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_oldboy_
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domenica 20 ottobre 2013
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una nuova rivoluzione tecnica, ma la storia latita
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Ci sono due modi in cui uno spettatore può guardare gravity. Lo può vivere quasi come un "esperienza-quasi-virtuale" o come un normale film. Se visto come "esperienza-quasi-virtuale" gravity a pochissimi precedenti (forse nessuno) nella storia del cinema. Alfonso Cuaròn è riuscito a combinare regia (degna assolutamente di un oscar) effetti speciali (anche) e 3D per creare una vera e propria esperienza audio-visiva senza precedenti, immersi a e realistica. Ci si dimentica di essere davanti a uno schermo e sembra di essere veramente nello spazio. A fine visione, infatti, si esce fisicamente sfiniti: adrenalina, angoscia e anche nausea perdurano ben oltre i titoli di coda.
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Ci sono due modi in cui uno spettatore può guardare gravity. Lo può vivere quasi come un "esperienza-quasi-virtuale" o come un normale film. Se visto come "esperienza-quasi-virtuale" gravity a pochissimi precedenti (forse nessuno) nella storia del cinema. Alfonso Cuaròn è riuscito a combinare regia (degna assolutamente di un oscar) effetti speciali (anche) e 3D per creare una vera e propria esperienza audio-visiva senza precedenti, immersi a e realistica. Ci si dimentica di essere davanti a uno schermo e sembra di essere veramente nello spazio. A fine visione, infatti, si esce fisicamente sfiniti: adrenalina, angoscia e anche nausea perdurano ben oltre i titoli di coda. Insomma, gravity dal punto di vista tecnico sancisce un passo avanti come non accadeva dai tempi di avatar. E, purtroppo, e forse l'unica ragione per cu. Il film rimarrà. Perchè se gravity lo si analizza come un qualsiasi altro film emergono parecchi difetti. La sceneggiatura e la trama sono inesistenti, i protagonisti un pò troppo abbozzati ( Quello di George Clooney addirittura ridicolo e assolutamente fuori luogo con del sue battute comiche, e il passato di Sandra Bullock è fin troppo abbozzato)e, sopratutto, per un film che parla di sopravvivenza, lotta per la vita e trovare la forza anche quando si è disperati il film è fin troppo poco filosofico. È assolutamente vuoto. Qualche elemento di riflessione non avrebbe guastato con una trama del genere. Il film non è perfetto. Per nulla. Ma è un cocktail di emozioni come si vedono raramente al cinema, una vera e propria esperienza filmica e una rivoluzione tecnica totale.
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ilaria pasqua
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martedì 22 ottobre 2013
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un'esperienza unica
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La buona fantascienza al cinema è stata una rarità negli ultimi anni. L’ultimo film che mi ha davvero emozionata è stato il suggestivo Moon, e ne è passato di tempo. Bene, ora posso aggiungere all’esigua lista dei recenti anche Gravity, con la speranza che non sia l'ennesimo caso isolato.
Questo Gravity di Alfonso Cuarón girava sulla bocca degli addetti ai lavori e degli appassionati da anni. Ricordo quando si parlava di Angelina Jolie nel ruolo della protagonista, poi quando è stata scelta Sandra Bullock mi ero riproposta di non andarlo a vedere, anche perché agli inizi il progetto non sembrava un granché. Sandra Bullock non è mai stata tra le mie attrici preferite, ma dal lontano 2010 quest’attrice è riuscita a riscattarsi con interpretazioni più o meno buone.
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La buona fantascienza al cinema è stata una rarità negli ultimi anni. L’ultimo film che mi ha davvero emozionata è stato il suggestivo Moon, e ne è passato di tempo. Bene, ora posso aggiungere all’esigua lista dei recenti anche Gravity, con la speranza che non sia l'ennesimo caso isolato.
