Hide and Seek

Un film di Huh Jung. Con Mi-seon Jeon, Jung-Hee Moon, Hyeon-ju Son, Kim Won-hae Titolo originale Sum-bakk-og-jil. Thriller, durata 107 min. - Corea del sud 2013. MYMONETRO Hide and Seek * * - - - valutazione media: 2,00 su 1 recensione.
Consigliato no!
2,00/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
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Per trovare suo fratello, un uomo dovrà risolvere un misterioso codice.
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Un film che cerca di tenere continuamente alto il livello di tensione con il risultato di scoraggiare lo spettatore più smaliziato con un gioco che si logora in fretta
Emanuele Sacchi     * * - - -

Sung-soo, agiato businessman, ha un fratello, povero e solo, di cui non ha mai rivelato l'esistenza alla propria famiglia. Di fronte all'ennesimo grido di aiuto di quest'ultimo decide di andarlo a trovare e di affrontare finalmente i propri sensi di colpa mai sopiti. La verità che è destinato a scoprire, però, è ben più inquietante e sorprendente rispetto a quanto atteso.
Il brutale incipit delinea immediatamente i confini di genere del debutto di Huh Jung, iscrivendolo a pieno titolo nei canoni del nero thriller sudcoreano: disturbante, crudo e senza speranza. Cinema fortemente di genere, in cui la reiterazione di temi, personaggi e scene clou non rappresenta un problema, specie fin tanto che il pubblico premia ogni nuova uscita del filone, quasi a rivendicare con forza un primato che tanta influenza ha avuto e continua ad avere sul thriller mondiale di grande e piccolo schermo.
Anziché evitare le possibili trappole del genere - la prevedibilità dei colpi di scena e l'apparente immortalità di personaggi presi più volte a sprangate in testa - Hide and Seek ne inanella quasi con orgoglio una successione imbarazzante, rifugiandosi fino all'esasperazione in situazioni di suspense scontate quando non vetuste. L'insistito nascondersi in armadi da cui spiare le future vittime, la concentrazione della macchina da presa su porte blindate e finestre, linee di demarcazione tra mondi socialmente inconciliabili. L'intento è quello di mantenere continuamente elevato il livello di tensione opprimente, il risultato è quello di scoraggiare lo spettatore più smaliziato con un gioco che si logora in fretta.
Molteplici le influenze immediatamente identificabili, a partire da capisaldi del sottogenere social-thriller come Panic Room e Funny Games, ma la posizione assunta dal regista diverge dall'uno e dall'altro. Dove per Haneke gli assassini appartengono al medesimo milieu sociale della famiglia borghese scelta come vittima (e il movente non è esplicitato) e per Fincher sono dei ladri professionisti a colpire chi possiede troppo dove è più vulnerabile, per Huh Jung è in corso un chiaro conflitto sociale. Il senso di colpa dei benestanti, alla base dell'accumulo di una fortuna smisurata - dietro alla quale non possono che nascondersi i fatidici scheletri nell'armadio - è perlopiù legato a eventi dell'infanzia, in fondo totalmente giustificabili, ed è completamente mondato grazie al colpo di scena che muta registro e significato del film. Al contrario è impossibile per lo spettatore di Hide and Seek simpatizzare con i nullatenenti, sporchi esteriormente quanto moralmente, belve assatanate che invidiano le ricchezze altrui e perseguono il solo scopo di sostituirsi al ceto più abbiente, non di dimostrarsi migliori di esso. Una disamina così evidentemente reazionaria da rendere sostanzialmente impensabile Hide and Seek nel mondo del politically correct occidentale, ma per il pubblico sudcoreano - che al film ha regalato un incasso-record di circa 18 milioni di dollari nella prima settimana di programmazione - non è così: la suddivisione della società in caste e l'inevitabile, benché latente, scontro sociale sono sì presenti e percepiti, ma è altrettanto chiara la posizione in merito.
Riportando in fondo alla natura primigenia del cinema sudcoreano, al The Housemaid originale di Kim Ki-young e alla sua condanna della governante psicopatica e manipolatrice, anziché al remake di Im Sang-soo, in cui il personaggio si trasforma in martire della buñuelliana perversione dell'alta borghesia. Ma quel che nei primi Sessanta di un paese dilaniato dalla guerra e da un anti-comunismo viscerale pareva inevitabile, oggi assume le sembianze di un anacronistico alito di vento reazionario, che si serve delle armi in dotazione al cinema di genere per redimere il capitalismo con una dose minima di ave maria e la certezza di un'indulgenza plenaria.

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