| Titolo originale | American Beauty |
| Anno | 1999 |
| Genere | Commedia drammatica |
| Produzione | USA |
| Durata | 130 minuti |
| Regia di | Sam Mendes |
| Attori | Kevin Spacey, Annette Bening, Thora Birch, Wes Bentley, Mena Suvari Chris Cooper, Peter Gallagher, Sam Robards, Allison Janney, Scott Bakula, Barry Del Sherman, Ara Celi, John Cho, Fort Atkinson, Sue Casey. |
| Tag | Da vedere 1999 |
| MYmonetro | 3,89 su 14 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 22 febbraio 2021
Mendes è un brillante regista teatrale (ha messo in scena a Broadway Blue room) e ora debutta al cinema con questo film straordinario. Il film ha ottenuto 8 candidature e vinto 5 Premi Oscar, ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, 6 candidature e vinto 3 Golden Globes, 4 candidature e vinto 3 SAG Awards, In Italia al Box Office American Beauty ha incassato 15,4 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Lester Burnham non è più tra noi e ci racconta non solo come ciò sia avvenuto ma, soprattutto, com'era la sua vita. Quarantenne con problemi sul lavoro, sposato con Carolyn che pensa fondamentalmente alla carriera e con una figlia, Jane, che vive con loro, sopportandoli. Quest'ultima ha un'amica, Angela, la quale attrae Lester che inizia ad accarezzare l'idea di conquistarla.
Il lungometraggio di esordio di Sam Mendes viene investito di così tanti riconoscimenti prestigiosi (a partire dai 5 Oscar) che lancia immediatamente nell'Olimpo dei registi il suo autore.
Lo fa per quella congiunzione astrale di elementi che talvolta interviene anche su opere che abbondano di luoghi comuni, che qui non mancano. Abbiamo un quarantenne frustrato che non sa controllare le proprie pulsioni nei confronti di una ragazzina. Al suo fianco ha una coetanea in carriera che propende per l'adulterio. Le fanciulle parlano di sesso ma non sono quelle che lo praticano di più e, dulcis in fundo, chi si manifesta come omofobo vuole reprimere il gay che è in lui.
A testimonianza di come i tempi cambiano si può considerare che ci sarebbero elementi sufficienti per non essere ammessi (grazie alle nuove regole) ai futuri Academy Awards. Si può poi aggiungere che la struttura di base ricorda quella di un classico come Viale del tramonto.
Che cosa allora colpisce all'epoca? Senz'altro il cast con al centro un Kevin Spacey, allora lontanissimo da polemiche e bandi, che offre tutte le sfumature di un borghese in cerca di revanche al suo Burnham (che già nel cognome è tutto un programma visto che Ham in gergo americano significa attore che esagera a cui si aggiunge la bruciatura di Burn).
C'è poi il giovane videoamatore che, con qualche eco da Sesso, bugie e videotape di Soderbergh, cerca di cogliere un senso nella vita attraverso le immagini e sarà proprio un'immagine a lasciare un segno indelebile nelle platee dell'epoca. Chi l'avrebbe mai detto che sulla soglia del nuovo millennio i petali di rosa potessero fare ancora un così grande effetto?
Mendes è un brillante regista teatrale (ha messo in scena a Broadway Blue room) che debutta nel cinema con questo film straordinario. Spacey, americano in crisi, sogna la sua Lolita e cambia vita. L'immagine di Mena in un letto di rose è di quelle che non si cancellano più dall'inconscio. Bening disegna un'insopportabile nevrotica middle class: la moglie che abbiamo avuto e non vorremmo mai più riavere. Splendido cameo di un colonnello dei marine in gay outing.
Sono passati ben dieci anni da quando questo film faceva incetta di premi Oscar al Kodak Theatre, nella notte più calda di Los Angeles. E se è vero che il capolavoro può essere dichiarato tale se e solo se non viene scalfito dall'incedere inesorabile del tempo, allora dobbiamo ammettere che American Beauty è un autentico capolavoro. Il regista Sam Mendes non poteva avere un esordio più fulgido.
Perfetto. Non una nota stonata, mai un'inquadratura superflua. Così stupefacente da riconciliarci con una cinematografia, quella americana, che sembra aver dato il cervello all'ammasso. Invece American Beauty è di cristallina intelligenza. Un po' requiem per il Sogno Americano come si usava nei 70, un po' pura cattiveria in acido come in Happiness Ma se il film di Solondz era un condensato di sgarbata [...] Vai alla recensione »