Questo Gravity di Alfonso Cuarón girava sulla bocca degli addetti ai lavori e degli appassionati da anni. Ricordo quando si parlava di Angelina Jolie nel ruolo della protagonista, poi quando è stata scelta Sandra Bullock mi ero riproposta di non andarlo a vedere, anche perché agli inizi il progetto non sembrava un granché. Sandra Bullock non è mai stata tra le mie attrici preferite, ma dal lontano 2010 quest’attrice è riuscita a riscattarsi con interpretazioni più o meno buone. E comunque, seriamente, ci si può perdere un bel film come questo perché c’è un attore che non piace troppo? Per me questa cosa vale solo per uno: Nicolas Cage. Poi riesco a sorbirmi proprio di tutto, quando ne vale la pena.
Tornando al film la trama è semplice e ormai plurinota: Sandra Bullock e George Clooney sono nello spazio con uno shuttle per una missione, proprio nel momento in cui uno sciame di detriti rischia di colpirli, trasformando quel semplice intervento tecnico in un incubo.
Così si affrettano, ma l’impatto è inevitabile. Ryan, la dottoressa interpretata dalla Bullock, viene sbalzata via e sarà il bel Matt Kowalski, George Clooney con il suo solito irresistibile charme, ad andarla a recuperare, per poi perdersi in due, visto che il loro punto d’appoggio è irrecuperabile. Così si muovono verso un altro obiettivo, prima la Stazione Spaziale Internazionale, per poi raggiungere in un secondo momento la navetta dei cinesi, sperando di fare in tempo, perché Ryan è quasi in riserva d’ossigeno.
Cosa posso dire di questo film se non che mi ha fatto restare con il fiato sospeso per tutto il tempo? Magistralmente costruito e credibile fino al minimo dettaglio, Gravity è una meraviglia per gli occhi e un colpo al cuore. Ho passato l’intero film a pugni stretti, con le mani sudaticce e il fiato corto. Perdersi nello spazio… uno dei peggiori incubi, come perdersi nel mare aperto. I movimenti sono limitati, la stanchezza avanza, e intorno... il nulla.
Ryan dirà all’inizio che quel silenzio le piace. È un silenzio ristoratore che ottunde tutti i sensi e genera una pace che sembra riempire il cuore. La vita quotidiana poi è così lontana che niente può toccarti. Forse per questo motivo Ryan è lì, lontano da tutto e tutti.
Quando però non è più agganciata a nulla e vortica, sballottata dalla gravità, nel tentativo disperato di raggiungere la meta, di aggrapparsi, di non scivolare, pensa di lasciarsi definitivamente andare, di arrendersi. Ha una sua storia triste alle spalle e quella potrebbe essere davvero la fine. Basterebbe arrendersi. Ma sarà Clooney a risvegliare la sua coscienza, lo fa sin dall'inizio, come una sorta di guida saggia che nasconde i suoi consigli tra una storiella assurda e l'altra, impedendogli di ignorare ciò su cui deve concentrarsi per farcela: se stessa. Affrontare la vita e la morte per imparare di nuovo a camminare. Ed è questo ciò che mi è piaciuto molto, c’è un evoluzione del personaggio che a volte viene trascurata in film del genere a favore degli effetti speciali, e anzi, non solo un'evoluzione, ma una completa centralità dell'uomo e del suo sentire.
Recensione completa su www.ilariapasqua.net
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[+] ...forse mancava da kubrick!
(di andrea giostra)
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lorbrush
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lunedì 28 ottobre 2013
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gravity
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Il film nasce da una buona intuizione: rappresentare la solitudine dell'essere umano in rapporto alla drammaticità di certi eventi mediante la metafora di una solitaria avventura cosmica. Dal punto di vista squisitamente narrativo le premesse e le potenzialità delle idee, tuttavia, non sono sfruttate appieno, e ben presto il film scivola nel più comune degli esiti dell'allegoria: quello di banalizzare e appiattire la riflessione. Probabilmente è il circuito del mainstream (cui inevitabilmente il film è destinato) che ha costretto gli autori a certe eccessive concessioni alla spettacolarizzazione, e a qualche caduta nella più banale retorica (il momento in cui Sandra Bullock si rannicchia in posizione fetale nella navicella, con tanto di cordone ombelicale), ciò non toglie che dal punto di vista dell'impegno intellettuale, il film risulti insipido (e talvolta già visto).
