| Titolo internazionale | Children of the Night |
| Anno | 2016 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Belgio |
| Durata | 85 minuti |
| Regia di | Andrea De Sica |
| Attori | Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione, Yuliia Sobol, Luigi Bignone, Pietro Monfreda, Michael Bernhard Plattner, Dario Cantarelli . |
| Uscita | mercoledì 31 maggio 2017 |
| Tag | Da vedere 2016 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,87 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 8 giugno 2017
L'amicizia tra due ragazzi che frequentano lo stesso collegio per i figli di buona famiglia. Insieme organizzano le fughe notturne dalla scuola. Il film ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Nastri d'Argento, 1 candidatura a David di Donatello, In Italia al Box Office I figli della notte ha incassato 37,7 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.
Non nasconde elementi di autobiografia Andrea De Sica mentre "annota" l'origine del suo esordio in lungo I figli della notte. Il nipote di Vittorio e figlio del compianto Manuel indubbiamente ha un cinema "severo" nel sangue, qui ferocemente sentenzioso.
"Siete la classe dirigente del futuro, non dimenticatevelo" tuona il preside del collegio dai tratti esternamente imperiali e internamente kubrickiani, tanto di Shining quanto di Arancia Meccanica per alcuni "giochetti" sulle matricole. Esso si staglia nel bianco abbacinante di un incipit fortissimo, evidente contrasto con quel nero notturno e violento che andrà a raccontare.
I rampolli sono diversamente viziati, la disciplina militaresca serve "a ritrovare il giusto passo", anche difendendosi da un bullismo controllato con videocamere nascoste. Il Grande Fratello costituito da "angeli" ex alunni e ora impiegati vede tutto, controlla tutto: scappatelle e tentativi di fuga, miseria e nobiltà di comportamento. "Io non vi spio, io imparo a conoscervi" è la giustificazione degli educatori non dissimili dai manipolatori di Hunger Games. De Sica indugia con coraggio sui volti e i corpi di questi teenager sulla via della disumanizzazione, consapevole che nulla di buono è loro destinato. Il suo "Bildungsroman" diviso fra il giorno e la notte invernali ha il sapore di un già visitato probabilmente attraverso letture e visioni suggestive alla materia, ma non è privo di una sua forza intima e coraggiosa.
La svolta horror - Stephen King docet - arriva con la scoperta dell'ultimo piano, ove ad attendere Giulio e soprattutto Edo é una porta sigillata: "non aprite quella porta" verrebbe da esclamare, inutilmente. Al di là regnano i fantasmi che profumano di Carpenter, di Argento ma anche degli orrori più profondi alla Lynch, Cronenberg e all'Haneke di quei Funny Games glaciali come alcune inquadrature adottate da De Sica. Gli adolescenti sono vittime di un sistema ineluttabile, anche i meglio intenzionati come Giulio, giacché il vero burattinaio è il denaro, capace di trasformarli in mostri violenti e vigliacchi. "Là fuori è anche peggio": loro non lo sapevano ma imparano presto a comprenderlo.
Saccheggi cinematografici forse inconsapevolmente assorbiti a parte - ai già citati si possono aggiungere una certa perversione alla Paolo Franchi - il debutto di Andrea De Sica gode di una sua autonomia narrativa e drammaturgica, leggermente inclinata su un finale troppo calcato ma probabilmente necessario nell'economia (est)etica dell'opera. L'occhio addestrato può trovare una certa prevedibilità complessiva nel racconto in cui ogni nemesi immaginata è puntualmente confermata, e tuttavia questo è perdonabile.
L'opinione non vuol essere del tutto negativa, anzi! Ci sono elementi che convincono: una location indovinata e capace di portare a sviluppi inattesi, una sapiente composizione dell'inquadratura, un'ottima colonna sonora capace di generare un'atmosfera di inquietudine, dei giovani attori volenterosi (anche se alcuni dei personaggi minori non convincono).
C'è una gran voglia di scuotersi dalle abitudini narrative e figurative, nel cinema italiano. Lo dimostra la tendenza di molti registi alle opere prime o seconde ad assecondare vene visionarie o antirealiste, in grado di farci uscire da ciò che troppo spesso affatica la produzione nazionale: il rispecchiamento sociale. L'abbeveramento a fonti esterne, o a un passato non necessariamente mainstream, permette anche a I figli della notte di Andrea De Sica di farsi osservare con grande interesse.
Il film, ambientato in un collegio di montagna, algido e spaventoso quanto basta, può facilmente suscitare nel cinefilo un rosario di citazioni colte: Dario Argento, Michael Haneke, Stanley Kubrick, anche se forse - più che della sua stessa famiglia - De Sica è "figlio" dei film più arrischiati di Saverio Costanzo. Alcune atmosfere rimandano a La solitudine dei numeri primi e In memoria di me, e del resto proprio Costanzo, con Hungry Hearts, ha mostrato di credere fino in fondo alla fusione di cinema d'autore, dramma, thriller, occulto.
L'ambiente claustrale ha sempre permesso al cinema italiano di imporre violente metafore dell'asfissia sociale e culturale del Paese, e di ragionare con simboli al tempo stesso ermetici e chiari sul senso delle istituzioni e sulle loro pratiche illiberali.
E così si potrebbe alludere anche a Todo Modo di Elio Petri, Marcia trionfale e soprattutto Nel nome del padre di Marco Bellocchio, fino ovviamente a Salò di Pasolini - ma sarebbe francamente spingersi troppo lontano.
De Sica, in verità, riesce a sfidare cotanti modelli e a sfilarsi da facili confronti, grazie a un radicamento molto forte sugli attori (acerbi ma credibili) e sugli spazi. Inoltre, meno esibita rispetto al cinema degli anni Settanta, c'è una vena polemica tutt'altro che disprezzabile. Il collegio non ha a che fare questa volta con la Chiesa, il Partito, l'Esercito, ovvero istituzioni disciplinari che all'epoca divenivano facile bersaglio dei nostri migliori autori militanti. Questa è la scuola dei grandi capitalisti e dei rampolli, di cui di solito si pensa non abbiano avuto nella loro vita alcun rito di passaggio o percorso di sofferenza personale.
Un collegio lontano dagli occhi del mondo e di Dio per addestrare la classe dirigente del futuro. Per il suo esordio Andrea De Sica, figlio del compianto Manuel, sceglie un terreno fertile di suggestioni che il cinema inglese, da Lindsay Anderson a Peter Medak, da Franc Roddam a Marek Kanievska, ha eretto a vero e proprio genere. Un'operazione non facile, dunque, considerato che il film volta le spalle [...] Vai alla recensione »