| Titolo originale | Taxi Driver |
| Anno | 1976 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 113 minuti |
| Regia di | Martin Scorsese |
| Attori | Jodie Foster, Robert De Niro, Cybill Shepherd, Peter Boyle, Harvey Keitel Leonard Harris, Albert Brooks, Martin Scorsese, Diahnne Abbott, Joe Spinell, Murray Moston, Robert Shields, Frank Adu, Gino Ardito, Carth Avery, Copper Cunningham, Brenda Dickson, Harry Fischler, Nat Grant, Richard Higgs, Beau Kayser, Victor Magnotta, Norman Matlock, Robert Maroff, Bill Minkin, Harry Northup, Gene Palma, Carey Poe, Peter Savage, Maria Turner, Robin Utt, Harry Cohn (II), Ralph S. Singleton. |
| Uscita | lunedì 31 marzo 2025 |
| Tag | Da vedere 1976 |
| Distribuzione | Nexo Studios |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 3,98 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 27 marzo 2025
I giorni e soprattutto le notti di un tassista newyorchese degli anni '70. Il film ha ottenuto 4 candidature a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto 2 David di Donatello, 2 candidature a Golden Globes, In Italia al Box Office Taxi Driver ha incassato 225 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Travis Bickle, reduce dal Vietnam e sofferente d'insonnia, accetta un lavoro come taxista con turno dalle 18 alle 6 del mattino successivo. È un individuo solitario la cui unica distrazione sono i film di un cinema a luci rosse. Viene attratto dalla segretaria di un uomo politico ma fa fatica a gestire il rapporto mentre, al contempo, vorrebbe togliere dalla strada una prostituta che non ha ancora compiuto tredici anni. La violenza che ha in qualche misura sublimato finisce con il riemergere.
Il film che farà conoscere il nome di Scorsese al mondo, vincendo la Palma d'oro al 29° Festival di Cannes, è frutto della collaborazione di tre personalità destinate a continuare a far parlare di sé negli anni a venire.
La sequenza di apertura del film su cui scorrono i titoli di testa è di quelle (non moltissime) che restano nella memoria. Il taxi che emerge dagli sbuffi di vapore sotterraneo. Lo sguardo del protagonista, il rosso acceso che dà a New York una patina infernale che poi si sfrange nelle luci distorte dalla pioggia. È un incipit che porta su di sé le stimmate (il termine di impronta religiosa è quello indicato) di due autori come Martin Scorsese e Paul Schrader a cui si aggiunge un De Niro ad inizio di carriera dopo Mean Street.
Il cattolico regista di origini italoamericane trova il giusto connubio con il calvinista di matrice olandese a cui è stato vietato il cinema fino all'età di diciotto anni. Entrambi in ribellione nei confronti delle proprie radici e, al contempo, in grande difficoltà nel riuscire ad estirparle del tutto. Schrader all'epoca vive praticamente in macchina a Los Angeles guidando per notti intere.
Da lì nasce Travis, con una sceneggiatura scritta in quindici giorni e poi rivista più volte in fase di riprese cercando in ogni occasione di renderla il più aderente possibile alla realtà. Se all'inizio la produzione a cui viene proposta pensa a Roger Mulligan come regista e a Jeff Bridges come protagonista, Schrader non deve faticare molto a convincere che Martin e Robert sono le scelte giuste. Ne nasce un'alchimia che ancora oggi funziona e che trasmette una tensione progressiva che rende esplicita una rivolta contro un mondo in cui la politica, nonostante i suoi slogan, è lontana dalla vita vera e in cui una dodicenne (Jodie Foster in un effettivo esordio che la porta alla candidatura all'Oscar come miglior attrice non protagonista) può pensare che la prostituzione sia la sua unica opzione.
Alla base ci sono testi della letteratura che Schrader ha ammesso come fonti. Si va da "Memorie del sottosuolo" di Dostoevsky a "Lo straniero" di Camus passando per "La nausea" di Sartre. Ma il film non risente di queste origini perché la regia di Scorsese e l'interpretazione di De Niro le trasformano in squarci di vita.
Tutte le volte in cui è possibile l'attore viene colto nella sua solitudine esistenziale che, invece di tradursi nel suicidio, finisce con il dirottare la violenza all'esterno. Schrader lo sintetizzerà in un altro film da lui scritto in cui un personaggio afferma: "Quando un giapponese crolla, chiude la finestra e si uccide. Quando un Americano crolla apre la finestra e ammazza qualcuno". Travis Bickle è americano.
Psicodramma intimistico, spaccato del lato oscuro degli anni '70, vivido ritratto della decadenza americana post-Vietnam: Scorsese filtra Schrader, soggettista e sceneggiatore, e il risultato è un pilastro della storia del cinema moderno. New York: Travis Bickle, veterano del Vietnam in congedo, soffre d'insonnia e decide di impegnare le proprie notti facendo il tassista. Completamente disadattato ma idealista alla ricerca di uno scopo, l'uomo si invaghirà di una ragazza e le chiederà di uscire. Quando le cose tra i due andranno storte, Travis, definitivamente disilluso riguardo la società, si chiuderà in se stesso. Comincerà così per il tassista una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale.
