| Titolo originale | Left-Handed Girl |
| Anno | 2025 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Taiwan, Francia, USA, Gran Bretagna |
| Durata | 108 minuti |
| Al cinema | 2 sale cinematografiche |
| Regia di | Shih-Ching Tsou |
| Attori | Shi-Yuan Ma, Janel TSAI, Nina Ye, Brando Huang, Akio Chen Teng-Hui Huang, Xin-Yan Chao. |
| Uscita | lunedì 22 dicembre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| MYmonetro | 3,43 su 18 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 15 dicembre 2025
A Taipei, Shu-fen lotta per tenere insieme la sua famiglia, ma le iniziative delle figlie rischiano di distruggere l'equilibrio già precario. Il film è stato premiato a Roma Film Festival, a National Board, ha ottenuto 2 candidature a Critics Choice Award, La mia famiglia a Taipei è 97° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 349,00 e registrato 68.610 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nel mercato notturno di Taipei Shu-fen gestisce un chiosco che serve noodle: lasciata dal marito da diversi anni, sta ancora affrontando i debiti residui, faticando a gestire l'irrequieta figlia ventenne I-Ann e la piccola I-Jing di 5 anni. La sorella maggiore lavora segretamente come betelnut girl, mentre la minore vaga da sola per la città, provando a interpretare a suo modo il mondo dei grandi. Mentre Shu-fen si lascia andare alla depressione, la situazione le sfugge di mano e le iniziative di I-Ann e I-Jing rischiano di compromettere ulteriormente l'equilibrio famigliare.
Durante la visione di Left-Handed Girl la prima impressione potrebbe essere quella di un Florida Project in versione taiwanese, complice la presenza di Sean Baker in qualità di produttore e co-sceneggiatore.
Shih-Ching Tsou è da sempre collaboratrice fidata di Baker e produttrice dei suoi film, tanto che i due hanno girato insieme nel 2004 Take Out, il film che ha rivelato al mondo il talento del regista di Anora. È indubbio che in Left-Handed Girl tornino alcuni dei temi cari al cineasta americano: il disagio dei ceti meno abbienti e la loro rassegnazione, che porta a trascurare la famiglia e l'educazione dei figli; la mancanza di moralità diffusa e l'effetto nocivo della società post-social network, che si rispecchia tra le diverse generazioni - la nonna interessata innanzitutto al proprio look e ai complimenti altrui, il bombardamento mediatico subito attraverso i dispositivi a ogni età. Il tocco di Baker in fase di sceneggiatura si percepisce nel ritmo indiavolato e nell'attenzione a dialoghi credibili e ficcanti, tali da coinvolgere un pubblico variegato per cinefilia e capacità di attenzione. Ma l'ambientazione taiwanese non si limita al solo "esotismo": ritorna il topos delle betelnut girls (ragazze che vendono noci di areca, spesso discinte e contigue alla prostituzione), spesso immortalate da Tsai Ming-liang nei suoi film, così come, seppur sfumato in chiave di commedia, il tradizionalismo figlio dell'epoca del Terrore Bianco, incarnato dalla figura del nonno, che ammonisce la piccola I-Jing a non utilizzare la mano sinistra, la "mano del diavolo".
Tutti elementi ricorrenti della New Wave taiwanese, di cui Shih-Ching Tsou è una chiara discepola, che ripresentano le contraddizioni di una nazione nata e vissuta nel radicalismo anti-comunista e nella convivenza di un contrasto stridente tra tradizioni ataviche e modernizzazione forzata. Dove The Left-Handed Girl difetta è nell'elemento sorpresa. È sufficiente aver visto qualche film taiwanese o qualche commedia con risvolti sociali per intuire la direzione che prenderà la trama, con colpi di scena e climax "risolutivi" e sopra le righe ampiamente prevedibili. Tipici limiti di un debutto da regista nel lungometraggio, che tuttavia sa conquistare per la sincerità proposta e per l'interpretazione di un cast splendidamente assemblato. Nina Ye, la giovanissima attrice che interpreta I-Jing, ha del prodigioso per le sfumature che riesce a cogliere, tanto nei momenti di entusiasmo infantile che in quelli di confronto con una realtà ostile e inafferrabile. La macchina da presa di Tsou sposa quasi sempre il suo punto di vista e si pone ad altezza di bambino, inseguendo I-Jing nel mercato notturno di Taipei o in escursioni per la città condotte nella totale trascuratezza di madre e sorella. Questa ingenuità della soggettiva è insieme il punto di forza e di debolezza di un film gradevole, con un cuore da bambino.
