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Enzo Staiola, il bambino che divenne divo senza saperlo

Ci ha lasciati ieri Bruno di Ladri di biciclette. Sono molti i registi che hanno raccontato storie di bambini. A partire da Vittorio De Sica. 
di Pino Farinotti

Enzo Staiola 15 novembre 1939, Roma (Italia) - 4 Giugno 2025, Roma (Italia). Interpreta Bruno nel film di Vittorio De Sica Ladri di biciclette.
venerdì 6 giugno 2025 - Focus

Prima parte
Enzo Staiola, il bambino Bruno in Ladri di biciclette (guarda la video recensione), non c’è più. È sempre improprio esporsi in assoluti, ma se dico che Bruno è il bambino più importante e famoso del cinema italiano credo che l’assoluto si imponga, certo, qualcuno farà altri nomi, ma io sto sulla mia posizione. La tentazione sarebbe di estendere il concetto a tutto il cinema del mondo. La memoria automatica richiama il “monello” di Chaplin. De Sica, Chaplin, insomma, siamo lì.
Sono molti i registi che hanno raccontato storie di bambini. Il tema è importante, e i piccoli sono uno strumento potente per trasmettere il sociale, il sentimento, la tutela, il passato, la purezza. Tutto insomma.
Alcuni nomi è bene farli. Gli italiani: De Sica, Rossellini, Comencini, Monicelli, Matarazzo, Tornatore, Salvatores, fra gli altri.
Gli stranieri: Truffaut, Wenders, Spielberg, Reed, Losey, Stevens, Weir, Daldry, Tarkovskij, e non solo.

Questo primo editoriale, partendo dalla memoria Staiola, è dedicata a Vittorio De Sica, gran maestro in generale, e maestro di sensibilità umana trasmessa attraverso i suoi personaggi bambini. Non si può non partire da Ladri di biciclette (guarda la video recensione), dal novenne Bruno Ricci- Enzo Staiola. Il bambino segue il papà Antonio nella sua disperata ricerca della bicicletta che gli hanno rubato. Estraggo due sequenze di Bruno, bambino e attore vero. Col papà è in trattoria e sta mangiando un calzone pieno di mozzarella. I due non sono certo eleganti e disinvolti, al tavolo vicino un bambino, curato, pettinatissimo, vagamente arrogante sta mangiando tenendo la forchetta col mignolo alzato. Bruno rimane Bruno, non cerca di imitarlo.

Antonio ruba a sua volta una bicicletta, ma viene inseguito e raggiunto dalla folla. Viene strattonato, minacciato, c’è chi vorrebbe denunciarlo e portarlo in una caserma. Ma il padrone della bicicletta lascia perdere: “non voglio impicci”. Papà e figlio si disperdono nella folla. Piangono, sono silenziosi. Bruno prende la mano del papà, gli offre affetto e sicurezza.

I bambini ci guardano. Tratto dal romanzo "Pricò", di Cesare Giulio Viola. Pricò ha cinque anni e assiste al disfacimento della sua famiglia. La mamma Nina ha un amante e il bambino per lei è un fastidio. Lo abbandona qua e là. Una volta sono i carabinieri a trovarlo. Il padre Andrea tenta di recuperare la moglie, ma si rifà vivo l’amante. Andrea si suicida. Pricò finisce in un collegio, Nina va a trovarlo, ma il bambino, quando vede la mamma fugge via. Lo scrittore Viola aveva immaginato una sorta di lieto fine, dove “la mamma è sempre la mamma”. Ma a De Sica parve giusto non aderire alla tradizione del cinema che privilegia il lieto fine. Vittorio non sopportava che una madre non amasse suo figlio. Per la prima volta De Sica non si tenne una parte come attore. Volle Emilio Cigoli, grande personalità e grande voce: è il re dei doppiatori. Ha dato voce a Cooper, Wayne, Gable, Lancaster, Holden, Bogart, fra gli altri. 

L’oro di Napoli. Gennarino è il bambino di otto anni protagonista dell’episodio I giocatori nel film di De Sica anche attore nel ruolo del conte Prospero, che ha perduto un patrimonio alle carte e al casinò. Prima di uscire di casa la moglie lo fa perquisire da un domestico che gli trova in tasca una zuccheriera d’argento. Il conte deve accontentarsi di giocare a scopa col piccolo Gennarino, figlio del portiere. Che peraltro è già un giocatore coi fiocchi. Vince tutte le partite. Il conte, sempre più arrabbiato, all’ennesima partita perduta, urla a Gennarino “avete una fortuna sfacciata, ditelo che avete solo fortuna”. Il bambino non gli dà soddisfazione: “Signò, la carta sa dove deve andare”. Il conte furibondo se ne va, mentre Gennarino, dalla finestra guarda gli altri bambini giocare in cortile. Beati loro.  

Sciuscià. Il film è un’istantanea, grande, della vita del dopoguerra raccontata attraverso le difficoltà e la fatica di guadagnarsi la giornata da parte dei bambini, gli sciuscià, che si arrabattano costretti a mille espedienti. Giuseppe e Pasquale fanno i lustrascarpe in via Veneto, che in quell’anno, il 1946, non è quella della dolce vita di Fellini. I due riescono con 300 lire ad affittare un cavallo e si divertono scorazzando in città. Ma cadono nei maneggi di un truffatore, cercano di vendere alcune coperte americane, finiscono in prigione. Interrogati da un commissario finiscono per confondersi e accusarsi involontariamente a vicenda. Giuseppe, insieme a un balordo, Arcangeli, riesce a evadere. Ma nella fuga finisce per cadere da un ponte. Pasquale non potrà fare altro piangere disperato l’amico. Occorre fare un nome, quello di Franco Interlenghi nei panni di Pasquale. Diventerà un grande attore.
Sciuscià, capolavoro autentico, sarà il primo titolo ad aggiudicarsi l’Oscar come miglior film straniero. Ma De Sica… continuerà, si vedrà attribuire altri tre Oscar per Ladri di biciclette (guarda la video recensione), Ieri, oggi, domani, Il giardino dei Finzi Contini.

Fine della prima parte. La seconda sarà dedicata agli italiani che raccontano i bambini.


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