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giovedì 6 agosto 2020

Samuel Fuller

Nome: Samuel Michael Fuller
Data nascita: 12 Agosto 1912 (Leone), Worcester (Massachusetts - USA)

Data morte: 30 Ottobre 1997 (85 anni), Los Angeles (California - USA)
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Piero Di Domenico

Il simbolo dei cineasti indipendenti da giovanissimo lavora come strillone per diversi giornali di Boston. Dopo la morte del padre si trasferisce a New York, dove viene assunto come fattorino in un giornale. Nel 1928 come cronista di 'nera' passa a un quotidiano di San Diego. Negli anni successivi Fuller gira gli Stati Uniti scrivendo articoli su storie e protagonisti della cronaca nera. Da questa esperienza trae spunto per scrivere racconti e romanzi che pubblica a partire dal 1931.
Nel 1936 si avvicina invece al mondo del cinema vendendo due copioni e collaborando alla sceneggiatura di Gangs of New York(1938) di Cruze. Dopo aver combattuto nella seconda guerra mondiale con il Grande Uno Rosso, la Prima Divisione di Fanteria, che lo porterà dalla Sicilia alla Normandia fino all'Africa, accumulando decorazioni e riconoscimenti, esordisce dietro la macchina da presa nel 1948 con Ho ucciso Jess il bandito, cui segue Il barone dell'Arizona (1949). [...] »

La Stampa

Lietta Tornabuoni

Regista, scrittore e sceneggiatore, considerato il padre della produzione indipendente americana, è stato autore di film western, polizieschi e di guerra, ma molte sono le esperienze, anche professionali, che aveva intrapreso lungo tutta la sua vita. Importante nella sua filmografia il western "Quaranta pistole" che lo fece conoscere dalla critica europea, che lo apprezzò per lo stile lontano dal patinato mondo hollywoodiano. Piccolo, energico, magro, con una bellissima faccia e un grandissimo sigaro cubano, era un gran chiacchierone, battutista-sloganista ("A Hollywood, o sei un leccaculo o crepi", "In guerra non esistono eroi, ci sono soltanto sopravvissuti"). Era inoltre duro, bellicoso, convinto profondamente della naturale malvagità degli uomini: il più anarchico dei registi americani, capace (dice Bertrand Tavernier) "di distruggere le convenzioni come un visionario, non come un esteta". [...] »

The New York Times

Dave Kehr

THE gruff, cigar-cured voice of Samuel Fuller remains one of the most distinctive in American movies. Born Samuel Rabinovitch in 1912, Fuller began his career as a New York tabloid journalist and pulp novelist but, like many of his colleagues on the lower rungs of the literary trades in the ’20s and ’30s, eventually found himself in Hollywood, pumping out screenplays for B pictures.
Many transplanted writers affected a disdain for the medium that chewed up their work (and gave them nothing but a fat paycheck in return), but Fuller was genuinely fascinated by the power of cinema. For him movies offered a way of continuing journalism by other means, of telling great stories with a punch and immediacy that even newsprint could not equal. [...] »

Il Sole-24 Ore

Emanuela Martini

Era stato, non ancora ventenne, cronista di nera al "San Diego Sun" (e nel 1963 aveva raccontato le ossessioni giornalistiche per il Pulitzer e per la verità e la ferocia brutale di un mondo che non può non impazzire in un suo capolavoro slabbrato e urlato. Il corridoio della paura, girato in 14 giorni e mito del cinema moderno); era stato in guerra, in fanteria, dal 1942 al 1944, nell'Africa del Nord, in Sicilia, in Normandia e in mezza Europa occupata (e nel 1980 aveva commosso il mondo con il vigore essenziale di Il grande uno rosso, tutte le tappe degli orrori della guerra, in un crescendo che culmina con la scoperta dei forni dei campi di sterminio); era stato anche strillone, fattorino, ghost-writer per svariati scrittori e sceneggiatori, finalmente sceneggiatore (e lo rimarrà, per i propri film, per tutta la sua carriera di regista) e scrittore con il proprio nome (e il suo primo romanzo, La pagina nera del 1946, fu selezionato dai critici americani come miglior romanzo psicologico dell'anno). [...] »

Fernaldo Di Giammatteo

Strillone a 12 anni, si dedica al giornalismo, cronista a New York e a San Diego. Viaggiando di città in città sui treni merci, come un barbone, comincia a scrivere storie, che lo portano al cinema in qualità di sceneggiatore. Nella seconda guerra mondiale combatte eroicamente in Africa settentrionale e in Europa. Nel 1948 affronta la regia con Ho ucciso Jess il bandito, un western che indaga su una celebre leggenda arrivando a conclusioni inopinate. Nel film c'è violenza, brutalità, cinismo, il tutto squadernato con una serie incalzante di primi piani. Sarà così, o quasi, per tutta la carriera di un regista fra i più controversi - disprezzati, ignorati, ammirati, esaltati - della storia del cinema. [...] »

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