Quante dimensioni? Parecchie, forse undici, secondo alcuni addirittura quaranta. Dove sono? Ovunque, anche dietro la libreria dove galleggia Matthew McConaughey in Interstellar di Christopher Nolan che ha vinto l'Oscar per gli effetti anche per questa sequenza. Secondo la Relatività di Einstein, un corpo, qualsiasi corpo, incurva il tessuto spaziotemporale intorno a sé, come fa una palla sopra un lenzuolo teso: tutto ciò che si trova nei pressi viene attratto verso la palla, o meglio, tenta di caderci sopra.
Anche noi abbiamo una massa e incurviamo lo spaziotempo. Ma il motivo per cui non abbiamo qualche oggetto appiccicato alla faccia sta nel fatto che siamo piccoli. Sì perché la gravità si rivela solo quando ad agire sono i pezzi grossi: stelle, pianeti, buchi neri.
Buchi neri, onde gravitazionali, sembra che la fisica stia per dare ragione alla fantascienza. In realtà è ovviamente il contrario. Il cinema e la letteratura hanno usato teorie e scoperte per motivare l'impossibile. A partire dal 1979 quando nel film The Black Hole, di Gary Nelson, considerato la risposta della Disney a Guerre Stellari, vediamo recitare il primo buco nero. I protagonisti umani attraversano il mostro e si salvano passando magicamente in un altro punto dell'Universo. I buchi neri però sono tutt'altro che spazi vuoti: si tratta di oggetti densi e compatti, così pieni di massa da distorcere lo spaziotempo fino a trasformarlo in una trappola per materia ed energia.