| Anno | 2023 |
| Genere | Thriller, |
| Produzione | Iran |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Zahra Amir Ebrahimi, Guy Nattiv |
| Attori | Arienne Mandi, Zahra Amir Ebrahimi, Jaime Ray Newman, Nadine Marshall, Lir Katz Ash Goldeh, Sina Parvaneh, Mehdi Bajestani, Elham Erfani. |
| Uscita | giovedì 4 aprile 2024 |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,49 su 29 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 27 marzo 2024
La judoka iraniana Leila e la sua allenatrice Maryam partecipano al Campionato mondiale di judo, intente a portare a casa la prima medaglia d'oro dell'Iran. In Italia al Box Office Tatami ha incassato 380 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Tbilisi, Georgia. Campionati mondiali di Judo. L'iraniana Leile Husseini è in forma straordinaria e batte le avversarie una dopo l'altra. La medaglia d'oro è possibile. Da lontano la seguono il marito e il figlio piccolo, con gli amici di sempre; da vicino, a pochi metri dal tatami, la sostiene Maryam, la sua coach. Ma la possibilità che in finale Leila posso incontrare un'atleta israeliana è sgradita alla Repubblica Islamica. Arriva dunque l'ordine, per lei, di ritirarsi dalla competizione: dovrà fingere un infortunio e abbandonare i mondiali. Oppure trovare il coraggio di prendere una decisione impossibile.
L'israeliano Guy Nattiv e l'iraniana Zar Amir Ebrahimi sono consapevoli della forza intrinseca del conflitto a cui è sottoposta la protagonista e lo portano alla massima intensità, non aggiungendo distrazioni né altri elementi fondamentali al racconto.
La lotta
fisica è metafora di una lotta psicologica che è anche politica ed esistenziale, e trascende
il singolo. Il bianco e nero universalizza quest'idea e materializza la natura estrema del
ricattto. Anche la scelta della Georgia non è casuale: paese coproduttore del film, è però
anche simbolo di frontiera, tra Europa e Asia, una frontiera che può essere momento di
incontro oppure dolorosa sezione.
L'essenzialità è la regola e si fa questione di stile. Il bianco e il nero sono anche i colori
delle divise delle judoke, mentre l'incontro è materia di concentrazione, forza, velocità,
tecnica. Il peso conta, ma il carico sulle spalle di Leila non si può misurare: non con la
stessa unità di misura di chi appartiene ad un paese libero. Nell'ultima parte il film rinuncia
purtroppo all'asciuttezza dei primi novanta minuti e cede alla spiegazione, con l'intenzione
di replicare forse quell'abbraccio finale tra le parti che è elemento integrale dell'incontro e
della filosofia del judo, ma si risolve qui in una perdita anziché in un guadagno.
Si perde infatti, la qualità più prezione del film, la tensione, e il punto di vista quasi univoco di Leila si sfilaccia per far spazio alla parabola prevedibile di Maryam (interpretata dalla coregista) e dare priorità ad altri discorsi, nonostante quello artistico li contenesse già tutti. Nei suoi momenti migliori, infatti, Tatami raggiunge una naturale compenetrazione tra elementi tematici e formali, con lo spazio del tatami come uno schermo rovesciato o riflesso, l'orologio delle competizioni che fornisce un timing inesorabile e s'impenna nei momenti in cui la protagonista è bloccata a terra e la resistenza che le viene richiesta è massima (pena il soffocamento, fisico e metaforico), e infine l'ambiente unico della palestra, che è luogo protetto ma anche claustrofobico, nel quale s'infiltra il pericolo, onnipresente: sola e macabra rappresentanza maschile in un universo tutto femminile.
Un film spettacolare, un thriller teso, che fa parteggiare per chi cerca la libertà e non le imposizioni di un sistema. La macchina da presa sapiente inquadra il paesaggio che scorre dai finestrini del pullman, monotono, è l'Iran. Chiuderà con delle immagini più varie, viste dai finestrini di un autobus che corre verso Parigi, con le atlete di judo che concorreranno [...] Vai alla recensione »
Non è esagerato pensare che il mondo di oggi sia molto simile a quello di 40 anni e più anni fa: senza che quasi ce ne accorgessimo, un’altra guerra fredda si è profilata all’orizzonte, fondata su vecchie e nuove polarizzazioni politiche. Con il timore che la tensione s’innalzi ulteriormente, assistiamo a un conflitto continuo fra superpotenze anch’esse vecchie e nuove (Usa ed Europa da una parte, Russia e Cina dall’altra), con il Medio Oriente a fare ancora e sempre da terreno di scontro.