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Il film nasce da una buona intuizione: rappresentare la solitudine dell'essere umano in rapporto alla drammaticità di certi eventi mediante la metafora di una solitaria avventura cosmica. Dal punto di vista squisitamente narrativo le premesse e le potenzialità delle idee, tuttavia, non sono sfruttate appieno, e ben presto il film scivola nel più comune degli esiti dell'allegoria: quello di banalizzare e appiattire la riflessione. Probabilmente è il circuito del mainstream (cui inevitabilmente il film è destinato) che ha costretto gli autori a certe eccessive concessioni alla spettacolarizzazione, e a qualche caduta nella più banale retorica (il momento in cui Sandra Bullock si rannicchia in posizione fetale nella navicella, con tanto di cordone ombelicale), ciò non toglie che dal punto di vista dell'impegno intellettuale, il film risulti insipido (e talvolta già visto).
Questo è un peccato giacchè l'idea di base avrebbe potuto essere decisamente fertile, se avesse seguito un percorso del tutto diverso.
Dal punto di vista squisitamente narrativo e visivo, è invece un ottimo film: splendide immagini, voli vorticosi della mdp tra oggetti digitali e non, phatos costante, colpi di scena (sebbene il maggiore di questi sia telefonato, almeno per chi ha visto "i figli degli uomini") e un finale che tutto sommato non stona con l' identità che infine si è attribuita al film (tra ammiccamenti a 2001 e qualche eccessiva concessione all'hollywoodiana spettacolarizzazione).
La storia regge, sebbene i (il) personaggi(o) non siano certamente approfonditi quanto si vorrebbe. Qualche situazione e qualche dialogo banale (i consigli di Clooney, il lutto che ha sofferto la bullock, che viene spiattellatto senza troppa originalità e non interiorizzato), insomma: tutte cose che rientrano nel discorso con il quale ho aperto questa breve lettura: il film non ha voluto o potuto diverntare qualcosa di più, o tenersi in efficace equilibrio.
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eugenio
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martedì 5 novembre 2013
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la nuova frontiera della fantascienza
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La diffidenza verso il 3D perde questa volta la scommessa. Lontano da ogni più rosea previsione avviene un piccolo miracolo cinematografico che stupisce per bellezza visiva e grafica. Ecco allora che ricordarsi di illustri passati come 2001 Odissea nello Spazio e Solaris trova un senso nella scelta di inquadrature, nella cura dei dettagli, nell’introspezione psicologica a migliaia di chilometri di distanza dalla Terra che l’attrice, Sandra Bullock, riesce perfettamente a incarnare.
Gravity è tutto questo: un film che stupisce (negativamente) per l’abbondanza di inesattezze scientifiche ma (positivamente) soprattutto per la peculiarità e il contesto in cui esso esse sono inserite che rendono meno “traumatica” la caratterizzazione
Ci troviamo nello spazio dove due coraggiosi astronauti, la dottoressa Stone (Bullock) e Kowalsy (Clooney) durante una missione di manutenzione sul telescopio Hubble, vengono colpiti da un'onda di detriti.
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La diffidenza verso il 3D perde questa volta la scommessa. Lontano da ogni più rosea previsione avviene un piccolo miracolo cinematografico che stupisce per bellezza visiva e grafica. Ecco allora che ricordarsi di illustri passati come 2001 Odissea nello Spazio e Solaris trova un senso nella scelta di inquadrature, nella cura dei dettagli, nell’introspezione psicologica a migliaia di chilometri di distanza dalla Terra che l’attrice, Sandra Bullock, riesce perfettamente a incarnare.
Gravity è tutto questo: un film che stupisce (negativamente) per l’abbondanza di inesattezze scientifiche ma (positivamente) soprattutto per la peculiarità e il contesto in cui esso esse sono inserite che rendono meno “traumatica” la caratterizzazione
Ci troviamo nello spazio dove due coraggiosi astronauti, la dottoressa Stone (Bullock) e Kowalsy (Clooney) durante una missione di manutenzione sul telescopio Hubble, vengono colpiti da un'onda di detriti. A seguito della distruzione della navetta spaziale, i due superstiti rimangono separati l’uno dall’altro con scarse possibilità di comunicazione con la stazione base a causa del danneggiamento dei ponti radio. A ciò si aggiunge la mancanza di ossigeno, la lontananza da una stazione spaziale che pare una chimera e non ultimo dato la speranza che minuto dopo minuto diventa sempre più flebile......
