio inscindibile quanto vincente.
E’ la storia di un viaggio accidentale tra basi spaziali in totale assenza di gravità; la vulnerabilità dell’uomo è più evidente che mai, in una sfida continua tra vita e morte, tra istinto di sopravvivenza e desiderio di abbandono di fronte all’immensa grandezza e potenza dell’universo.
La dottoressa Ryan Stone, magistralmente interpretata da una radiosa Sandra Bullock da Oscar, affiancata in itinere dal comandante della missione Matt Kowalski del bravo Clooney, in seguito ad una pioggia di detriti che distrugge lo shuttle dove stava lavorando, si ritrova ad essere l’unica superstite della catastrofe e a dover combattere contro una serie di pericolose circostanze che ostacolano il suo ritorno sulla Terra. Dal punto di vista dell’intreccio ci troviamo di fronte al tipico viaggio di formazione in cui il susseguirsi degli eventi segna una progressiva crescita del protagonista; tuttavia la forza dell’immagine è il differenziale. Essa ottenebra il prevedibile, conferisce credibilità e suggestiona irrevocabilmente lo spettatore, trascinandolo in una dimensione onirica, in un continuo avvicendarsi di scientifico e metafisico. Grazie anche al supporto del tridimensionale, tecnologia ormai non più così nuova, eppure raramente usata in maniera tanto artistica quanto in “Gravity”, si è partecipi con Ryan di una sublime visione dell’universo, nonché della nostra più profonda umana interiorità.
Risuonano costanti gli echi di matrice romantica; quale miglior rappresentazione del sentimento del sublime, che provoca in noi sgomento, ma allo stesso tempo anche attrazione? Parafrasando liberamente il Qoelet, “Dio mise il desiderio dell’eterno nel cuore dell’uomo”; tale anelito nei confronti dell’infinito, proprio in quanto insito nella nostra stessa natura, è sempre così forte in noi uomini di ogni tempo, condannati quindi ad aspirare all’irraggiungibile, vivendo entro i limiti di un mondo finito. Ebbene, nel film di Cuaròn si ha l’impressione di avvertire almeno per un attimo quella dimensione ulteriore, quell’altrove che ci sfugge, sospesi in uno spazio che è davvero al confine tra ciò che scientificamente conosciamo e ciò che ci trascende.
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, parola di Kant. Le stelle in “Gravity” sono tutte intorno, eppure il concetto non cambia. E’ costante la consapevolezza del rigido meccanicismo che regola le leggi della fisica e quella dell’immensità del tutto rispetto all’umana piccolezza; a questo però si affianca la percezione di essere, pur nella nostra insignificanza, portatori di una libertà che regola la nostra morale e ci fa sentire grandi in una realtà altra rispetto a quella conoscibile teoreticamente.
Ecco allora che una passeggiata spaziale che ha del surreale, seppur effettivamente verosimile, intingendosi di spiritualità, ci offre l’occasione di compiere un iter nei meandri più profondi del nostro animo, rimanendo seduti in poltrona. Si può chiedere forse di più all’immaginifica settima arte?
Il tutto si compie, dopo novanta minuti, con una scena mozzafiato, apice della climax ascendente che ci tiene incollati allo schermo per tutto lo svolgersi del film. La bellezza della Bullock è commovente, in questa indimenticabile sequenza che sembra vedere nell’acqua l’arché di tutte le cose.Scienza e umanesimo i protagonisti assoluti del nuovo film del messicano Alfonso Cuaròn; l’una al servizio dell’altro in un binomio inscindibile quanto vincente.
E’ la storia di un viaggio accidentale tra basi spaziali in totale assenza di gravità; la vulnerabilità dell’uomo è più evidente che mai, in una sfida continua tra vita e morte, tra istinto di sopravvivenza e desiderio di abbandono di fronte all’immensa grandezza e potenza dell’universo.
La dottoressa Ryan Stone, magistralmente interpretata da una radiosa Sandra Bullock da Oscar, affiancata in itinere dal comandante della missione Matt Kowalski del bravo Clooney, in seguito ad una pioggia di detriti che distrugge lo shuttle dove stava lavorando, si ritrova ad essere l’unica superstite della catastrofe e a dover combattere contro una serie di pericolose circostanze che ostacolano il suo ritorno sulla Terra. Dal punto di vista dell’intreccio ci troviamo di fronte al tipico viaggio di formazione in cui il susseguirsi degli eventi segna una progressiva crescita del protagonista; tuttavia la forza dell’immagine è il differenziale. Essa ottenebra il prevedibile, conferisce credibilità e suggestiona irrevocabilmente lo spettatore, trascinandolo in una dimensione onirica, in un continuo avvicendarsi di scientifico e metafisico. Grazie anche al supporto del tridimensionale, tecnologia ormai non più così nuova, eppure raramente usata in maniera tanto artistica quanto in “Gravity”, si è partecipi con Ryan di una sublime visione dell’universo, nonché della nostra più profonda umana interiorità.
Risuonano costanti gli echi di matrice romantica; quale miglior rappresentazione del sentimento del sublime, che provoca in noi sgomento, ma allo stesso tempo anche attrazione? Parafrasando liberamente il Qoelet, “Dio mise il desiderio dell’eterno nel cuore dell’uomo”; tale anelito nei confronti dell’infinito, proprio in quanto insito nella nostra stessa natura, è sempre così forte in noi uomini di ogni tempo, condannati quindi ad aspirare all’irraggiungibile, vivendo entro i limiti di un mondo finito. Ebbene, nel film di Cuaròn si ha l’impressione di avvertire almeno per un attimo quella dimensione ulteriore, quell’altrove che ci sfugge, sospesi in uno spazio che è davvero al confine tra ciò che scientificamente conosciamo e ciò che ci trascende.
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, parola di Kant. Le stelle in “Gravity” sono tutte intorno, eppure il concetto non cambia. E’ costante la consapevolezza del rigido meccanicismo che regola le leggi della fisica e quella dell’immensità del tutto rispetto all’umana piccolezza; a questo però si affianca la percezione di essere, pur nella nostra insignificanza, portatori di una libertà che regola la nostra morale e ci fa sentire grandi in una realtà altra rispetto a quella conoscibile teoreticamente.
Ecco allora che una passeggiata spaziale che ha del surreale, seppur effettivamente verosimile, intingendosi di spiritualità, ci offre l’occasione di compiere un iter nei meandri più profondi del nostro animo, rimanendo seduti in poltrona. Si può chiedere forse di più all’immaginifica settima arte?
Il tutto si compie, dopo novanta minuti, con una scena mozzafiato, apice della climax ascendente che ci tiene incollati allo schermo per tutto lo svolgersi del film. La bellezza della Bullock è commovente, in questa indimenticabile sequenza che sembra vedere nell’acqua l’arché di tutte le cose.
Recensione "Menzione d' onore" al concorso di critica cinematografica "Genere Femminile: quando le donne criticano il cinema".
Autrice: Veronica Canalini
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