| Anno | 2023 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 123 minuti |
| Regia di | Wim Wenders |
| Attori | Kôji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada, Yumi Asô Sayuri Ishikawa, Tomokazu Miura, Min Tanaka. |
| Uscita | giovedì 4 gennaio 2024 |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,02 su 37 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 23 agosto 2024
Hirayama fa una vita semplice e ha una quotidianità molto strutturata. È un appassionato di musica, libri e alberi che gli piace fotografare. Il suo passato però riemergerà attraverso incontri inaspettati. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura a David di Donatello, 1 candidatura a Cesar, 1 candidatura a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Perfect Days ha incassato 5,8 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Tokyo, oggi. Hirayama è un sessantenne giapponese che pulisce i bagni pubblici della città con attenzione meticolosa ai dettagli e dedizione certosina al suo lavoro. Ogni giorno segue la stessa routine: un'attenta pulizia personale prima e dopo quella dei bagni altrui, un'innaffiata alle piante che ha salvato dalla disattenzione cittadina, un panino al parco all'ora di pranzo. Lungo il suo percorso talvolta si ferma a osservare le piante che lo sovrastano scattando foto alle chiome, o fa uno spuntino presso qualche tavola calda. E ogni tanto fa qualche incontro: con Takashi, il ragazzo che rileva il turno pomeridiano di pulizia dei bagni, con una ragazza al parco, con un senzatetto scollato dalla realtà, con la proprietaria di un ristorante che gli riserva piccoli trattamenti di favore. E quando sale a bordo del suo furgone ascolta Lou Reed (con e senza i Velvet Underground) e Patti Smith, The Animals e Van Morrison, Otis Redding a Nina Simone, così come quando è a casa legge William Faulkner e Patricia Highsmith, ma anche la "sottovalutata" Aya Koda.
Perfect Days racconta le "giornate perfette" di Hirayama come una quieta affermazione di dignità quotidiana.
L'uomo svolge il suo lavoro con gesti precisi ed essenziali, accogliendo l'occasionale contatto umano (anche nella forma anonima di una partita a tris proposta su un foglietto) con generosità e rispetto. Tutto in lui è rimasto analogico, come le musicassette che ascolta o la macchina fotografica i cui rullini vanno fatti sviluppare, e le fotografie vengono collezionate in scatole numerate che archiviano la nostalgia del tempo che passa.
Wim Wenders, in veste di regista e sceneggiatore (con Takuma Takasaki), mette a frutto la sua grande familiarità con il documentario per creare un film di finzione che segue le giornate del suo protagonista come una camera nascosta, e poi però racconta i sogni di Hirayama come un'elaborazione artistica del giorno appena vissuto.
La concezione architettonica di Wenders incastona la figura umana in spazi ben squadrati e confinanti (a cominciare dal formato 4:3 che ad un certo punto diventa quello ancora più ristretto dell'inquadratura da cellulare), e in una Tokyo in cui il sole sorge (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante") accompagnato dalla canzone perfetta (The House of the Rising Sun). La fotografia nitida e precisa di Franz Lustig accompagna il ritratto della serena e composta solitudine di un uomo che sa di appartenere ad un'altra epoca e che ha fatto pace con i suoi errori del passato.
Koji Yakuso, che alcuni ricorderanno in Babel di Alejandro Inarritu ma anche ne Il terzo omicidio di Hirokazu Kore'eda o The Eel di Imamura Shohei, è lo straordinario interprete di questo film quasi muto che si snoda in purezza attraverso uno sguardo contemplativo ma mai artefatto.
Il suo Hirayama è il baluardo di un passato recente che è già modernariato, e conserva un afflato poetico persino attraverso il lavaggio di bagni frequentati da persone per cui è invisibile. Hirayama continua la sua metodica affermazione di sé all'interno di un universo per molti versi indifferente, consapevole che "il mondo è fatto di molti mondi" e solo alcuni sono connessi, ricordandoci che esiste un "ora" che va rispettato in quanto tale senza correre dietro al futuro, perché "il futuro succederà la prossima volta".
Hirayama si sveglia il mattino presto all’interno di una casa quasi spoglia: solo un futon, una libreria con molte edizioni economiche, decine e decine di audiocassette, un comò, un tavolo basso. Hirayama si sveglia il mattino e compie sempre gli stessi gesti: si alza, va in bagno, si rade, si veste, innaffia le piante, scende mezzo piano di scale, prende le chiavi da una mensola, apre [...] Vai alla recensione »
Finisco in un cinema di Roma, in un giorno feriale. E ci sono gruppetti di ragazzi che aspettano di entrare. Aspettano a gruppi di due, di tre, di quattro. Bevono qualcosa, hanno zaini grigi, jeans, capelli lunghi, scarpe Adidas, occhiali. Universitari, ragazzi che amano il cinema. E i due film che stanno aspettando di vedere hanno entrambi a che fare con il Giappone. Sono Perfect Days di Wim Wenders e Il ragazzo e l’airone di Hayao Miyazaki.
Sono tanti, questi ragazzi. E non sono soltanto in questo cinema: al box office italiano, nel momento in cui sto scrivendo, Il ragazzo e l’airone ha un incasso totale di 5,5 milioni di euro. E occupa la prima posizione della classifica un altro film giapponese, anche se diretto da un regista cittadino del mondo, Wim Wenders: è Perfect Days, piccolo miracolo del cinema d’autore, che ha incassato 2 milioni di euro.
Erano questi i due film che i ragazzi, a gruppetti, stavano aspettando di vedere. Quella sera, sono andato a vedere Il ragazzo e l’airone di Miyazaki. E ai titoli di coda, nessuno si è mosso. Non erano svenuti: stavano guardando, con rigoroso rispetto – verrebbe da dire con nipponica deferenza – fino all’ultimo fotogramma del film/testamento di Miyazaki.
Ma, verrebbe da dire, da che cosa nasce questo piccolo miracolo? Sono film che son cresciuti grazie al passaparola, quello che sembrava non esistere più. Sono film che sono opera di due grandi maestri, due grandi esploratori delle possibilità del cinema. Wenders, vincitore del Leone d’oro a Venezia con Lo stato delle cose e della Palma d’oro a Cannes con Paris, Texas, Wenders che con il Giappone ha una lunga storia d’amore, filosofico e cinematografico, da quando si innamorò dei film di Yasujirô Ozu. E Miyazaki, che crea un cinema di animazione assolutamente originale, nel quale la logica non va cercata con i parametri occidentali, ma con una mente aperta alla meraviglia, alle connessioni impossibili, al fatto che aprendo una porta ci si trovi continuamente in mondi impensabili un attimo prima. Un regista Zen – Wenders – per il quale l’importante sembra essere la capacità di stare incollati all’attimo, alla meraviglia del reale, delle più minuscole cose. E un regista nel quale il mondo è in continuo divenire, come Miyazaki, una girandola di mondi immaginari, come gli animali impossibili del Codex Seraphinianus.
Hirayama pulisce i bagni pubblici di Tokyo, secondo una meticolosa routine; in auto ascolta vecchie musicassette, a casa legge libri d'altri tempi e disparati (Patricia Highsmith, Aya Koda, Steinbeck). Minime le variazioni che intervengono giorno dopo giorno; eppure, di costui affiora a poco a poco l'ostinazione all'isolamento non meno che il sorriso rivolto al mondo.