| Titolo originale | La vérité |
| Titolo internazionale | The Truth |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 107 minuti |
| Regia di | Kore'eda Hirokazu |
| Attori | Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Manon Clavel Alain Libolt, Christian Crahay, Roger Van Hool, Ludivine Sagnier, Laurent Capelluto, Jackie Berroyer. |
| Uscita | giovedì 10 ottobre 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,16 su 41 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento giovedì 24 ottobre 2019
Il rapporto tormentato tra una madre che si sta preparando per un ruolo in un film di fantascienza e la figlia. In Italia al Box Office Le verità ha incassato 612 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Diva del cinema francese, Fabienne Daugeville pubblica un libro di memorie e per l'occasione riceve la visita della figlia Lumir, sceneggiatrice che vive a New York con il marito Hank e la piccola Charlotte. Nella villa parigina di Fabienne, le due donne si sforzano di entrare in contatto l'una con l'altra e di fare i conti con il passato, impresa resa tanto più ardua dalla presenza delle famiglie e del maggiordomo Luc, stufo di essere dato per scontato. Fabienne è anche impegnata sul set, recitando in un film che confonde ulteriormente i confini del ruolo materno e di quello filiale.
Il giardino della villa di Fabienne è nel mezzo di Parigi, e quando d'estate cadono le foglie il rumore della metro si fa più acuto, ma sembra un mondo a parte, recluso. È il piccolo regno di una donna che al mestiere di attrice ha dato tutto, anche a scapito degli affetti personali.
Kore-eda, nel suo secondo debutto stavolta in territorio straniero, con la curiosità meticolosa dell'outsider esplora ogni angolo di una casa bellissima, "anche se c'è una prigione proprio qui dietro". E in una prigione della parola deve sentirsi Lumir, figliol prodiga che da bambina voleva fare l'attrice, ma che da adulta è diventata sceneggiatrice, nel tentativo forse di dare un senso alla voce di una madre che spesso di fronte alla realtà sceglie di far vincere la leggenda. Per essere l'opera di un regista che gira in una lingua non sua, Le Verità stupisce per la perfetta sinfonia di ambiguità e allusioni dei suoi dialoghi, giocati su un corto circuito costante di età, ruoli familiari, ricordi e riflessi di sé.
Sull'onda della consacrazione con Un affare di famiglia, Palma d'oro a Cannes e grande successo internazionale, l'autore giapponese si cala nel contesto alto-borghese della vecchia Europa in modo discreto ma decisivo, recando in dote il suo elegante rigore di messa in scena a beneficio di una storia che, lasciata al suo eccesso francese, avrebbe potuto facilmente perdersi.
Poco incline ad avventurarsi per le vere strade di Parigi, che fanno solo un paio di fuggevoli apparizioni, Kore-eda crea invece una domesticità sempre visibilmente artefatta (dal suddetto giardino-prigione agli interni in auto, così simili al green screen sulle finestre del set cinematografico a cui conducono) in cui Catherine Deneuve e Juliette Binoche possono giocare la loro partita a suon di finzioni. Le due star, mai prima insieme sullo schermo, sono poco credibili come madre e figlia, ed è proprio questo il punto: nemmeno i loro personaggi ci credono, in un film troppo plurale per essere categorico.
Mentre gli uomini si moltiplicano (guidati da un Ethan Hawke bonariamente di contorno), le donne si cambiano di posto, si riconfigurano, si specchiano l'una nell'altra. Non si fidano della memoria e non credono alle parole, ma hanno vissuto troppo a lungo per riconoscere madri e nonne dall'odore come fa Charlotte.
Leggero nel tono ma profondamente funereo nel sottotesto, Le verità è un film che costringe a misurarsi anche con i fantasmi, in particolare quelli, forse molto veri e personali, di Deneuve. È appropriato che le suggestioni autobiografiche si facciano strada nei personaggi, in un'opera che si accende di passione quando parla del mestiere dell'attore. Kore-eda ne traccia una mappa spirituale, dai gesti sul set alle frustrazioni, dalla vulnerabilità ai capricci, dalla tecnica alla magia. E se queste attrici, celebrate o mancate che siano, non sono in grado di perdonarsi da sole vorrà dire che le perdonerà il pubblico.
Fabienne è una star del cinema francese circondata da uomini che la adorano e la ammirano. Quando pubblica la sua autobiografia, la figlia Lumir torna a Parigi da New York con marito e figlia. L'incontro tra madre e figlia si trasformerà velocemente in un confronto: le verità verranno a galla, i conti saranno sistemati, gli amori e i risentimenti confessati.
Si tratta del primo film girato fuori dal suo paese per Kore-eda Hirokazu che per l'occasione ha avuto a disposizione un cast di stelle.
Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke hanno girato con il regista giapponese per dieci settimane a Parigi, principalmente all'interno di una piccola casa. Menzogne, orgogli, rimpianti, tristezze, gioie e riconciliazioni convivono in uno spazio e tempo limitato dando la possibilità a Kore-eda di tornare a quello che è un tema principe della sua filmografia: la famiglia. Dopo la Palma d'Oro vinta nel 2018 a Cannes per Un affare di famiglia, il regista ha voluto infatti tornare a lavorare su un progetto iniziato già quindici anni fa: una sceneggiatura di uno spettacolo teatrale incentrata proprio sul rapporto conflittuale tra una madre e una figlia. Kore-eda però, intervistato da Screen Daily ci ha tenuto a precisare che non si tratterà di una semplice rivisitazione di tematiche già affrontate: "È un film completamente diverso dai precedenti, ricorderà un po' le atmosfere di Viale del Tramonto per la capacità di ruotare attorno alla personalità e alla realtà di un'attrice". La sfida è dunque quella di un avvicinamento al grande cinema classico di Hollywood.
