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Il genio di Bergman...non è di Bergman

Dove si racconta di culle scambiate e di dna su francobolli. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

Ingmar Bergman (Ernst Ingmar Bergman) 14 luglio 1918, Uppsala (Svezia) - 30 Luglio 2007, Faro (Svezia).

lunedì 30 maggio 2011 - Focus

L'intrigo è annodato e complesso, anzi, è doppio. In poche parole sarebbe questo: Ingmar Bergman non è figlio di Erick, il padre ufficiale, diciamo così. Erick si sarebbe "appropriato" del neonato per toglierlo da una situazione imbarazzante: tale Hedvig Sjöberg, madre naturale, era una ragazza-madre con tanto di relativo scandalo (siamo nella Svezia del 1918). Così Erick avrebbe dato a Ingmar un nome e una situazione di sicurezza: l'uomo era un pastore protestante tenuto in grande considerazione. Certo si poneva il problema della moglie di Erick, Anna, definiamola partoriente ufficiale, ma anche questo nodo si sciolse opportunamente: il vero figlio del pastore sarebbe nato morto. Tutto questo sarebbe stato tenuto nascosto ad Anna Åkerblom, madre ufficiale appunto, che viveva un momento difficile, per salute e depressione generale. Insomma il neonato che le portarono in braccio veniva da un'altra culla. Ma c'è di più, sembra che l'impeto di doppia generosità di Erick che, è appurato, generoso non era, avesse una ragione più profonda: in realtà il piccolo era proprio suo, si vociferava, appunto, di una relazione fra il pastore e la Sjöberg. E qui non può non inserirsi il dna. Infatti c'è di mezzo un francobollo leccato dal regista, che escluderebbe la maternità biologica di Anna. Come ho detto sopra: intrigo annodato e complesso. In (difficile) sintesi: la madre del regista sarebbe un'altra e forse anche il padre sarebbe un altro.

Perché?
Tutto questo perché? Perché una della nipoti di Bergman, Veronica Ralston, leggendo un certo libro, e scrivendone un altro "Il figlio illegittimo e la sostituzione di un bambino", ha deciso di diventare in qualche modo protagonista di qualcosa.
Un uomo come Ingmar Bergman, uno dei maggiori artisti del Novecento, può essere uno spunto, un pretesto, una possibilità, in un momento come questo, dove hai sempre l'opportunità di sollevare un polverone volgare perché ci sarà comunque qualcuno che ti offre una sponda e qualcun altro che scoverà un dna ad avallare il polverone. Succede spesso che ci sia speculazione intorno a un grande morto. Che tristezza. Questo è un aspetto. Poi c'è l'altro, che comunque voglio intendere come fiction, come racconto. Ma prima una premessa. Quando il regista morì nel luglio del 2007, lo ricordai in questo modo:

"Il primo pensiero è: e adesso? Credo di poter estendere a molti, se non a tutti, questo primo sentimento: ci sentiamo meno tutelati. Non c'è dubbio che Bergman sia uno di quegli artisti generali che non fanno parte di una sola disciplina, è un autore assoluto, è un riferimento e un eroe. L'educazione sentimentale, e intellettuale, di molte generazioni, anche recenti se non recentissime, non ha potuto prescindere da certi film di Bergman. Ho spesso citato una risposta di Cesare Pavese a chi gli domandava quali fossero i suoi narratori preferiti. Diceva De Sica e Thomas Mann. Legittimando e accorpando di fatto la grande letteratura e il grande cinema. Fra i portatori di sogno, di emozione e intelligenza, e anche di mistero e di angoscia utile, fra coloro che davvero hanno migliorato la nostra vita, Bergman ha il diritto di rivendicare un posto d'onore. In Casablanca, Dooley Wilson canta "As Time Goes By". Una frase della canzone dice "... ci pensa il tempo a scremare l'essenziale..." E l'essenziale è ciò che si insinua nella nostra memoria e coscienza, perché è stato costruito così, misteriosamente perfetto e ancestrale, buono per tutti i tempi e tutte le culture. Cito due soli fotogrammi: la morte col suo mantello nero aperto del Settimo sigillo e il vecchio professor Borg, che per un incantesimo può assistere a immagini del passato, ne Il posto delle fragole. E riporto una sequenza fondamentale, forse la sequenza dell'intera opera dell'autore. Focalizzo, per sintesi ed efficacia, questo unico decisivo aspetto. Nel Settimo sigillo il cavaliere Antonius Blok, in realtà Ingmar Bergman, si confida, ignaro, con la morte:
"...Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza, voglio che Dio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli... lo chiamo e lo invoco e se egli non risponde io penso che non esiste... ma allora la vita non è che un vuoto senza fine... nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno, come cadendo nel nulla, senza speranza..."
Bergman era dunque terrorizzato dalla morte, dall'aldilà e dall'insicurezza. Non ha mai perdonato a Dio di rimanere nascosto, di non dare certezze. Ma da questa grande paura, da questa immane angoscia irrisolta è nata la sua poetica e sono arrivate le sue indicazioni. Dunque va bene così. Con tutto il cuore, una volta all'ultimo ciak del suo estremo, privato film, gli auguro una lieta sorpresa. E gli auguro che ciò che ha fatto per noi, da questa parte, con impegno, dolore, intelligenza e incanto, gli serva da dote e da franchigia per essere accolto al meglio dall'altra parte..."

Fiction
Veniamo alla fiction. E partiamo da una fiction, dal film Con le migliori intenzioni, di Bille August. Il titolo ottenne la Palma d'oro a Cannes nel 2003. Meritata. Alla base c'era un testo che era una garanzia, firmata proprio da Ingmar Bergman. Sì, un'autobiografia. Il film racconta la nascita e la vita in famiglia del piccolo Ingmar. Il padre Henrick, studente senza mezzi, sposa Anna, di ottima famiglia, che si è messa contro i genitori. È la premessa di un matrimonio non semplice, pieno di contrasti interni che non migliorano quando il giovane diventa pastore e non giovano alla serenità di Henrick, che si rivela un padre intransigente e distaccato, freddo e persino con tratti di crudeltà. Ingmar riversa dunque quasi tutto il suo affetto sulla madre. Una famiglia, una base, certamente capaci di condizionare carattere e scelte. E di condizionare una vita. Un habitat di sentimenti e di angosce decisivo, in un certo senso artisticamente stimolante.

Genetica
Cosa sarebbe successo se il neonato fosse rimasto nella sua prima culla? Il talento, la dotazione, magari l'incanto, stanno nella genetica e nell'antropologia. Ingmar l'avrebbe comunque recuperato, isolato e rappresentato. Poi, naturalmente c'è l'educazione e c'è l'ambiente. Se il bambino, poi il ragazzo, poi il giovane, fosse cresciuto in un'altra famiglia e cultura, se avesse avuto un padre avvocato, o medico, o commerciante, magari una madre possessiva e competitiva, certo avrebbe raccontato altre vicende. Allora diciamo che il modello di quel padre severo e oppressivo ha causato una sofferenza che ha favorito una ricerca, che ha innescato una poetica che ha definito il genio. È un'equazione. Un altro punto: se Ingmar avesse sofferto di meno, che film avrebbe fatto? Film migliori? Non credo. E allora togliamo un'altra incognita e chiudiamo l'equazione. Negli anni vulnerabili, per dirla alla Fitzgerald, Bergman ha certo sofferto.
Be', lasciamogli quella sofferenza. Diciamo che è andata bene così.

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