| Titolo originale | Poker Face |
| Anno | 2023 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Regia di | Rian Johnson |
| Attori | Natasha Lyonne, Adrien Brody, Ron Perlman, Brandon Micheal Hall, Joseph Gordon-Levitt Nick Nolte, Colton Ryan, Megan Suri, Pedro Hollywood, Stephanie Hsu, Tim Blake Nelson, Benjamin Bratt, Hong Chau, Judith Light. |
| Tag | Da vedere 2023 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,50 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 29 maggio 2026
Un viaggio attraverso la nazione mentre una giovane donna incontra un gruppo di improbabili personaggi e vendica in ogni episodio un'ingiustizia. La serie ha ottenuto 2 candidature a Golden Globes, 2 candidature e vinto un premio ai Emmy Awards, 3 candidature a Critics Choice Award, 3 candidature e vinto un premio ai Writers Guild Awards, 1 candidatura a CDG Awards, La serie è stato premiato a AFI Awards, 1 candidatura a ADG Awards,
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Charlie Cale non sa esattamente cosa vuole dalla vita, ma sa con certezza assoluta quando qualcuno le sta mentendo. È la sua condizione fondamentale: una precaria esistenziale, in fuga da un passato che non ha scelto, che si ritrova a risolvere omicidi non perché abbia un metodo o un'autorità, ma perché il suo stesso corpo rifiuta di lasciarla stare. Charlie ha infatti un dono unico, un "superpotere": sa riconoscere, per intuito, se una persona sta mentendo. Charlie attraversa così l'America profonda in un'auto scalcagnata, passando da un lavoro all'altro, fino a che una menzogna non la risucchia nella prossima storia di omicidio.
Il primo episodio di Poker Face - la serie creata da Rian Johnson e interpretata da Natasha Lyonne, già disponibile in USA dal 2023 per Peacock, in Italia su Sky - sembra promettere qualcosa di diverso da ciò che la serie diventerà.
La narrazione si apre con una densità e una continuità che suggeriscono un arco lungo, una storia destinata a svilupparsi nel tempo, con personaggi e situazioni che si sedimenteranno di puntata in puntata. È un'aspettativa costruita con precisione, e altrettanto precisamente tradita: già dal secondo episodio, la serie rivela la propria natura procedurale, episodica, autoconclusiva. Ogni puntata porta Charlie Cale - la protagonista interpretata da Lyonne - in un ambiente nuovo, davanti a un crimine nuovo, con un cast di personaggi che non rivedremo: il caso della settimana.
Questa scelta formale va compresa nel contesto di un'industria televisiva che ha fatto della serializzazione il proprio paradigma dominante. Il modello inaugurato da serie come I Soprano o Breaking Bad ha trasformato la complessità narrativa in un valore in sé, spesso a prescindere dalla sua necessità drammaturgica. La logica dei primi anni Duemila ha finito per premiare la lunghezza sull'efficacia. Dopo una stagione di "necessità episodica" - maggiormente espressa dal risorgere del formato antologico negli anni '10 e della miniserie nei primi anni '20 - Poker Face acquisisce la lezione e recupera la struttura del procedural classico, con il caso della settimana, la risoluzione entro l'episodio e il personaggio ricorrente come unico elemento di continuità, senza che questo recupero abbia nulla di reazionario o di nostalgico.
Il modello dichiarato è Colombo - il procedural NBC trasmesso dal 1971 al 2003 - e in misura minore Murder, She Wrote (La signora in giallo), la serie con Angela Lansbury andata in onda dal 1984 al 1996. Il confronto con quest'ultima è però rivelatore di una distanza sostanziale. Jessica Fletcher era una scrittrice affermata, inserita in una comunità, dotata di una stabilità professionale e sociale che le conferiva autorevolezza. Charlie Cale è una precaria, nel senso più ampio del termine: lavorativamente instabile, esistenzialmente in fuga, priva di qualsiasi istituzione alle spalle. Non è una detective, non è un'avvocata, non è nemmeno una cittadina con una residenza fissa. È una fuggiasca che attraversa l'America in un'auto che sembra sul punto di cedere, passando da un lavoro minimo all'altro - la vedremo fare la cameriera, la tuttofare, l'assistente - fino a che una menzogna non la trascina in una storia di omicidio. La sua precarietà (elemento esistenziale della generazione che rappresenta, anche iconicamente: i Millennials) è, di fatto, la condizione che rende possibile la serie, perché è quella che la porta, ogni volta, nel posto sbagliato al momento sbagliato - come potremmo dire di ogni millennial...
O nel posto giusto, a seconda di come si guarda. Perché Charlie possiede un dono che non ha scelto e che non sa del tutto come usare: sa riconoscere istantaneamente quando qualcuno le dice una cazzata (la traduzione di bullshit è fedele). È una capacità fisica, una risposta corporea involontaria che non le fornisce prove ma certezze. Ed è proprio questa distanza tra la certezza intuitiva e la prova verificabile a costituire il vero motore narrativo della serie.
Poker Face non è un whodunit - sappiamo già chi ha commesso il crimine, perché la struttura di ogni episodio ce lo mostra in apertura, prima ancora che Charlie entri in scena. Non è nemmeno un howdunit in senso stretto, perché anche le modalità del crimine sono generalmente chiare nell'incipit. La domanda che la serie pone è un'altra: come farà Charlie a trasformare una certezza che non costituisce prova in qualcosa che il mondo possa riconoscere come tale? Il centro di ogni episodio diventa, cioè, la caccia alla fonte, all'elemento verificabile, al dettaglio che incrina la versione ufficiale dei fatti. È una ricerca che ha una risonanza precisa nel contesto mediatico contemporaneo, in cui la circolazione delle informazioni false è sistemica e strutturale, e dove la capacità di riconoscere la menzogna non è sufficiente se non è accompagnata dalla capacità di documentarla.