Fin qui tutto regolare: la trama è catastrofica come si deve ma la novità viene guardando. Dopo una prima analisi convenzionale pur se ricercata e coraggiosa nelle inquadrature frutto di un intenso lavoro d’equipe che ha richiesto mesi e mesi di studio e ricerche, la seconda parte quasi avulsa dalla prima e legata da un filo molto labile che ha come cuore la storia della dottoressa Stone, diviene più psicologica. Quasi immersi dalla contemporaneità tecnologica della stazione spaziale, rimaniamo visivamente coinvolti dalla disperazione della giovane mente razionale,dal suo senso di ansia dinanzi al vuoto infinito dell’universo nel quale si fatica a trovare un senso, una ragione strettamente ancorati a un’esistenza che nello spazio è priva di saldi punti di riferimento. La rinascita e le allucinazioni indotti dallo stress psicologico alla Solaris riflettono sul destino metafisico della vita, sul significato di un Paradiso laico dove poter indirizzare il senso di un’esplorazione spaziale frutto di curiosità e intraprendenza.
Strumento essenziale che questa volta coadiuva l’effetto speciale è il silenzio. Finalmente un film che riflette,lontano dal caos delle “guerre spaziali” in un’atmosfera rarefatta e solitaria. La nuova frontiera dello spazio è sancita: non un territorio da conquistare e poi salvaguardare (Oblivion), non una guerra costante di lotta contro i propri demoni interiori (After Earth) ma un obbligato strumento di ricerca interiore.
Quattro anni dopo Moon e a quarantacinque di distanza 2001 Odissea nello spazio, Cuaron rielabora le teorie metafisiche di Kubrick per “adattarle” al contesto consumistico odierno. La vicenda della dottoressa Stone in lotta contro lo spettro della morte e le belle inquadrature delle Terra che ricordano -per immagini- la cupezza di Melancholia scorre veloce e coinvolge lo spettatore malgrado l’eccesso occasionale di retorica (che delle volte a causa dell’eccessiva metafora può annoiare) e l’artificiosità voluta che non scalda il cuore.
Gli occhi però sono soddisfatti e la mente pure. Una mezza vittoria che vuol dire già qualcosa in questo tempo.
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pensierocivile
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martedì 12 novembre 2013
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umanità
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GRAVITY è la storia di una donna, che un dolore immane consegna inerme al destino; una donna che si astrae dalla propria vita rifugiandosi nel lavoro di ingegnere biomedico e affronta la sua prima missione spaziale; una donna che guarda il mondo “dall'alto”, quel mondo che l'ha costretta al dolore più terribile per una madre, guarda e nega la vita, così come la bellezza del pianeta azzurro. Ma GRAVITY è anche il racconto di una intensa ricerca interiore, dal desiderio di cedere finalmente alla “sconfitta” al vigore di una forza nuova; di una scelta coraggiosa ed enorme quanto la volontà di rovesciare il dolore e tornare alla vita, rinascere per poter convivere con la sofferenza e dalla sofferenza risvegliarsi più forte, senza dimenticare.
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GRAVITY è la storia di una donna, che un dolore immane consegna inerme al destino; una donna che si astrae dalla propria vita rifugiandosi nel lavoro di ingegnere biomedico e affronta la sua prima missione spaziale; una donna che guarda il mondo “dall'alto”, quel mondo che l'ha costretta al dolore più terribile per una madre, guarda e nega la vita, così come la bellezza del pianeta azzurro. Ma GRAVITY è anche il racconto di una intensa ricerca interiore, dal desiderio di cedere finalmente alla “sconfitta” al vigore di una forza nuova; di una scelta coraggiosa ed enorme quanto la volontà di rovesciare il dolore e tornare alla vita, rinascere per poter convivere con la sofferenza e dalla sofferenza risvegliarsi più forte, senza dimenticare. Non solo, accanto a tanta umanità GRAVITY si eleva anche per la tecnica, con una regia ammaliante, mai protagonista, a disposizione del racconto per l'esaltazione del racconto, con un 3D fondamentale capace di descrivere, sottolineare, stupire, spaventare, angosciare. Un film importante non scevro da difetti, molto concentrati nel personaggio “solito” di Clooney, superfluo, e dall'eloquio poetico, filosofico, poco in sintonia con la drammaticità del racconto, così come le scelte di sceneggiatura che semplificano e affrettano il ritorno “a terra”, deviando un po' troppo sulle rotte del blockbuster.
