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Le due città, anzi tre

ONDA&FUORIONDA di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

In foto una scena di Diplomacy.

domenica 14 dicembre 2014 - News

Il titolo di questo mio intervento intende evocare il romanzo storico di Charles Dickens. Le due città erano Parigi e Londra. L'inglese Dickens raccontava la rivoluzione francese da inglese. Rispetto al titolo ho cambiato una delle città, Parigi rimane, l'altra è Roma. Sono forse le due città di maggior storia, incanto e prestigio del mondo, bastano due lemmi: Rivoluzione e Impero. Parigi: ho visto Diplomacy, il film di Volker Schlöndorff - gli attribuirò 5 stelle sul "Farinotti", succede un paio di volte a stagione-. La vicenda è nota, nella notte fra il 24 e 25 agosto del 1944 Parigi avrebbe dovuto saltare per ordine del Führer, che voleva provare agli odiati francesi e... all'odiato mondo, che la guerra non era finita. Si discute sulla topografia delle esplosioni. Sono state minate le due torri di Notre Dame, le basi della Torre Eiffel, il Louvre, l'Arc de Trionphe, Montmartre e Montparnasse, l'Opera, e i ponti sulla Senna secondo una strategia di allagamento e distruzione. Parigi non esisterà più, i parigini moriranno a milioni. Sappiamo che tutto questo non è accaduto, ma solo l'ipotesi applicata a quei nomi mi ha creato un'ansia di qualche minuto, e mia moglie Daniela, seduta vicino a me in sala, piangeva. Diplomacy racconta del rapporto fra Raoul Nordling, console svedese in Parigi, e il generale Dietrich von Choltitz, incaricato dell'immane distruzione. I due sono connessi da una certa cultura trasversale, oltre i ruoli e le nazioni, oltre la guerra. Lo svedese usa tutti gli argomenti, diplomatici, umani, militari, morali. "Generale, la storia la ricorderà come colui che ha distrutto Parigi, oppure che l'ha salvata." A fronte di pericoli mortali il prussiano "disobbedisce" all'ordine di quel pazzo ex caporale, che niente aveva di trasversale rispetto ai due protagonisti.

Roma
I cosiddetti "sacchi di Roma" sono molti, ecco i più importanti: nel 390 a.C. la distruggono i Galli Senoni di Brenno; nel 410 è la volta dei Visigoti: nel 455 dei Vandali; nel 1084 è al centro della lotta fra papato e Sacro romano impero; nel 1527 sono i lanzichenecchi di Carlo V d'Asburgo a distruggerla. Nel 2014 non scorre sangue, ma roba meno nobile, una corruzione che tutto ammorba, nel profondo. Nessuno si salva. La politica è corrotta, lo sappiamo. Ma sempre si spera in una zona franca, anche da raccontare a noi stessi, e ai figli che dovranno crescere e vivere in città. Campioni dello sport, artisti che chiedono aiuto a mafiosi per liti o per furti. Sindaci sospettati di essere spalloni, consigli comunali dove tutti sono corrotti, criminali che dicono di "tenere in pugno" il Quirinale. Una distruzione non più convenzionale, ma nucleare. I soliti anticorpi non bastano più. Le registrazioni riportano le parole dei delinquenti, in un romanesco volgare e inquietante, non è quello di Fabrizi, della Magnani, o di "Roma non fa la stupida stasera".

Milano
Infine la terza città, Milano. Devastata il 7 dicembre - sì, come Pearl Harbor- alla Scala, da uno spettacolo triste, demagogico, scontato in un penoso quadro di politicamente corretto. Dopo pochi minuti, vedendo -in televisione- il Fidelio non sapevo se essere triste o furibondo. Sono milanese. Non sono uno specialista in quel senso, ma il mio mestiere è la cultura, ed è lo spettacolo, riesco ad avere percezioni corrette. Tuttavia ho preferito avere qualche avallo, che ho avuto. Cito un paio di stralci di addetti a quei lavori: "Sul palco la tristezza di ferri da stiro, tute da ginnastica e spazzoloni. L'estetica del Mocio vileda" (Luigi Mascheroni, Il Giornale). "Quando all'ultimo quadro la fabbrica dismessa viene occupata da un popolo di straccioni agitanti stracci rossi, ci si rende conto che la migliore regia straniera non vale la peggiore italiana." Parole di Paolo Isotta, del "Corriere" alla sua quarantesima "prima" di Sant'Ambrogio. E' vero che la Scala è, da sempre, un modello antagonista (sì, capovolgo il concetto) della vita normale, di chi non possiede gioielli, abiti da sera, facce devastate dalla chirurgia e posizioni di potere. E' vero che può essere intesa come privilegio che offende, ma il teatro, il palcoscenico, la Storia, non sono rappresentati dal parterre, da quella fascia ormai grottesca del 7 dicembre. Scala significa lo spettacolo più alto e i costumi più ricchi, quando devono essere ricchi. La Scala è quella. Fuori ci sono i soprusi, i diritti negati, adesso anche la povertà tangibile. C'è un Paese alla deriva, lo sappiamo bene. Ma la Scala è quella. C'è stato un momento in cui non riuscivo a distinguere la differenza fra la piazza che contestava e il palcoscenico. Il nome da fare è Deborah Warner, regista: dimenticarla, impedirle di farsi rivedere in città. Sì, sono un milanese arrabbiato.

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