La regista Shih-Ching Tsou (coadiuvata dal suo sceneggiatore Sean Baker) nel suo film La mia famiglia a Taipei (Left-handed girl), riesce, con una notevole efficacia, a darci una chiara idea di come la povertà può non sfociare nella miseria; e come vivono e si arrangiano coloro che non sono nati con la camicia. Un palcoscenico dove è rappresentata la vita, sia nei suoi aspetti [...] Vai alla recensione »
Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la critique di Cannes lo scorso maggio, La mia famiglia a Taipei è l’opera prima di Shih-Ching Tsou, principale collaboratrice di Sean Baker, produttrice di molti suoi film (Starlet, Tangerine, The Florida Project (guarda la video recensione), Red Rocket) e co-regista di uno dei primi lavori del futuro regista di Anora, Take Out. Del film Baker è co-sceneggiatore e montatore, quasi a rendere il favore del tanto lavoro in coppia del passato e a rendere più facile il passaggio di Shih-Ching Tsou a un altro livello della creazione cinematografica.
Per trama, personaggi, ambientazione, La mia famiglia a Taipei è un film tipicamente taiwanese. Un aggiornamento di quello stile ancora oggi insuperato, tra riprese in strada, camera a mano, impareggiabile capacità di cogliere la relazione fra personaggi e spazi urbani, che ha reso grande il cinema dell’isola cinese negli anni Ottanta, grazie soprattutto ai film dei suoi maestri indiscussi, Hou Hsiao-hsien ed Edward Yang.
Nella storia di una donna, Shu-Fen, che ritorna a Taipei dopo anni di assenza e insieme con le figlie, la diciottenne I-Ann e la piccola, adorabile I-Jing, avvia un chiosco di noodle nel mercato notturno, si colgono il peso e la ricchezza di una tradizione che a Taipei è ancora oggi connessa allo strappo di metà XX secolo con la Repubblica Popolare Cinese (che nel film è evocato con insospettabile ardore dai più giovani) e all’importa del cibo.
Da spettatori occidentali, vedendo cucinare e mangiare i noodle vengono subito in mente le sequenze notturne di Taipei Story di Edward Yang, gli interni inizio-novecenteschi di Shanghai Flowers o le discoteche di Millennium Mambo di Hou Hsiao-hsien, in cui non si smette un attimo di mangiare. Restando poi un immaginario legato all’estremo Oriente (chissà quanto autentico o generato dal cinema stesso), tornano le immagini e i sapori virtuali della salsa ai fagioli di Le ricette della signora Toku di Naomi Kawase, i pasti frugali nel cinema di Jia Zhangke, quelli rapidi e indimenticabili di Hong Kong Express di Wong Kar-wai, quando il poliziotto interpretato da Tony Leung s’innamorava della commessa di un chiosco di panini, la bellissima Faye, al suono ripetuto infinite volte di "California Dreaming".
Collaboratrice di lunga data di Sean Baker (Anora) – insieme hanno diretto un documentario sul quotidiano di un fattorino cinese senza documenti a New York (Take Out) e prodotto diversi film - Shih-Ching Tsou debutta alla regia con un dramma di famiglia in un esterno (notte), dove una madre single e le sue due figlie sognano una ripartenza. La prima, adulta e ribelle, la seconda ancora bambina. Appena sbarcate a Taipei, prendono in affitto uno spazio al mercato notturno della capitale taiwanese per aprire una bancarella di noodles. Ognuna a modo suo dovrà fare i conti con le regole implicite, i pregiudizi e le aspettative di un ambiente in cui le donne faticano a essere se stesse. Scritto a quattro mani con Sean Baker, La mia famiglia a Taipei è una tappa importante per questo proficuo tandem professionale, che ama scambiarsi i ruoli e ricambiarsi i favori. Shih-Ching Tsou ha prodotto quattro film (Starlet, Tangerine, Un sogno chiamato Florida (guarda la video recensione), Red Rocket) del regista indipendente americano, vincitore della Palma d’Oro nel 2024 con Anora, e quest’anno ha esordito alla Settimana della Critica di Cannes, dribblando la notte e le bancarelle per inseguire tre generazioni di donne represse dalla tradizione e dalla comunità patriarcale cinese. Tre passeggere che (non) si somigliano e di cui il legame fino alla fine rimane oscuro, mentre un padre muto e morente giace in ospedale.
