George A. Romero se n'è andato, quasi in punta di piedi, ai margini di un'industria cinematografica che non l'aveva quasi mai compreso, ma sempre nella mente e nel cuore dei molti che hanno negli anni apprezzato i suoi film. Adesso la sua figura di geniale outsider può essere consegnata alla storia del cinema per ricoprirvi un posto di rilievo tra i veri innovatori. Perché la sua caratteristica principale è sempre stata una naturale originalità che gli ha consentito di incidere in maniera indelebile sulla situazione che aveva trovato.
Il suo film d'esordio come regista, La notte dei morti viventi (realizzato nel fatidico 1968), è uno spartiacque per il cinema horror (ma, si badi, non solo per quello).
Non ultima, l'introduzione di un nuovo "mostro" nel pantheon dell'horror, il morto vivente. Un mostro collettivo e proletario, per la prima volta. Gli zombie caraibici c'erano già, però erano un'altra cosa e difatti Romero - che ha creato una mitologia perfetta, con regole rimaste inalterate negli anni e imitate da tanti (troppi, forse) - non si riferiva volentieri ai "suoi" come zombie, ma piuttosto come morti viventi.
Nato a New York il 4 febbraio del 1940, ma riposizionato, prima degli ultimi anni canadesi, in quella Pittsburgh diventata luogo ideale per i suoi film, Romero si appassiona subito al cinema e, dopo molti cortometraggi realizzati sin quasi da bambino, coinvolge amici e conoscenti per autofinanziare La notte dei morti viventi, lavorandoci nei weekend lasciati liberi dall'attività di pubblicitario e realizzando, quasi per caso ma con una profonda consapevolezza negli intenti, un capolavoro. Il successo è notevole, ma, a segnalare una caratteristica che avrebbe in parte segnato anche in seguito l'attività del regista, ben poco dei guadagni finisce nelle tasche dei realizzatori, tra fallimenti della casa distributrice e inghippi burocratici nel copyright.