| Titolo internazionale | Just Like My Son |
| Anno | 2018 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Belgio, Croazia, Iran |
| Durata | 103 minuti |
| Regia di | Costanza Quatriglio |
| Attori | Basir Ahnang, Dawood Yousefi, Tihana Lazovic . |
| Uscita | giovedì 20 settembre 2018 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Ascent Film |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,05 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 20 maggio 2020
La storia di un viaggio tra Oriente e Occidente nel perdersi e ritrovarsi di una madre e dei suoi figli. In Italia al Box Office Sembra mio Figlio ha incassato 32,3 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Ismail e Hassan sono due fratelli, migrati dall'Afghanistan all'Italia in tenera età. Quando Ismail ritiene di aver finalmente ritrovato un contatto con la propria madre insiste per vederla, nonostante lei neghi tutto. Di fronte alle difficoltà, decide di recarsi in Pakistan di persona per parlarle.
Un film di silenzi e di attese, di destini incompiuti. Va vissuto sul piano più lirico e intenso Sembra mio figlio di Costanza Quatriglio.
Va vissuto come il passaggio dal documentario al film di finzione di una cineasta che affronta coraggiosamente un cambio di stile radicale. Sono molti i film sui migranti, sempre di più. Sono l'impegno sociale e l'attualità a richiedere che l'artista si esprima in questo senso, d'altronde, ma il lavoro di Quatriglio reca in sé un quid di straordinarietà per l'oggetto trattato.
Il popolo hazaro, minoranza etnica di Afghanistan e Pakistan, rappresenta qualcosa in più di una genia discriminata e perseguitata. Rappresenta le radici del mondo stesso, un idioma che per molti versi accomuna ceppi linguistici differenti, secondo intrecci e origini remote. Per i talebani il popolo hazaro ha rappresentato un nemico da sterminare, fin dall'esplosione dei Buddha che chiarì al mondo di cosa fosse capace il mullah Omar.
Attraverso il personaggio di Ismail riviviamo l'esperienza biografica dell'attore che lo interpreta, il poeta Jan, mescolata a quella di altre vittime dell'intolleranza talebana, come il fratello Hassan, segnato da abusi che restano avvolti nel mistero. Il punto di vista è quello di Ismail e il linguaggio è quello della poesia, dominato dai silenzi e dalle suggestioni, dallo scorrere di immagini che fanno capire quanto sangue sia stato versato e dolore inflitto senza bisogno di logorroiche didascalie. Fino al viaggio in Pakistan di Ismail e all'intensa e catartica risoluzione. Un'opera con una forte presa sulla contemporaneità, portatrice di un messaggio semplice, universale e atemporale sul senso di identità e appartenenza di un popolo disperso.
I tempi lenti lasciano adito alla riflessione e all'attenzione ai particolari. Film delicato e intenso che riesce a farti percepire la gravità di un dramma vergognoso senza bisogno di scene dure e violente. Chi la violenza l'ha vissuta realmente soffre a mostrarla .... la trasmette da sguardi e gesti!
La storia personale di Ismail, fuggito in Europa dall'Afghanistan quando aveva nove anni, diventa metafora della tragedia di un popolo intero, quello dell'etnia hazara, perseguitato da due secoli e, in tempi recenti, decimato prima dai sovietici poi dai talebani. E non solo: il suo è il dramma degli immigrati di tutto il mondo, costretti dalla guerra a lasciare la loro terra e a separarsi dai genitori, [...] Vai alla recensione »