Il film “Le verità” costituisce una sorta di monumento a Catherine Deneuve, che ne fa un pezzo di bravura. La tematica del narcisismo dell’attore, in questo caso attrice, non è certo un soggetto originale, a partire da “Viale del Tramonto”, di Billy Wilder con Gloria Swanson del 1951, che è stato fonte di ispirazione di tanti altri.
Nell'economia del cinema francese sono rari i ruoli di primo piano offerti ad attrici sopra i cinquant'anni. I soli personaggi corrispondenti a questo criterio si caratterizzano sovente per due tratti maggiori e conformi all'immagine tradizionale. Condannati a un'esistenza marginale, a una vecchiaia dolorosa e qualche volta alla 'decadenza', incarnano un discorso naturalista e degradante sul tempo che passa. Escluse dal campo dell'erotismo o da qualunque forma accettabile di sensualità, le 'vecchie' attrici finiscono per fare la spalla all'eroe o all'eroina più giovane. La rappresentazione del tempo è meno crudele per gli uomini. I ruoli per gli over cinquanta non mancano e valorizzano la figura dell'uomo di esperienza che innamora ovviamente una donna più giovane. Insomma se l'attrice deve accettare di diventare nonna e passare in secondo piano, l'attore resta addirittura al centro di un commercio amoroso. In questo contesto la vittoria di Catherine Deneuve alla fine di Potiche - La bella statuina, apre nuovi orizzonti.
Alla maniera di Suzanne Pujol (Potiche), che affranca la donna dal foyer, Catherine Deneuve sposta più in là la visione tradizionale dell'età, abbattendo gli stereotipi, trasformando il rischio di emarginazione in potenziale di affermazione e conciliando la necessità di esserci con la consapevolezza dei limiti dell'accettabilità sociale del tempo che passa.
Hirokazu Kore'eda si affida alla sua figurazione stilistica del passaggio degli anni e alla sua aura singolare: l'immagine che emana dal suo carattere e da quello dei suoi personaggi abituali. Per lei Kore'eda approda in occidente e a lei regala uno dei più bei ruoli da tempo, uno dei più bei ruoli tout court. Mélange di fuoco e di ghiaccio, Catherine Deneuve conferma con Le verità, contro il rigore del tempo e un uso preciso del décor (la casa e gli spazi domestici offrono da anni una forma cinematografica alle sue eroine), una rappresentazione della maturità florida e trionfante.
Sotto la superficie quieta di un dramma borghese, Le verità è un ritratto straordinario di attori, nello specifico di attrici. Impossibile indovinare quando recitano e quando no, quando piangono veramente o quando fingono (magnificamente) come il personaggio di Ludivine Sagnier che pensa al suo cane (morto) per trovare le lacrime.
Star del cinema francese sul punto di pubblicare la sua biografia, ritoccando la realtà e cancellando (o quasi) le sole persone che abbiano veramente contato per lei, Fabienne (Catherine Deneuve) scrive solo della sua grandezza. Quando sua figlia Lumir (Juliette Binoche), rientrata dagli Stati Uniti in occasione dell'uscita del libro, lo legge scoprendo passaggi che non corrispondono ai suoi ricordi di infanzia, le vecchie ferite si aprono. Soprattutto quella di Sarah, attrice e amica (cara) di Fabienne, scomparsa molti anni prima e mai menzionata nel suo libro. E Sarah sembra proprio evocare il fantasma di Françoise Dorléac, sorella di Catherine Deneuve, morta troppo giovane.
Come Emmanuelle Devos prima di lei (I re e la regina), Juliette Binoche comprende presto che la sua giurisdizione e le sue leggi in scena e davanti a Catherine Deneuve non valgono più. L'attrice può andare e venire nel film a condizione di non rivendicare il possesso del territorio. Kore'eda la immagina un passo indietro, tangenziale, indipendente dal resto della storia.
Interpretando una sceneggiatrice che arriverà a scrivere un discorso di scuse per la madre, Juliette Binoche ammette la regalità di Catherine Deneuve, riconoscendole precedenza e presenza. Tra le due regine, la vecchia e la nuova, esiste per Kore'eda una differenza fondamentale. Madre di una bambina e moglie di un attore fallito, Lumir appare perduta tra New York, dove abita, e Parigi dove non abita più. Fabienne dispone al contrario di una sicurezza materiale e morale. La differenza sta tutta nell'età e nel territorio. Lorin è una regina senza regno, Fabienne esercita la sua sovranità su un territorio preciso (casa e set). La sua legittimità viene da lì. È regina in casa e regina di ogni film che ha interpretato. Kore'eda a suo agio da sempre coi bambini, che filma come nessun altro, sa bene come trattare gli attori.
"Il cinema - ha detto una volta François Truffaut - è prendere Catherine Deneuve e metterla davanti alla macchina da presa". Intendeva dire - credo - che ci sono alcune (poche...) dive nella storia del cinema che sono così congenitamente legate al mezzo, alla macchina da presa, alla trasfigurazione sullo schermo, da depositare la loro anima nell'immagine filmica, arrivando quasi a incarnare l'essenza [...] Vai alla recensione »