L'attrice, scomparsa all'età di 90 anni, era tanto intensa, completa, presente a tutta la gamma delle parti, proprio tutte. Tanto che a volte la sua bellezza rimaneva indietro.
di Pino Farinotti
Gli assoluti sono sempre impropri, ma con Monica mi espongo: nel panorama del nostro cinema, di tutte le epoche, nessuna come lei. Non era, e non si considerava, un monumento, per fortuna. I ruoli le aderivano come gli abiti che indossava. Tutti. Era tanto intensa, completa, presente a tutta la gamma delle parti, proprio tutte, che a volte la sua bellezza rimaneva indietro. Era lei che la teneva a bada, non voleva che invadesse tutto il restio che le apparteneva. Ma, come ha detto una volta Carlo Verdone, “aveva la più belle gambe del cinema italiano”. Giusto un particolare.
Una volta a Venezia l’ho conosciuta. In un minuto sembrava una vecchia amica, era spiritosa, veloce, e colta. E romana. E sempre attenta a lasciare dietro la bellezza. Accavallava le gambe e sistemava, in giù, la gonna. Magari coltivava gli occhi, con quelle iridi che si muovevano, che esploravano rapide, anche l’interlocutore.
Conosco tutti i suoi film naturalmente. La faccenda dell’incomunicabilità la conosciamo tutti. Con quel trittico, L’avventura, La notte e L’eclisse, fra il ’60 e il ’62, dove diede vita a quel personaggio triste, ferito, anaffettivo solo in apparenza. Michelangelo doveva molto, quasi tutto, a Monica. Senza di lei non sarebbe stato Antonioni. Dopo quella stagione Vitti ha solo l’imbarazzo delle scelte e degli stili. E cambia registro radicalmente. Assume la commedia con la stessa disinvoltura del dramma. Nel 1966 a chiamarla è un maestro l’americano, Joseph Losey che le offre il ruolo di protagonista in Modesty Blaise - La bellissima che uccide, dove fa un agente segreto, una sorta di parodia di 007. Si tratta di una parte alla “commedia italiana”, fino ad allora giurisdizione di maschi, da Gassman a Sordi, a Mastroianni e Tognazzi.
Alberto Sordi è stato l’altra faccia della medaglia. I due sono insieme in alcuni titoli mai banali, essendo spesso marito e moglie. Da quella ditta estraggo Polvere di stelle, dove Monica fa l’attrice di varietà di una compagnia non proprio di prima classe. Straordinaria, come sempre: è lei che guardi, più di Sordi.
Indimenticabile l’attrice quando fa la passionale Assunta, la ragazza con la pistola di Monicelli, del 1968. Nonostante il contatto con Losey, Vitti si è sottratta alla sirena hollywoodiana. L’ha lasciata a colleghe “monumento” come Loren e Lollobrigida.
Ma grandi autori stranieri l’hanno chiamata, attribuendole di volta in volta ruoli diversi e complessi, che l’attrice ha sempre risolto alla perfezione. Roger Vadim (Il castello in Svezia 1963); Miklòs Jancsò (La pacifista 1970); Luis Buñuel (Il fantasma della libertà 1974); André Cayatte (Ragione di stato 1978).
A me sta a cuore Monica quando fa Nimì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa (1970) di Marcello Fondato. Lei è trascinante, è deliziosamente volgare, comica e provocante. E fa lavorare quelle famose gambe.
La lista dei suoi premi è lunghissima, spicca il Leone d’oro alla carriera nel 1995. Monica Vitti è stata vista per l’ultima volta in pubblico, a Roma, nel marzo del 2002 alla prima teatrale di Notre-dame de Paris. Poi si è ammalata. Adesso, il vuoto che lascia, è profondo.