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile, l’attacco dell’Iran a Israele – risposta al bombardamento dell’ambasciata iraniana a Damasco da parte di Tel Aviv – ha tenuto il mondo col fiato sospeso ricordando a tutti l’esplosività del conflitto fra i due paesi. Pochi giorni dopo, poi, il finale di una mezza maratona a Pechino, in cui tre atleti africani hanno lasciato vincere l’idolo cinese di casa, ha invece ribadito come qualsiasi ambito pubblico, dallo sport allo spettacolo (le ingerenze del governo iraniano nell’ultimo Festival di Berlino o le polemiche suscitate dalle cerimonie della stessa Berlinale e degli Oscar sono cronaca di poche settimane fa…) possa diventare terreno di giochi e scontri politici.
Tutto questo emerge benissimo in un film uscito da poche settimane, Tatami - Una donna in lotta per la libertà, presentato a Venezia e diretto da un regista israeliano, Guy Nattiv (autore del biopic su Golda Meir), e da un’attrice franco-iraniana all’esordio nella regia, Zar Amir Ebrahimi, già Palma d’oro a Cannes per Holy Spider. Il film è dunque di per sé una dichiarazione d’intenti: una collaborazione fra popoli e nazioni in guerra, «una cena al centro della terra» per citare il titolo di un romanzo dello scrittore ebreo-americano Nathan Englander, in cui s’immagina un incontro tra un’israeliana e un palestinese nei cunicoli di Gaza…
C’erano lacrime e applausi, quando Tatami è stato presentato a Venezia, nella sezione Orizzonti, lo scorso settembre. E noi eravamo al tappeto, stesi. Andate a vederlo, adesso che esce al cinema. Andate a vederlo, anche se sembra un piccolo film in bianco e nero. È potente, forte, travolgente, come una presa improvvisa che ti sbatte giù. Maitta, ko.
Tatami è un grande film non solo per la valenza politica del suo racconto. Non solo perché racconta una grande storia di coraggio femminile. Neppure perché è un film che, già nella sua vicenda produttiva, fa la Storia: è la prima co-regia fra un israeliano – Guy Nattiv, premio Oscar per il cortometraggio Skin – e una iraniana – Zar Amir Ebrahimi, che del film è anche coprotagonista. Teniamo in mente che in Iran è proibito persino dire la parola “Israele”, che viene nominata come “il paese occupante”. E che Israele e Iran si definiscono a vicenda “The Great Satan”.
Beh, non è ancora questo. Il fatto è che Tatami racconta tutto questo in maniera cinematograficamente possente, asciutta, decisa. Tutto ha un senso, tutto costruisce il senso. Anche il formato del film, quel 4:3 antico, demodé, che inscrive ogni corpo e ogni volto dentro uno spazio quasi quadrato, simile al tatami che accoglie e chiude i combattimenti di judo.
Ha senso il bianco e nero, un bianco e nero che non permette ai colori di intervenire ad alleggerire la storia. E che richiama certi film classici, dove i pugili si massacravano sul ring, in bianco e nero. Body and Soul, del 1947, o The Set-Up, del ’49, o Il grande campione con Kirk Douglas. O anche uno dei primissimi lavori di Kubrick, Day of the Fight, del 1951. O Lassù qualcuno mi ama con Paul Newman.
E ha senso la chiusura anche spaziale del film, che non esce quasi mai dal campo sportivo in cui si giocano i destini delle due protagoniste. Il fuori campo è un salotto in Iran, la casa di lei: il volto del marito, i vicini raccolti a guardare la televisione. Per il resto, tutto rimane chiuso nel Palazzo dello sport di Tbilisi, come fosse il palcoscenico di una tragedia greca.
Ma non si tratta, in nessun caso, di esercizi di stile. È ricerca di essenzialità. Raccontare nitidamente, senza divagazioni, come se anche noi fossimo chiusi dai confini di un tatami, la storia di donne alle prese con una scelta. La più difficile della loro vita.
«Tatami» è una storia unica che racchiude al suo interno le vicissitudini delle tante eroine iraniane che grazie all'uso dello sport si sono fatte portavoce del ruolo della donna in uno Stato che tende a cancellare e umiliare ogni elemento che possa essere un'onta incancellabile, come nel caso dell'arrampicatrice campionessa mondiale Elnaz Rekabi, che a Seul ha gareggiato a capo scoperto in segno di [...] Vai alla recensione »