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il passatore
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lunedì 9 dicembre 2013
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avvincente dal primo all’ultimo minuto
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Gravity è un film di fantascienza, senza alieni e senza salti nell’iperspazio; potrebbe essere la cronaca di una missione spaziale, di quelle di cui siamo informati solo quando le cose si mettono male. Ci sono solo due personaggi e una voce (Houston), con quel minimo di non realismo che la fiction rivendica.
Sarebbe logico pensare che i veri viaggi degli astronauti e le mirabolanti trovate rese possibili dagli effetti speciali avrebbero spento qualsiasi interesse per un film di questo genere. Invece l’ispirazione, la vision del regista messicano Alfonso Cuaròn, autore assieme al figlio della sceneggiatura, ci ha regalato un bel film che ci ha fatto provare di nuovo le emozioni di Odissea nello Spazio.
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Gravity è un film di fantascienza, senza alieni e senza salti nell’iperspazio; potrebbe essere la cronaca di una missione spaziale, di quelle di cui siamo informati solo quando le cose si mettono male. Ci sono solo due personaggi e una voce (Houston), con quel minimo di non realismo che la fiction rivendica.
Sarebbe logico pensare che i veri viaggi degli astronauti e le mirabolanti trovate rese possibili dagli effetti speciali avrebbero spento qualsiasi interesse per un film di questo genere. Invece l’ispirazione, la vision del regista messicano Alfonso Cuaròn, autore assieme al figlio della sceneggiatura, ci ha regalato un bel film che ci ha fatto provare di nuovo le emozioni di Odissea nello Spazio.
Cuaròn riesce magistralmente a produrre nello spettatore uno stato di ansia nei primi venti minuti di film (una scena unica, lunghissima) come raramente accade nel cinema, per poi sviluppare una vicenda drammatica e piena di emozioni, dalla quale riesce a ritagliare momenti di contemplazione della terra vista dallo spazio e della calma che essa ispira.
Ci voleva anche un’attrice che fosse in grado di sostenere un monologo di un’ora, e Cuaròn l’ha trovata in una bravissima Sandra Bullock, strappata ai ruoli brillanti in cui eccelle per ricoprire un ruolo drammatico che potrebbe fruttarle il secondo premio Oscar.
Un apprezzamento anche per George Clooney che si fa carico di un ruolo che prevede un solo minuto del suo viso fuori dallo “scafandro”. Il personaggio del veterano dello spazio è perfettamente delineato: positivo, sicuro di sé, pieno di risorse eppure simpatico e spiritoso.
Non si può assistere a questo film porta senza chiedersi “Come hanno fatto?” Lo spettatore nota l’ossessionante attenzione a simulare l’assenza di gravità, con i pezzi degli scacchi o le gocce di liquido che galleggiano nelle astronavi, come pure le violente rotazioni degli astronauti nello spazio.
Molte immagini sono generate digitalmente, ma si è fatto ricorso anche a mezzi creati appositamente per questo film, come le telecamere robotizzate (pare si sia utilizzata una telecamera che viaggiava a 40 km all’ora per poi fermarsi a pochi centimetri dal viso della Bullock!) oppure una stanza “delle luci” con due milioni di Led per ricreare la luce nello spazio e permettere la sua rotazione attorno agli attori, che, poveretti, dovevano rimanere per ore isolati nella stanza, appesi a funi.
Ci permettiamo però di rilevare un piccolo neo della produzione che, 30 anni dopo Jack Lemmon nella Sindrome Cinese, ci ripropone la stessa scena dello strumento inceppato che segna zero dopo il tic-tic del dito sul vetro, come se su un’astronave di oggi possa trovar posto uno strumento analogico, antiquato e ingombrante come quello.