Sean Baker e Shih-Ching Tsou, amici per la vita, collaborano insieme da oltre vent’anni. Se il Baker touch è evidente (il colore dominante, l’ode ai personaggi, il supplemento d’anima nei dialoghi), La mia famiglia a Taipei resta un’opera assolutamente personale. Ficcato in una giungla sociale, il debutto di Shih-Ching Tsou compone con soldi, debiti, sesso, menzogne, adulterio, aborto. E ancora, corse in città, montaggio iperveloce, riprese con iPhone, a cui l’autrice aggiunge una formidabile analisi dei costumi e delle superstizioni: la mano sinistra è per forza del diavolo e la preferenza sociale va sempre agli uomini, ai figli maschi, mai alle figlie. Come in Un sogno chiamato Florida (guarda la video recensione), La mia famiglia a Taipei sa catturare bene l’energia volubile e la spontaneità cruda dell’infanzia, l’onnipotenza della sua immaginazione. Se il titolo italiano è ‘inclusivo’, quello originale, Left-Handed Girl (la ragazza mancina), centra un personaggio preciso del racconto. Personaggio che ne custodisce a sua insaputa il segreto e che nasce da un ricordo d’infanzia di Shih-Ching Tsou, a cui il nonno proibiva di usare la mano sinistra, considerata superstiziosamente la mano del diavolo. Guidata da una suggestione lontana, filma un nucleo familiare dentro un caos di luci calde e di ambulanti, dove le tensioni che attraversano la società taiwanese vengono riprodotte in miniatura. La regista si mantiene ad altezza di bambina e si avventura con lei in un mondo di bubble tea e di suricati, prima di passare a preoccupazioni più adulte. Perché la piccola protagonista condivide storia e appartamento con la madre e la ‘sorella’, una donna e una ragazza, che provano ogni giorno a far tornare i conti. Vitalità, sopravvivenza e urgenza cementano una narrazione sempre trascesa dalla benevolenza dello sguardo dell’autrice, desiderosa di trovare un legame in fondo al film. Film che esplode in un climax finale sorprendente e involontariamente comico.
In La mia famiglia a Taipei, Tsou Shih-ching costruisce un dramma familiare che sembra, più che raccontare una storia privata, intercettare una condizione comune nell’Asia contemporanea — e non solo. La vicenda della giovane donna che torna nella natia Taipei per affrontare il caos affettivo lasciato in eredità dalla famiglia non è che il punto di partenza per leggere, in filigrana, una crisi più ampia: quella dei legami, delle responsabilità e delle identità, messe in ginocchio dalla pressione del capitalismo contemporaneo. Una famiglia disfunzionale non come deviazione dalla norma, ma come risultato sistemico.
Il contesto urbano taiwanese, con la sua densità soffocante, gli appartamenti sovrapposti e le giornate scandite da lavori precari, diventa un organismo vivente che inghiotte il tempo e la capacità di ascoltare l’altro. Tsou non lo esplicita mai, ma lo lascia filtrare nei vuoti e nei silenzi, che non sono mai tali nel mondo iperconnesso che avvince e opprime sin dalla più tenera età – a soli 5 anni I-Jing non conosce la noia e cancella la solitudine scimmiottando i grandi e le storture delle loro vite spezzate. La disfunzione non ha origine in un trauma eclatante: è la normale corrosione dei sentimenti sotto il peso di ritmi di vita sempre più schiaccianti.
Shu-fen rientra a Taipei dopo anni passati altrove, e affitta un chiosco al mercato per cucinare noodle. Ma fatica a sbarcare il lunario, affossata dai debiti residui di un marito che l'ha lasciata da tempo e che ora agonizza in un letto d'ospedale. Con lei ci sono l'irrequieta figlia ventenne I-Ann (una "betelnut girl", che vende tabacchi e noci di areca in abiti succinti) e la piccola I-Jing di 5 [...] Vai alla recensione »