Non a caso, Charlie è sopraffatta da questo suo "dono", che la espone a una saturazione di bugie: la narrazione non le consente mai di risolvere questa tensione in modo definitivo e ogni episodio diventa, così, una vittoria parziale. Anche il senso stesso di attesa si estende dal primo episodio - in cui veniamo introdotti alla sua condizione e alle ragioni della sua fuga - fino all'ultimo - dove il cerchio narrativo si chiude dopo otto episodi autoconclusivi. A questa ricongiunzione narrativa giungiamo felicemente, ma senza ansia. L'elemento narrativo che più ha caratterizzato l'ultima golden age seriale viene definitivamente smorzato: il cliffhanger.
La lettura della contemporaneità americana attraversa la serie in modo sotterraneo ma coerente, e trova una forma stilistica precisa nella regia di Rian Johnson, che firma i primi due episodi. C'è qualcosa di quasi etnografico nel suo sguardo sull'America periferica: i lavoratori del turno di notte, i gestori di un barbecue texano la cui identità professionale viene messa in crisi da un film coreano sul rapporto tra esseri umani e animali, le comunità di anziani nelle case di riposo, i circuiti del rock minore. Ogni episodio è un'immersione in un sottomondo specifico, e la scrittura - firmata da Johnson insieme a un gruppo di sceneggiatori che include Alice Jiu, già collaboratrice di Lyonne su Russian Doll - è abbastanza precisa da non ridurre questi ambienti a colore locale o a pretesto esotico.
Il casting contribuisce in modo determinante a costruire questo effetto. Lyonne porta con sé una memoria televisiva che la serie attiva consapevolmente: chi l'ha seguita in Orange Is the New Black - dove ha interpretato Nicky Nichols per quasi l'intera durata della serie - ritrova in Charlie una continuità di registro, una stessa voce roca e una stessa ironia come strategia di sopravvivenza, una stessa familiarità con il margine. Il collegamento è rafforzato dalla presenza nel pilot di Dascha Polanco, anche lei proveniente dalla serie-evento Netflix, nel ruolo della cameriera che innesca la catena di eventi da cui Charlie non potrà più sottrarsi. Poker Face costruisce così un punto di partenza basandosi su un immaginario condiviso e poi lo usa per andare altrove.
Attorno a questo nucleo si sedimenta, episodio dopo episodio, una costellazione di guest star: citiamo giusto Adrien Brody, Chloë Sevigny, Ellen Barkin, Nick Nolte, Ron e Rhea Perlman, Luis Guzmán. Il format episodico lascia entrare e uscire questi nomi senza dover giustificare nulla, esattamente come accadeva nei procedural degli anni Ottanta. Ma la funzione di queste presenze non è mai citazionista: ogni attore porta con sé una riconoscibilità specifica, una storia pubblica che lo spettatore non può ignorare, e questa riconoscibilità diventa parte del formato, della grammatica, esattamente come le radici Netflix di Lyonne e Polanco. Il genere viene anche in questo modo messo sotto scacco: nel giallo la credibilità del sospettato è centrale, ma il fatto che lui o lei sia un volto noto (con tutto il bagaglio di ruoli precedenti che questo comporta) modifica sottilmente la capacità dello spettatore di sospettare. La reputazione diventa un elemento drammaturgico di scardinamento e straniamento.
Da questo punto di vista, è significativo come la serie gestisca il suo unico elemento di continuità seriale (un incaricato del casinò che insegue Charlie attraverso gli stati americani, interpretato da Benjamin Bratt) tenendolo deliberatamente in sordina per quasi tutta la stagione e lasciandolo emergere solo nell'ultimo episodio. Come dicevamo, l'arco narrativo lungo viene dimenticato per mezzo del formato episodico: l'audience non è lì per l'urgenza della trama, ma per il piacere di seguire Charlie in ogni nuovo ambiente, in ogni nuova menzogna che deve smontare, in un mondo dove non riusciamo più a trovare garanti della verità. E in questo mondo, la riconoscibilità di una guest star diventa essa stessa la prova di un sistema corrotto.
Quest'assenza di verificabilità delle informazioni fa eco a un ecosistema, quello dello streaming, che ha trasformato l'ansia da completamento in un meccanismo produttivo. La serie non costruisce dipendenza attraverso il cliffhanger episodico, propone invece un piacere rinnovabile, episodio per episodio, mantenendo possibile un ricongiungimento nel futuro. Non è, cioè, una serie complessa, ma una serie che riflette la complessità del nostro quotidiano per mezzo di una struttura precisa.
La menzogna, in Poker Face, ha lo stesso ruolo drammaturgico del foglio sulla macchina da scrivere di Jessica Fletcher: avvia il racconto, lo struttura, lo rende possibile. Solo che ne La signora in giallo il foglio bianco era il luogo della finzione dichiarata (il romanzo giallo che scriveva, la storia che inventava), mentre per Charlie la menzogna è il reale stesso, il materiale grezzo di un'America in cui il falso non ha più bisogno (o il pudore) di nascondersi.