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gianleo67
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venerdì 27 dicembre 2013
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l'insostenibile pesantezza dell'essere
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Gli astronauti americani impegnati nella riparazione del telescopio spaziale Hubble fuori dallo Shuttle in orbita attorno alla Terra, vengono colpiti dai detriti di un satellite russo andato in frantumi. Gli unici sopravvissuti, una dottoressa con mansioni tecniche ed un esperto capo pilota, restano in isolamento radio dalla base di Huston, fluttuando alla deriva nello spazio nel tentativo, improbabile e complicato, di raggiungere una stazione orbitante cinese da cui rientrare sulla Terra.
Dalla spettacolare prospettiva di una passeggiata spaziale in caduta libera sulla titanica vastità del globo terracqueo, sospesi nel periglioso limbo tra la ferale attrazione gravitazionale del nostro pianeta ed il terrore escatologico di una probabile deriva nelle glaciali profondità dello spazio cosmico, lo spagnolo Cuaron si cimenta in una insolita operazione hollywoodiana dove,perizia tecnica e minimalismo scenografico, sono le coordinate attraverso cui imbastire il consueto dramma dell'isolamento e della sopravvivenza tanto caro alla tradizione cinematografica a stelle e strisce in trasferta extraterrestre.
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Gli astronauti americani impegnati nella riparazione del telescopio spaziale Hubble fuori dallo Shuttle in orbita attorno alla Terra, vengono colpiti dai detriti di un satellite russo andato in frantumi. Gli unici sopravvissuti, una dottoressa con mansioni tecniche ed un esperto capo pilota, restano in isolamento radio dalla base di Huston, fluttuando alla deriva nello spazio nel tentativo, improbabile e complicato, di raggiungere una stazione orbitante cinese da cui rientrare sulla Terra.
Dalla spettacolare prospettiva di una passeggiata spaziale in caduta libera sulla titanica vastità del globo terracqueo, sospesi nel periglioso limbo tra la ferale attrazione gravitazionale del nostro pianeta ed il terrore escatologico di una probabile deriva nelle glaciali profondità dello spazio cosmico, lo spagnolo Cuaron si cimenta in una insolita operazione hollywoodiana dove,perizia tecnica e minimalismo scenografico, sono le coordinate attraverso cui imbastire il consueto dramma dell'isolamento e della sopravvivenza tanto caro alla tradizione cinematografica a stelle e strisce in trasferta extraterrestre. Se è vero che le tematiche principali del plot rimangono ancorate ad una risaputa retorica del self made man (ennesimo episodio del ciclo 'Americani nello spazio' celebrato magistralmente dall'Apollo 13 del mentore Ron Howard) ed al risaputo pragmatismo di una dialettica sentimental filosofica appena abbozzata nel profilo psicologico dei personaggi, resta il merito di una compattezza espositiva che riesce ad articolare l'assunto drammaturgico entro il perimetro limitato di una tuta spaziale; una sorta di psicodramma 'da camera' nella paradossale vastità dello spazio cosmico. Latamente celebrativo della strenua volontà di sopravvivenza dell'uomo (o meglio della donna!) in balia dell'imponderabile e di un positivismo tecnico-scientifico quale condivisione di un codice universale di comunicazione tra i popoli (dallo Shuttle alla ISS e da qui ad una defilata e anonima stazione spaziale cinese), è un viaggio della sopravvivenza al contrario, ove alle pulsioni conoscitive antigravitazionali del genere umano si contrappone lo slancio salvifico di un'attrazione gravitazionale che ci riconduca ad una rassicurante dimensione di esseri terrestri, magari felici di affondare,come la disillusa protagonista, con la faccia nel fango di un primordiale e paludoso acquitrino donde,milioni di anni fa, si è originata la vita. Più che per il pur lodevole minimalismo della sceneggiatura e dei virtuosismi acrobatici della messa in scena, è un film che punta sulla efficace compattezza di un montaggio che sa generare tensione e sulla recitazione essenziale dei bravi interpreti hollywoodiani, due vere stelle del firmamento cinematografico nella loro virtuale orbita attorno alla Terra. Diversi riconoscimenti internazionali tra cui Future Film Festival Digital Award alla 70ª edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e miglior attrice dell'anno a Sandra Bullock all' Hollywood Film Festival 2013.
