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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 aprile 2020
Un film di formazione che ruota intorno al sesso, all'amore e agli incubi che non vediamo ma che ci inseguono per tutta la nostra vita. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, In Italia al Box Office It Follows ha incassato 647 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Nei tranquilli sobborghi di una città americana, una ragazza concitata fugge di casa in auto pur ripetendo che tutto va bene. Poi, piangente, telefona al papà dicendogli che vuole bene a lui e alla mamma. Il mattino dopo viene trovata morta, spezzata in una posizione grottesca. Un'altra ragazza, Jay, esce con Hugh, un ragazzo che le piace. Vanno al cinema, ma ne escono precipitosamente e, per Jay, inspiegabilmente: Hugh diventa infatti improvvisamente nervoso dopo aver visto una ragazza che Jay non riesce a vedere. La sera successiva, dopo aver fatto l'amore con lei in auto, Hugh cloroformizza Jay, che si risveglia legata a una sedia in una zona solitaria. Hugh le spiega che una "cosa" la inseguirà: qualcuno l'ha trasmessa a lui e adesso lui l'ha trasmessa a lei. Potrebbe assomigliare a qualcuno che conosce o essere uno sconosciuto tra la folla. Per Jay si apre un abisso d'orrore che deve affrontare con l'aiuto dei suoi amici, ma dal quale sembra impossibile uscire.
L'inizio - con la morte della prima ragazza - è molto efficace nell'introdurre una situazione ricca di mistero e di suspense, dominata da qualcosa di inspiegabile, ma ha anche lo scopo di rendere subito chiara la pericolosità del fenomeno che altrimenti potrebbe sembrare solo bizzarro. L'idea di partenza è brillante, con la semplicità delle buone idee: uno spunto ancorato nella tradizione, ma svolto con sapienza. L'orrore striscia dentro la vita semplice della protagonista come una malattia, un destino incombente.
Come uno zombie, la "cosa" è lenta, ma inesorabile e la sua capacità di presentarsi in forme sempre diverse la rende capace di notevoli suggestioni macabre, con la malevolenza e l'ineluttabilità dei fantasmi giapponesi. Richiama le "presenze" opprimenti della tradizione britannica ("L'incantesimo dei runi" di M.R. James, per esempio, da cui prende anche la trasmissibilità della maledizione), ma in versione moderna (tanto per dire, la trasmissione avviene per via sessuale). La "fisicità" di questo essere fantasmatico lo rende un "mostro" micidiale, misterioso, sinistro e impenetrabile nei suoi fini. Di fronte a un male indecifrabile e incomprensibile che si presenta nelle forme più diverse e spesso dimesse, se non addirittura con l'aspetto di persone care, ogni difesa sembra impossibile.
La tensione è costante, ben sostenuta. I personaggi sono tipici, ma resi credibili da un buon approfondimento dei caratteri: del resto, le caratteristiche psicologiche sono cruciali per lo sviluppo della storia. La fase centrale, in parte "investigativa", è un po' meno ricca di efficacia macabra, ma è strumentale per un terzo atto finale che non delude.
Notevole esempio di horror intelligente, teso, capace di rendere credibile una incomprensibile minaccia ultraterrena inserendola perfettamente in una realtà quotidiana sapientemente trasfigurata per definirne i contorni desolati da post crisi economica: la città sembra spopolata, spettrale simulacro del classico sobborgo urbano americano (il film è girato dalle parti di Detroit), dove i ragazzi si aggirano praticamente da soli, abbandonati da adulti inesistenti o inefficaci. Pervaso da un'atmosfera quasi irreale, il film lascia un genuino senso di disagio nello spettatore, con il mostro che sembra rappresentare il senso di colpa di una società alla resa dei conti con se stessa e la sua antica opulenza.
La regia di David Robert Mitchell (promettente regista appena al suo secondo lungometraggio) è misurata, attenta, matura, non ricerca effetti facili, ma privilegia movimenti di macchina parchi ed essenziali, al servizio della narrazione, mostrando uno stile elegante e già sicuro. La musica di Disasterpiece (Rich Vreeland), straniante e sinistra, è un vero valore aggiunto.
A titolo di curiosità, i ragazzi guardano in tv Guerra tra i pianeti (1954) del fratello meno bravo di Billy Wilder e Voyage to the Planet of Prehistoric Women (1968), diretto nientemeno che da Peter Bogdanovich, uno dei film prodotti da Roger Corman cannibalizzando dei film russi di fantascienza.
Il secondo film di Mitchell, dopo la commediola The Myth of the American Sleepover (lett. Il mito del pigiama party americano), inedito in Italia, non è assolutamente all’altezza dell’esagerata acclamazione critica a cui è andato incontro. Non è un grande horror e men che meno uno dei miglior horror del decennio. Il prologo è alquanto ridicolo (con una ragazza [...] Vai alla recensione »
Il fan dell'orrore al cinema vive sempre un sentimento misto di eccitazione e frustrazione. Al mondo, e poi distribuiti in Italia, si girano spesso horror derivativi e inconsistenti. Per il proprio dosaggio settimanale, senza cui l'appassionato fa fatica a tirare avanti, la soddisfazione del desiderio è rara, e - in termini psicoanalitici - spesso fallimentare. Poi, talvolta, ci si trova di fronte a oggetti sconosciuti e formidabili come It Follows che, insieme a Babadook, The Witch e una manciata di opere recenti, dimostra come questo genere sia sempre in grado di risorgere dalle ceneri.
Giova ricordare che l'horror è il più potente strumento cinematografico per saldare in un colpo solo le ossessioni inconsce dello spettatore e le metafore sociali più ardite. L'horror fa diventare tensione e paura i nodi del presente, incaricandosi di incarnarle nel vero senso della parola.
Quale miglior allegoria sui social network e i follower del film di David Robert Mitchell? Come se fosse uno stress test sul rapporto profondo che si instaura tra un profilo e i suoi contatti, It Follows immagina la maledizione di un essere umano che ti segue ovunque. Uno dei segreti della paura al cinema è il senso di disagio e di pericolo che si insinua ovunque. In questo senso, il regista deve essere in grado di caricare di tensione tutto lo spazio rappresentato, facendo percepire al personaggio (e allo spettatore) che ogni luogo oscuro, ogni latenza, ogni ombra può nascondere il male - e James Wan è indiscusso campione della rappresentazione orrorifica degli interni nel cinema di questi anni.
Spesso esposto alla stupidità, nei casi migliori l'horror è il luogo della rappresentazione simbolica delle paure di un'epoca, o di un'età della vita. E quale età è più spaventosa e disseminata di pericoli dell'adolescenza? It follows formalizza tutto ciò in una favola urbana, ambientandola in un mondo popolato solo di ragazzini dove gli adulti sono latitanti.