1917

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Un film di Sam Mendes. Con George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 110 min. - Gran Bretagna 2019. - 01 Distribution uscita giovedì 23 gennaio 2020. MYMONETRO 1917 * * * 1/2 - valutazione media: 3,64 su 103 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Quel luogo dentro la propria anima Valutazione 4 stelle su cinque

di Greyhound


Feedback: 2909 | altri commenti e recensioni di Greyhound
sabato 28 marzo 2020

 1917. Un numero, un anno, molteplici significati. La nuova pellicola di Sam Mendes, ispirata al regista inglese da racconti familiari, mette in luce le vicende di due uomini all’interno di quell’immensa carneficina che prende il nome di Prima Guerra Mondiale. Normalmente il cinema ci ha abituati a seguire scontri bellici ambientati durante il conflitto che vide protagonisti gli Alleati e il regime nazista (con l’impero giapponese spesso nel ruolo di comprimario) nel lasso temporale 1939-1945. Invero, il film in questione illustra la durissima vita delle trincee sui campi di battaglia della Francia settentrionale nel corso della seconda decade del ‘900, in quello che può essere considerato come l’ultimo vero conflitto combattuto senza l’ausilio delle macchine.
La trama si dispiega in maniera piuttosto elementare, in quanto il compito dei due giovani caporali è basilare nella sua essenza: comunicare a un’altra unità inglese il mutamento di ordini attinenti un attacco contro fortificazioni tedesche. L’obiettivo non è nient’altro che quello d’assicurarsi la sopravvivenza del maggior numero di soldati ed evitare un’inutile perdita di vite; se poi ciò sia veramente voluto dai comandi militari per un fine diverso da quello della prosecuzione dei combattimenti non è dato sapere allo spettatore. I due protagonisti scelti per una missione al limite del suicidio non potrebbero essere più diversi tra loro: uno è un giovane ciarliero, ottimista e desideroso di compiere la missione senza mai essere attraversato dal dubbio concernente la sua fattibilità  (anche in ragione della presenza del fratello nell’unità da salvare); l’altro, al contrario, si dimostra subito perplesso e angosciato dall’ignoto (forse nemmeno troppo) che avrebbe potuto attenderli.
A questo punto ci si potrebbe chiedere quale sia l’elemento che renda il suddetto film di un livello superiore ad altre pellicole d’azione o di guerra in particolare. La risposta giace, semplicemente, non tanto negli eventi che investono i due nel corso del viaggio, bensì come le loro menti (soprattutto quella del taciturno Schofield) ne siano influenzate. E a rendere visibile allo spettatore il cambiamento è fondamentale il sapiente uso della fotografia e del paesaggio, capace di mutare continuamente, passando dall’essere lunare durante l’attraversamento della no man’s land a somigliare all’inferno nella cittadina distrutta dai combattimenti (si veda l’allegoria rappresentata dalla chiesa in fiamme e gli sbandati tedeschi, corpi vaganti senza oramai più direzione), senza dimenticare la quiete del giardino fiorito e l’apparente normalità di una piccola fattoria di campagna.
Ed è proprio successivamente alla “pausa” in quest’oasi di pace e a causa dell’evento che qui si verifica che il cambiamento maggiore nella volontà di Schofield avverrà. Da quel momento in poi esisterà per il caporale precedentemente riottoso un unico scopo: la missione da portare a termine. Forse non tanto in quanto realmente convinto della sua utilità, ma piuttosto in ragione della promessa fatta al compagno e della comprensione di una verità terribile, sconsolante ma al contempo paradossalmente rassicurante in un contesto come quello da lui vissuto; ossia che per uscire, o perlomeno, tentare di liberarsi dal giogo di una situazione non voluta o cercata esista esclusivamente una sola via. Indipendentemente dai costi e dalle difficoltà che essa farà emergere.
Questo punto è sottolineato da tre scene: la prima nell’incontro con la ragazza nascosta nei sotterranei di un caseggiato distrutto, la cui offerta di un nascondiglio per la notte e di un luogo per riposare viene rifiutata senza nemmeno veramente considerare l’offerta; la seconda, invece, ha luogo durante l’incontro con i soldati del reggimento oggetto della missione. Qui il protagonista, sfinito dalla fuga, si abbandona all’ascolto insieme ad altri commilitoni di una preghiera cantata, una sorta di congedo dal mondo in vista dell’imminente assalto e della quasi morte certa che attenderà un gran numero di loro. L’ultima delle tre è quella che colui che scrive considera la più potente ed evocativa: la corsa di Schofield fuori dalla trincea, incurante di essere un bersaglio facile per il nemico, avulso da qualsiasi altra realtà che lo circonda (scena resa con quella corsa perpendicolare rispetto al movimento degli assaltatori), come fosse racchiuso in una bolla spazio-temporale.
Solo nelle ultime immagini del film si capirà ciò che garantiva al protagonista l’audacia e la forza della sua corsa liberatoria. Una verità che permette di comprendere come nel corso di un conflitto (che sia passato o attuale), sul terreno e lontano dalle questione politiche e strategiche delle cancellerie governative, l’unico fattore vero che spinge gli uomini e le donne a combattere è il senso di unione che si crea con chi sta alla propria sinistra e destra, e a cui viene affidata la propria vita. Ma soprattutto la ragione risiede in quel sentimento chiamato amore, che in questo frangente prende la forma di quelle due bambine e di quella donna ritratte nelle fotografie, e in quelle tre semplici parole: “Torna da noi”.

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