Si riaccende, dopo il successo della prima parte, la rassegna XX secolo – L’invenzione più bella, con nuovi imperdibili appuntamenti in programma dal 12 dicembre al 5 febbraio al cinema Quattro Fontane di Roma.
Dopo la fortunatissima parentesi dedicata a mostri sacri come Stanley Kubrick, Yasujirô Ozu, John Ford, Jean Renoir, Marlene Dietrich e Marco Ferreri, si riparte lunedì 12 con il talento di Susanne Bier e la classe di Martin Scorsese.
Pino Farinotti racconta SUSANNE BIER, partendo dalla città che le ha dato i natali, Copenaghen.
Parafrasando Eugene O’ Neill, Copenaghen si addice al cinema. Ci sono nati due registi da storia del cinema: Carl Theodor Dreyer e Lars von Trier. E, nel 1960, Susanne Bier, artista di qualità. Ha portato nel cinema contenuti che sono soprattutto suoi, che derivano da una preparazione larga, profonda.
La troviamo studiare arte alla Hebrew University di Gerusalemme, poi a Londra dove si specializza in architettura all’ Architectural Association. Infine si diploma alla Danisch School of Film di Copenaghen. Ha ventisette anni, è pronta per il suo destino.
Com’è prassi quasi accreditata, i suoi esordi sono i videoclip. Il primo racconta la band tedesca "Alphaville", un gruppo pop-rock attivo soprattutto negli anni Ottanta. I primi lungometraggi non arrivano in Italia, e passano quasi inosservati. Ma poi ecco la commedia Freud Living Home (1991) da dove emergono quelle che saranno le tematiche che caratterizzeranno il percorso della Bier: l’introspezione psicologica dei personaggi, e l’intimità dei caratteri.