Scorsese accompagna lucide ricostruzioni contestuali a ritmi ipnotici, dando vita ad alchimie capaci di avvolgere lo spettatore.
Il senso di vuoto, di distanza, che permea la vita del protagonista è trasmesso con efficacia da ambienti e situazioni presentate; ogni inquadratura è coerente, a creare un tutt'uno coeso, uniforme nel dare spessore vivo alle atmosfere. La solitudine è ovunque nella jungla urbana, ma per Travis diventerà una vera e propria vocazione, elemento scatenante di un disturbo mentale latente; lo straniamento del protagonista arriverà ad essere totale e lo stato di primordiale libertà, così acquisito, libererà le pulsioni represse in una esplosione di violenza.
Il genio è nel paradosso: dopo tortuose deviazioni, i binari della psiche porteranno ad esiti anomali ma riconducibili ad un estremo ideale di giustizia, impossibile da raggiungere per qualsiasi individuo "normale". Le confuse luci di New York filtrate da un parabrezza bagnato, fumose atmosfere dai sapori jazz: su inquietanti interrogativi, apertura e chiusura si ricongiungono, a serrare il cerchio tracciato da Scorsese. L'opera, presente come poche nella memoria collettiva grazie anche ad un grandissimo De Niro, è un inossidabile monumento al cinema.
Negli inferni urbani della “grande mela” dominano la violenza e il caos, generatori di un microcosmo malsano e alla deriva. Travis, antieroe scorsesiano per eccellenza, oppresso dal passato e dall’esperienza vissuta in Vietnam, guidando il taxì di notte se ne accorge e vuole provvedere “a modo suo”. Nei suoi viaggi notturni emerge la visione di un mondo schiacciato dalla presenza del male, dell’avidità [...] Vai alla recensione »
Forse tutto comincia da John Ford e da uno dei suoi capolavori western, Sentieri selvaggi. In quel film John Wayne, nei panni di Ethan Edwards, porta in salvo la nipote rapita dagli indiani Comanche. Nel finale di Taxi Driver, Travis Bickle invece riesce a togliere dal giro della prostituzione la ragazzina Iris, interpretata da Jodie Foster. Entrambi poi sono due reduci. Il primo della Guerra di Secessione, l’altro è un ex-marine del Vietnam.
Lo stesso sceneggiatore Paul Schrader ha ammesso che Sentieri selvaggi è tra le sue principali fonti d’ispirazione, assieme a "Lo straniero" di Albert Camus e ai diari di Arthur Bremer, l’aspirante omicida del politico George Wallace che sono stati pubblicati col titolo "An Assassin’s Diary" e che hanno affascinato Schrader quando è andato a vivere nella propria macchina nel periodo in cui stava divorziando dalla moglie.
Taxi Driver, che ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1976 ed è tra i titoli più importanti di tutta la filmografia di Scorsese, rappresenta la prima collaborazione tra il regista e lo sceneggiatore, proseguita poi con Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo e Al di là della vita. Sotto questo aspetto il film è l’incrocio ideale tra i loro due universi, tra il cammino cristologico tra caduta e possibilità di redenzione del cinema di Schrader e lo sguardo onirico, visionario di quello di Scorsese.
Le luci di New York sono sempre scintillanti ma diventano anche dispersive, sinistre, immagini di una giungla metropolitana che il protagonista vorrebbe ripulire. “Sono nato per essere solo” dice Travis. Lo sguardo è quello dell’esule, l’illusione quella del nuovo sogno americano. Ma la dimensione è già allucinata, schizofrenica resa in tutta la sua potenza devastante da un monumentale Robert De Niro, al secondo film col regista dopo Mean Streets. Domenica in chiesa, lunedì all’inferno. La sua voce-off è un continuo e ininterrotto flusso di coscienza. I suoi pensieri diventano invasivi e diventano determinanti per amplificare le sue ossessioni. La sua trasformazione fisica avvenuta più volte nel corso del film (celebre l’immagine con il taglio mohicano, gli occhiali da sole e giacca militare) ne è una delle dirette conseguenze.
Ci sono film da cui, aldilà della suggestione d’immagini e intreccio, emergono dialoghi e battute di valore epocale, che travalicano così lo schermo, diventando simbolo di un personaggio, o di un modo di pensare. Tutti ricordano l’«Are you talkin’ to me?» (»Dici a me?»), di Robert De Niro-Travis Bickle in Taxi Driver, quando il protagonista, chiuso in casa e armato, prova davanti allo specchio il momento [...] Vai alla recensione »