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rampante
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sabato 25 gennaio 2014
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un'avventura nello spazio
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Gravity
una storia pazzesca, un gioco di effetti speciali, un thriller spaziale girato dove non c'è forza di gravità
La dott.ssa Rayn Stone è alla sua prima missione spaziale
l'astronauta Matt Kavalsky è all'ultimo volo prima della pensione
colpiti da una pioggia di detriti quella che per loro doveva essere una passeggiata di routine si trasforma in catastrofe
lo shuttle è distrutto e loro hanno perso ogni contatto con la navicella
i due astronauti persi nel buio, si ritrovano soli e costretti ad affrontare l'ignoto senza speranza, nell'assordante silenzio dell'universo, a testa in giù, con le gambe all'aria, 
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Gravity
una storia pazzesca, un gioco di effetti speciali, un thriller spaziale girato dove non c'è forza di gravità
La dott.ssa Rayn Stone è alla sua prima missione spaziale
l'astronauta Matt Kavalsky è all'ultimo volo prima della pensione
colpiti da una pioggia di detriti quella che per loro doveva essere una passeggiata di routine si trasforma in catastrofe
lo shuttle è distrutto e loro hanno perso ogni contatto con la navicella
i due astronauti persi nel buio, si ritrovano soli e costretti ad affrontare l'ignoto senza speranza, nell'assordante silenzio dell'universo, a testa in giù, con le gambe all'aria, fluttuanti nel vuoto
sono uniti da un cavo che si tende e si aggroviglia sbatacchiandoli come foglie al vento in mezzo a frammenti di astronavi che li sfiorano a una velocità pazzesca,
privi di qualunque contatto con la Terra
Matt si sgancia e si abbandona nell'universo ammirando le belle immagini del nostro pianeta
Rayn combatte con tutta la forza della disperazione contro ogni avversità e infine sfinita riesce a toccare Terra
Un lungometraggio d'avventura in cui l'essere umano lotta in scenari naturali mozzafiato contro ogni avversità naturale per salvarsi
un'opera che cerca di toccare la profondità dell'animo umano
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ggmymovies
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giovedì 30 gennaio 2014
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non solo spazio
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Fantascienza è limitativo. Catalogare l'opera di Cuaron è veramente difficile, visto le diverse sfaccettature che il film va a toccare.
Per gli amanti della fantascienza, è innegabile che è da non so quanti anni che non si toccavano vette di realismo spaziale al cinema (se sono mai state toccate), con il tipico caso in cui il panorama diventa protagonista (il movimento di Sandra Bullock persa nello spazio nel momento del primo "attacco" di detriti è da perderci la testa, appunto).
Sebbene per un puro film fantascientifico questo sarebbe già un gran risultato, di questi tempi, Cuaron non si ferma qui. La storia è incredibilmente toccante.
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Fantascienza è limitativo. Catalogare l'opera di Cuaron è veramente difficile, visto le diverse sfaccettature che il film va a toccare.
Per gli amanti della fantascienza, è innegabile che è da non so quanti anni che non si toccavano vette di realismo spaziale al cinema (se sono mai state toccate), con il tipico caso in cui il panorama diventa protagonista (il movimento di Sandra Bullock persa nello spazio nel momento del primo "attacco" di detriti è da perderci la testa, appunto).
Sebbene per un puro film fantascientifico questo sarebbe già un gran risultato, di questi tempi, Cuaron non si ferma qui. La storia è incredibilmente toccante. In un'ora è mezza di film, lo spettatore riesce a vedere tutti gli stadi della perdita di una persona cara (tramite Sandra Bullock), passando dall'accettazione della perdita stessa, dal rinnegarla, dal lasciarsi andare, dalla (ri)voglia di vita, fino alla definitiva rinascita, che è mentale, ma che è metaforicamente rappresentata alla perfezione da Cuaron, con la Bullock che sembra riimparare a camminare.
