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La politica degli autori: Francesco Munzi

Un regista capace di sporcarsi le mani con il genere.
di Mauro Gervasini

In foto il regista Francesco Munzi.
Francesco Munzi (51 anni) 1 settembre 1969, Roma (Italia) - Vergine. Regista del film Anime nere.

mercoledì 17 settembre 2014 - Approfondimenti

Folgorato da Anime nere, in concorso alla Mostra di Venezia e dal 18 settembre in sala, mi sono rivisto il primo lungometraggio (su tre) di Francesco Munzi, Saimir (2004). Storia di un ragazzo albanese che vive di espedienti sul lungomare laziale diroccato, non lontano da dove fu ucciso Pasolini, stessa miseria ma diversa etnia. Dal sottoproletariato romano a quello romeno, albanese, rom. Saimir è in conflitto perenne col padre, che accetta il suo destino di "traghettatore" di clandestini, e intanto si dedica al furto e al sotterfugio. Lo sguardo di Michela, di cui si innamora, potrebbe guidarlo sulla strada di un domani migliore, almeno diverso, ma dura poco. Tragico determinismo? Non proprio: è la fatalità delle vite disperate, spogliate d'ogni sensualità letteraria. Interessante simmetria in Anime nere. Tutti a sottolineare come al centro della storia ci sia il legame tra tre fratelli, eppure anche qui la scintilla è lo scontro tra un giovane figlio e il padre, seppure in ruoli rovesciati rispetto a Saimir. È Leo, irrequieto figlio d'Aspromonte, a cercare nell'azione l'appartenenza al mondo criminale che ritiene suo, mentre Luciano, maggiore dei fratelli e genitore tormentato, vorrebbe estirpare la malapianta della violenza. Visti così, uno dopo l'altro, Saimir e Anime nere paiono un dittico dedicato ai luoghi, alla loro influenza sugli uomini, ai legami familiari con i loro rituali arcaici, in ambienti differenti ma uniti da un degrado che si fa materia e spirito.

Certo Anime nere è anche un noir, tratto da un romanzo omonimo di Gioacchino Criaco. Mi piace la capacità di Munzi di sporcarsi le mani con il genere. Pensa magari di fare un'altra cosa, più autoriale, rispettando però codici che sarebbe sbagliato disdegnare. La rappresentazione cruda della violenza, ad esempio, o i rapporti di forza che appartengono a una precisa "letteratura" (indicativo il colloquio-confronto tra Luciano e il boss dopo la "figliolata" di Leo, che ha sparato contro un bar per rappresaglia), sono quella cosa lì, tra mafia movie e nero alla Ferrara (nel senso di Abel: giusto il riferimento a Fratelli). Ma senza mitologia, che è di per sé finzione. Dietro insomma c'è sempre Saimir: il desiderio di penetrare una realtà senza moralismo, con un intento antropologico che lascia al racconto l'intuizione della verità di uomini, donne, terra. E in Anime nere tensione "interna" e direzione degli attori (tutti - professionisti e non - bravissimi) dicono di un regista eccellente.

Il terzo lungometraggio di Munzi è Il resto della notte (2008). Molto interessante per gli stessi motivi per i quali abbiamo amato Saimir e Anime nere, ma non altrettanto risolto. Ricca famiglia borghese del nord. La colf romena è accusata di furto, l'aiuta l'ex fidanzato che con il fratello e un tossico italiano pensa di rapinare la villa in grande stile. Alla base ancora la perlustrazione di una realtà complessa (il contesto industriale non ancora colpito dalla crisi nel suo rapporto con microcosmi degradati quali quelli dei migranti e del disagio sociale). Anche, però, il tentativo di volerla addomesticare attraverso una narrazione più programmatica, meno libera, succube di stereotipi (la ricca borghese infastidita, i romeni "ladri") che immaginiamo involontari.

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