Monicelli - La versione di Mario

Film 2012 | Documentario

Anno2012
GenereDocumentario
ProduzioneItalia
Regia diMario Canale, Felice Farina, Mario Gianni, AttoriMario Monicelli .
DistribuzioneCinecittà Luce
MYmonetro Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Mario Canale, Felice Farina, Mario Gianni, Mario Monicelli. Genere Documentario - Italia, 2012, distribuito da Cinecittà Luce. Valutazione: 2,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Cinque registi per ottanta minuti in compagnia di Mario Monicelli: un ritratto sentito che riporta alla memoria e all'attualità la figura di uno dei registi più importanti della storia del cinema italiano.

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Cinque registi riportano alla vita, alla memoria e all'attualità la figura di un uomo senza uguali.
Recensione di Marianna Cappi
Recensione di Marianna Cappi

Cinque registi si dividono ottanta minuti in compagnia di Mario Monicelli. È una riunione postuma ma riporta alla vita, alla memoria e all'attualità la figura di un regista e di un uomo senza uguali.
Viareggino, nipote di Mondadori, Monicelli racconta di essere arrivato al cinema perché non possedeva abbastanza talento per la letteratura né per la musica colta, che era la sua grande passione. La sua era una modestia proverbiale, perché reale e non simulata. Tanti lo hanno conosciuto da vicino, perché a tanti si è avvicinato, nonostante il carattere burbero o la presunta misoginia: per questo il documentario raccoglie tante voci, non solo quelle dei numerosi autori ma anche quelle della figlia, del critico (Fofi), dello storico locale, dell'ultima compagna (Rappaccini), dell'amatore che ha conservato fotogrammi dimenticati, del figlio di Steno, di Suso Cecchi d'Amico e Scarpelli, e di quei Risi, padre e figlio, che in fondo, per spirito caustico e per riservatezza, sono colori che a tratti gli somigliano di più. Anche se di Monicelli ce n'è uno e uno soltanto, come è sempre più chiaro, ogni giorno che passa.
Attorniato da un affezionato gineceo al quale riservava le sue punte massime di insofferenza, aveva imparato a fare i film sul set dello Squadrone Bianco di Genina e il ricordo di quella fatica, di quella durezza della vita in Africa, non lo ha mai abbandonato. Al punto che -anche se questo il documentario non lo dice- vien da pensare che Le rose del deserto, da molti incompreso, rispondesse anche ad una volontà privata di chiudere un cerchio. Monicelli ce l'aveva da sempre con chi si lamentava, con chi aveva la vita facile, l'entratura professionale, la morale ipocrita del borghesuccio. Non ha mai detto: "si stava meglio prima", ma ha vissuto tanto gli anni vitali del dopoguerra quanto quelli meschini del riflusso, che non sono ancora finiti e hanno trascinato l'Italia talmente fuori strada che, a novanta anni suonati, lui così schivo, ha dovuto andare su un palco per ricordare ai giovani di non fare i servi, di resistere, ché la resistenza è di per sé una vittoria, anche se si perde la vita nel mentre.
Se la sua cattiveria era nota, così come il suo uso della provocazione pungente ma salutare, in uno dei suoi momenti migliori il documentario ci mostra il regista dire qualcosa di talmente brutale da trasformare il simpatico burbero in personaggio tragico. "La speranza è la bugia più grande", dice Monicelli. È la conferma che lui non ha bisogno di venir giudicato retroattivamente: ha sempre fatto i conti col presente (è andato a Genova nel 2001 con l'entusiasmo di un ragazzo al primo lavoro), dialogato col pubblico, pensato che i critici non capissero quasi niente. Tutto quel che si può sperare, se mai, e di conoscerlo un po' di più, sapere sempre dell'altro di un uomo tanto drammaticamente saggio da non poter fare a meno di scherzare su tutto. Per questo, l'episodio di questo modesto lavoro collettivo a cui siamo più grati è quello delle "confidenze" raccolte da Wilma Labate, che ci socchiudono la porta, in casa di uno dei più grandi duri del cinema italiano, della stanza della tenerezza.

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MONICELLI - LA VERSIONE DI MARIO
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lunedì 4 marzo 2013
 

Viareggino, nipote di Mondadori, Monicelli racconta di essere arrivato al cinema perché non possedeva abbastanza talento per la letteratura né per la musica colta, che era la sua grande passione. La proverbiale modestia del regista di opere memorabili [...]

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