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La mia famiglia a Taipei, quando il cibo dona un attimo di quiete

Come in altri film orientali del passato, anche nel film di Shih-Ching Tsou tocca alla casa e al cibo ricomporre un ordine sociale e familiare. Al cinema.
di Roberto Manassero

Nina Ye . Interpreta I-Jing nel film di Shih-Ching Tsou La mia famiglia a Taipei.
mercoledì 24 dicembre 2025 - Focus

Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la critique di Cannes lo scorso maggio, La mia famiglia a Taipei è l’opera prima di Shih-Ching Tsou, principale collaboratrice di Sean Baker, produttrice di molti suoi film (Starlet, Tangerine, The Florida Project (guarda la video recensione), Red Rocket) e co-regista di uno dei primi lavori del futuro regista di Anora, Take Out. Del film Baker è co-sceneggiatore e montatore, quasi a rendere il favore del tanto lavoro in coppia del passato e a rendere più facile il passaggio di Shih-Ching Tsou a un altro livello della creazione cinematografica.

Per trama, personaggi, ambientazione, La mia famiglia a Taipei è un film tipicamente taiwanese. Un aggiornamento di quello stile ancora oggi insuperato, tra riprese in strada, camera a mano, impareggiabile capacità di cogliere la relazione fra personaggi e spazi urbani, che ha reso grande il cinema dell’isola cinese negli anni Ottanta, grazie soprattutto ai film dei suoi maestri indiscussi, Hou Hsiao-hsien ed Edward Yang.

Nella storia di una donna, Shu-Fen, che ritorna a Taipei dopo anni di assenza e insieme con le figlie, la diciottenne I-Ann e la piccola, adorabile I-Jing, avvia un chiosco di noodle nel mercato notturno, si colgono il peso e la ricchezza di una tradizione che a Taipei è ancora oggi connessa allo strappo di metà XX secolo con la Repubblica Popolare Cinese (che nel film è evocato con insospettabile ardore dai più giovani) e all’importa del cibo.

Da spettatori occidentali, vedendo cucinare e mangiare i noodle vengono subito in mente le sequenze notturne di Taipei Story di Edward Yang, gli interni inizio-novecenteschi di Shanghai Flowers o le discoteche di Millennium Mambo di Hou Hsiao-hsien, in cui non si smette un attimo di mangiare. Restando poi un immaginario legato all’estremo Oriente (chissà quanto autentico o generato dal cinema stesso), tornano le immagini e i sapori virtuali della salsa ai fagioli di Le ricette della signora Toku di Naomi Kawase, i pasti frugali nel cinema di Jia Zhangke, quelli rapidi e indimenticabili di Hong Kong Express di Wong Kar-wai, quando il poliziotto interpretato da Tony Leung s’innamorava della commessa di un chiosco di panini, la bellissima Faye, al suono ripetuto infinite volte di "California Dreaming".
 


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In foto una scena del film.

La California è anche l’orizzonte a cui idealmente si rivolge Shih-Ching Tsou per il suo film. Il suo stile nervoso e impressionista si ispira naturalmente a Baker, le strade di Taipei sono attraversate di corsa o in motorino, con foga o con meraviglia, come avveniva nella Los Angelese di Tangerine. Là la luce era crepuscolare e arancione, qui è notturna e squarciata da migliaia di colori al neon.

La piccola I-Jing, poi, non può che essere una sorella ideale della coetanea protagonista di The Florida Project (guarda la video recensione), a zonzo per il mercato notturno come quell’altra si aggirava per le giostre di Disneyworld. Nello stupore della bambina c’è la scoperta del mondo da parte della macchina da presa (e viceversa) e talvolta pure l’apparizione di un elemento magico: il titolo internazionale del film è del resto Left-handed Girl, la ragazza mancina, dopo che il redivivo padre della bambina impone il divieto di usare “la mano dei diavolo”… In generale, però, La mia famiglia a Taipei rimane sui binari di un realismo crudo e insieme vitalistico, con immagini che esprimo in modo sensoriale l’esperienza dei suoi personaggi, tra jump cut, musica ritmata, movimenti di camera velocissimi.

Come spesso accade nel cinema orientale, tocca alla casa e al cibo ricomporre un ordine sociale e familiare, dando al film brevi ma significativi attimi quiete. Un piano fisso in un interno, una pausa mentre si mangia, un barlume di quell’amore di cui tutti, anche nella Taipei di oggi, tra il peso del passato e l’incertezza del futuro, hanno bisogno.


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