| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Alec Griffen Roth |
| Attori | Al Pacino, Charlie Heaton, Diana Silvers, Judah McFadden, Aleeah Rogers Angela Sarafyan, Patrick Schwarzenegger, Elsie Hewitt, Sara Sampaio, Sophia Bui, Christine Kellogg-Darrin, Laura Meadows, Louis De La Costa, Rodney Gardiner, Savannah Rodin, Edgar Damatian, Jack Sheehan, Dagger Salazar, Shane Callahan, Iris Liu, Ashlee Nicole Jordan. |
| MYmonetro | Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 24 novembre 2025
Dopo la morte del padre, Alex ed Emily partono per Hollywood per scoprire l'identità di Billy Knight, figura legata al passato del padre sceneggiatore.
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CONSIGLIATO NÌ
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Alex ha un'ossessione, fare cinema, ma qualcosa lo blocca e la morte recente del padre ha complicato le cose. A sostenerlo da sempre c'è Emily, aspirante sceneggiatrice a Los Angeles. Ma i loro sogni di gloria non fanno rima con l'amore. Lei è sul pezzo, lui sempre altrove. Poi una scoperta curiosa, una scatola di sceneggiature incompiute e un nome ricamato su un fazzoletto di seta ("Billy Knight) scovati tra i memorabilia del padre, gli aprono (letteralmente) la via verso un altro mondo, una dimensione magica dove regna un vecchio regista hollywoodiano disilluso. Qualcosa finalmente si muove e muove la passione di Alex, che dovrà trovare un nuovo equilibrio tra sentimento e mestiere.
Illustre sconosciuto, Alec Griffen Roth comincia dalla fine. Spieghiamo.
Quando Billy Wilder (Viale del Tramonto, Fedora), Federico Fellini (8½), Steven Spielberg (The Fabelmans), Sam Mendes (Empire of Light) o Damien Chazelle (Babylon), per citarne alcuni, hanno deciso di scrivere la loro "lettera d'amore al cinema" - per riprendere questo termine di marketing che si adatta perfettamente alla sequenza di apertura di Billy Knight -, avevano alle spalle film e chilometri di pellicola. Ciascuno a suo modo, faceva uno splendido ritorno alle origini della propria ispirazione. Prima e dopo, tanto cinema ispirato, la bella consistenza dei loro eroi, la fluidità di espressione, il senso del dettaglio, la potenza del processo creativo e qualche volta dell'impotenza creatrice. Alec Griffen Roth, al suo esordio, sceglie di girare 'il grande film sul cinema', aggrappandosi, senza pudore e nessuna visione, al genere che più di altri richiede esperienza e spalle larghe. Il risultato è un filmetto che confeziona il tutto come un intreccio di significati disposti su un espositore, dove nulla trascende le inquadrature, spolverate a colpi di luci soffuse, e dove il cinema non ha altro ruolo se non quello di fare da sfondo: né immaginario, né memoria, né mistero, ma un fermaglio che permette al film di chiudersi su se stesso. Opera evidentemente autobiografica, aspettare i titoli di coda per credere, Billy Knight mostra una sala cinematografica vuota, filmata come un antico tempio con la polvere che fluttua davanti all'alone luminoso di un proiettore, come una brutta pubblicità che proponga una visita immersiva in questa vecchia terra del cinema. Quello che colpisce immediatamente è l'effetto di levigatura dell'immagine, che offre solo un simulacro dei film che imita.
Con tratto grosso, Roth disegna un vintage logoro (moquette rossa e poltrone rosse), senza che alcun estro registico venga a stravolgere un po' l'eccessiva compostezza di questo quadro desueto. Nemmeno la presenza di Al Pacino, che si limita a fare Al Pacino, può raddrizzare le sorti di un film che tenta la romantic comedy, avvicinando due solitudini per colmare la mancanza di immaginazione. Il primo bacio nel set vuoto guarda senza speranza a Gene Kelly e a Debbie Reynolds, pazzi d'amore dentro la sequenza onirica monumentale di Cantando sotto la pioggia. Derivativo e mesto, Billy Knight gira in loop le stesse sequenze incapace di immaginare, figuriamoci rappresentare un sentimento sincero per il cinema o la vita. Il protagonista si dimentica costantemente di corrispondere la sua Emily, Emily si lamenta con la stessa costanza della sua mancanza di attenzione, e così fino alla fine quando un misterioso slancio e gli errori del suo amico immaginario, il Billy tutor del titolo, lo spinge a fare la cosa giusta. La La Land è l'orizzonte di riferimento, ma anche qui il confronto è impietoso. Non c'è nulla di luminoso poi in questa visione oscura del femminile, che comprende l'artista maledetto (e immemore) e lo accoglie dopo un paio di repliche pentite e la promessa sempre smentita di non farlo più. Con Powell e Pressburger, viene scomodato pure Orson Welles, a cui il protagonista viene imprudentemente paragonato, una, due, tre, troppe volte per non suonare blasfemo. Diversamente da Chazelle che, posseduto in Babylon, deflagra l'immagine fissa del venerabile cinema delle cineteche, lasciando emergere corpi, sensualità e ridando carne a esseri umani che immagineremmo come sagome diafane, spettrali, in bianco e nero, Alec Griffen Roth si limita a dirci che il cinema può riconciliarci con la vita, ma lo fa in una forma museale e soporifera. Impossibile evitare il didattismo, il registra sembra affidarsi alla memoria degli specialisti, ai nomi che bisogna conoscere, ai classici che bisogna citare (Scarpette rosse) per racchiudere la "magia del cinema" in un barattolo. Il risultato è un cinema senza magia.
Nell'ultimo anno lo abbiamo visto nel Modì di Johnny Depp, nell'horror The Ritual, diretto da Gus Van Sant nel suo Dead Man's Wire e nel cast del controverso In the Hand of Dante di Julian Schnabel, ma Al Pacino è anche al Festival di Torino 2025, dove lo ritroviamo come co-protagonista del Billy Knight fuori concorso, scritto e diretto da Alec Griffen Roth.