"Gravity" è tutto questo, non solo fantascienza.
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lucavarese1
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mercoledì 5 febbraio 2014
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gra-vita.
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Una pioggia di detriti causata dalla accidentale collisione di un missile, guarda un pò, russo con satelliti americani si scaraventa contro lo shuttle della Bullock e Clooney e di un terzo sfortunato astronauta laureato ad Harvard. Ne deriverà una catena disastrosa di eventi, una odissea angosciante che tende il cuore e sbalordisce i sensi. Le immagini di Gravity, di Alfonso Cuaròn, sono spettacolari certo, e mi fido di chi si intende di effetti speciali associandomi loro nell' elogiarli. Ma limitarsi a questa osservazione sarebbe un ingiuria al film, perchè si, talvolta è banalotto nel proporre il solito trauma del lutto, appena accennato fortunatamente e intelligentemente ma è anche in grado di proporre riflessioni e metafore profonde.
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Una pioggia di detriti causata dalla accidentale collisione di un missile, guarda un pò, russo con satelliti americani si scaraventa contro lo shuttle della Bullock e Clooney e di un terzo sfortunato astronauta laureato ad Harvard. Ne deriverà una catena disastrosa di eventi, una odissea angosciante che tende il cuore e sbalordisce i sensi. Le immagini di Gravity, di Alfonso Cuaròn, sono spettacolari certo, e mi fido di chi si intende di effetti speciali associandomi loro nell' elogiarli. Ma limitarsi a questa osservazione sarebbe un ingiuria al film, perchè si, talvolta è banalotto nel proporre il solito trauma del lutto, appena accennato fortunatamente e intelligentemente ma è anche in grado di proporre riflessioni e metafore profonde. La dimensione di " semi-divinità" dell' essere umano che fluttua fra terreno e divino, fra conosciuto e sconosciuto, finito e infinito e chi più ne ha più ne metta, come la Bullock che rimbalza sempre a portata della terra ma altrettanto sempre fuori di essa verso il nero spazio silente. L' unico episodio invece, consumato poco dopo l' inizio, in cui è più distante e quasi spacciata è magistralmente angosciante. Immagine simbolo, splendida, è anche quella di Ryan(Bullock) che, rientrata nel mezzo spaziale dopo peripezie contro la natura , si accovaccia e riposa ricordando palesemente un feto con tanto di cordone ombelicale che la connette alla navicella-artificio-macchina che annichilisce i limiti umani e presume infinita potenza a noi non competente; il contrappasso saranno altre sventure per la bella ma più che altro brava Bullock, l' interruzione delle connessioni " Metà nord-america non sarà più su Facebook " e una pioggia finale di ulteriori detriti cinesi che raggiungeranno la terra (quest' ultima altra immagine di effetto). Tutto pare andare male con Ryan che, rimasta sola dopo il sacrificio del buon Giorgione C. che non terminerà mai una storiella su un nano peloso che a me interessava non poco, è li li per lasciarsi morire. Fortuna che, è qui la trovata narrativa davvero brutta ma funzionale, ritroverà volontà di sopravvivenza grazie a un sogno-delirio che le paleserà Clooney a consigliarle la via di fuga e quindi permetterà al film di raggiungere l' epilogo didattico, chiudendo l' apologo di Cuaròn la cui morale è l' inno alla vita, all' uomo e ai suoi limiti, suonato grazie all' esperienza, all' avventura in cosmografia interna e non esterna, con buona pace degli alieni e dei pianeti prossimi all' esplosione di cui qui non c'è traccia. E' un ritorno, un nuova genesi quella che troverà Ryan-Bullock piombata sulla spiaggia che stringerà nel pugno, proprio poco prima di accorgersi della vita che grava con tutta la sua pesantezza e responsabilità nuovamente su di lei. Consiglio ai prossimi registi che tratterranno queste materia: seguite il suggerimento di Jodie Foster in Contact " qui è bellissimo, avrebbero dovuto mandarci un poeta ". Sono certo che almeno una dozzina di autori leggeranno questo commento sperduto su MyMovies.
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