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Il gigante: un film, un laboratorio

Riproposto in TV quasi tutti i giorni, il film di Stevens è un capolavoro della cinematografia americana. Ma soprattutto è un laboratorio di recitazione.
di Pino Farinotti

martedì 29 giugno 2021 - Focus

I palinsesti televisivi in questa epoca seguono la regola delle repliche. Un film può essere programmato in una certa fascia, poi verrà riproposto in altro orario, magari il giorno dopo, e poi  ancora, per un lungo flusso di tempo. E ogni volta il film raccoglie gradimento. Ha stabilito affezione. È come un amico fidato che torna e ritorna, e ti rassicura. Lo rivedi volentieri.

Questa proposta di overdose, spesso banale, senza qualità, per la legge dei grandi numeri può estrarre titoli importanti. Ne faccio due esemplari, Elizabeth, di Shekhar Kapur con Cate Blanchett e Il Gigante, di George Stevens. Vengono proposti quasi tutti i giorni. Il film di Kapur è forse il migliore, il più ricco dei molti realizzati sulla regina. Il Gigante, del 1956, è un capolavoro della cinematografia americana. Soprattutto è un laboratorio di recitazione. Gli attori: Elizabeth Taylor, Rock Hudson, James Dean, Carroll Baker, Sal Mineo, Dennis Hopper. La Taylor e Rock Hudson erano modelli del registro dove l’attore è sempre se stesso. Era la scuola dei Cooper, dei Grant e dei Bogart. Ma gli altri quattro erano un prodotto del’Actors Studio, la scuola d’arte drammatica che cambiò il teatro, il cinema e la cultura. Un focus sull’”Actors”, un promemoria, mi sembra opportuno.

Accadde che nel maggio del 1947 all’ Oak Room, il ristorante del Plaza Hotel di New York, Elia Kazan e Robert Lewis, incontrassero per caso Tennessee Williams. Kazan si godeva il successo del suo primo film, Un albero cresce a Brooklyn, e Lewis era uno dei leader del Group Theatre, un movimento che voleva rivoluzionare il teatro. Williams era drammaturgo affermato, uno spirito geniale. Disse “Sto lavorando a un testo, Un tram chiamato desiderio. Ho scovato un ragazzo, si chiama Marlon Brando.” I tre avevano in comune una gran voglia di riforme. E il momento era propizio. New York stava per diventare una città guida del mondo, omologabile a Parigi degli anni venti, alla Vienna fin de siècle e alla Londra vittoriana. Esprimeva rivoluzioni nella pittura, nella musica pop e nella moda. Riprendeva vita l’editoria, la pubblicità faceva il salto di qualità. La televisione metteva in onda drammi in diretta. Broadway rappresentava gente come Miller, Inge e Williams e musical travolgenti. Il New Yorker ospitava le più prestigiose firme della letteratura. L’”Actors”  era un attore principale di quello straordinario copione.

Ma c’era stata la guerra, che si era abbattuta sulla nazione come una spallata prepotente. Tanti giovani erano stati in Europa e nel Pacifico, molti erano tornati nelle bare. La cifra della felicità collettiva americana era cambiata. Era il momento dell’Actors. Kazan e Lewis coinvolsero la loro amica Ceryl Crawford, produttrice e insegnante e lo fondarono. Il codice recitativo era il metodo del regista, scrittore russo, Stanislavskij. Una rivoluzione, appunto. Secondo il metodo occorre abbandonare lo “stato attorico”, cioè il momento in cui l’interprete simula stati d’animo che non sono i suoi, e passare allo “stato creativo”, in cui l’attore rivive in proprio, dal vivo, i sentimenti. Ritrovando memorie della vita quotidiana per trasferirle nella parte. La sede dell’”Actors” sulla 44esima di New York richiamò i primi talenti che cambiarono tutto.

Della prima selezione facevano parte Brando, Dean, NewmanClift. Con Geraldine Page, Joanne Woodward, Lee Remick, Julie Harris. Fra i molti. Successivamente il passaggio all’”Actors” divenne obbligatorio. Non lavoravi nello spettacolo senza quella patente. Da allora le generazioni hanno “licenziato” centinaia di nomi. Da De Niro e Pacino fino ad oggi, gli attori che vediamo, quasi tutti, posseggono quella patente. Quel primo gruppo dettò legge. Certe regole, più che ferree, venivano stravolte. Per esempio l’”happy end” inamovibile dei film, poteva saltare. Lo stile di modelli come Gary Cooper e Cary Grant, sopra citati, quello dell’eleganza, spesso dello smoking, diventava quello dei jeans. Erano i jeans la divisa di quei giovani che tutto contestavano.

Nel 1951, a completare quel trend, a legittimarlo in alto, arrivò anche la sorella nobile del teatro e del cinema, la grande letteratura, quando irruppe Holden Caulfield, l’adolescente che si ribella alla scuola, alla famiglia, ai modi di vivere, inventato da J.D. Salinger. Quella scuola, quei personaggi erano fiction. Ma ben presto sarebbero stati giovani veri. Quelli di Berkeley e poi delle manifestazioni per i diritti civili. Quelli che avrebbero contestato il Vietnam, che avevano partecipato a quella guerra sporca, perdendola. Quasi volendola perdere. Mi è facile dire che l’abbrivio nato in quel 1947 a New York, arriva ai nostri giorni. C’è sempre da contestare e cambiare. Da riformare. Mai come in questa epoca. E l’Actors Studio... continua.        


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