Nel 2029 infuria la guerra tra umani e robot, in un panorama apocalittico devastato dalla guerra nucleare scoppiata negli anni ’90. Le speranze dell’umanità sono legate a John Connor, leader della resistenza. Dopo il tentativo fallito nel 1984 di eliminare Sarah Connor, madre di John, le macchine inviano indietro nel tempo, nel 1991, un nuovo Terminator evoluto, il T-1000, per uccidere il ragazzo. Ma John stesso ha mandato nel passato anche un Terminator riprogrammato per proteggerlo da questa eventualità.
Di troppi film si sostiene, con una certa leggerezza, che abbiano cambiato la storia del cinema. Nel caso di
Terminator 2 – Il giorno del giudizio l’iperbole è quantomai giustificata. Non soltanto per la scala produttiva, per la spettacolarità o per la capacità di James Cameron di trasformare un sequel in qualcosa di più grande e ambizioso dell’originale, come già fu per
Aliens – Scontro finale, ma soprattutto perché
Terminator 2 – Il giorno del giudizio sembra appartenere contemporaneamente a due epoche: quella in cui è stato realizzato e quella che il suo immaginario ha contribuito a prefigurare.
Terminator 2 è un kolossal costruito sulla distruzione, ma il suo vero tema è la possibilità di modificarla. La profezia può essere spezzata, il destino riscritto, la macchina riconvertita a strumento di protezione. La tecnologia che ha prodotto l’apocalisse può dunque essere utilizzata contro l’apocalisse stessa. Cameron mette in scena il giorno del giudizio e, contemporaneamente, suggerisce che non sia ancora troppo tardi per rimandarlo.