| Titolo originale | The Time That Remains |
| Anno | 2009 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Gran Bretagna, Italia, Belgio, Francia |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Elia Suleiman |
| Attori | Elia Suleiman, Saleh Bakri, Samar Qudha Tanus, Shafika Bajjali, Tarik Kopty Zuhair Abu Hanna, Ayman Espanioli, Bilal Zidani, Leila Mouammar, Yasmine Haj, Amer Hlehel, Nina Jarjoura, Georges Khleifi, Ali Suliman, Avi Kleinberger, Menashe Noy, Lutuf Nouasser, Nati Ravitz, George Khleifi, Izabel Ramadan, Daniel Bronfman, Alon Leshem, Samar Tanus, Ziad Bakri, Doraid Liddawi, Lior Shemesh, Baher Agbariya, Yaniv Biton. |
| Uscita | venerdì 4 giugno 2010 |
| Tag | Da vedere 2009 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| MYmonetro | 3,25 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 18 giugno 2010
Un esame sulla creazione dello stato di Israele dal 1948 al giorno d'oggi. In Italia al Box Office Il tempo che ci rimane ha incassato 172 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Una riflessione in quattro parti sulla storia degli arabi palestinesi a partire dal 1948, anno della proclamazione dello Stato di Israele, sino ai giorni nostri. Viene raccontata attraverso episodi comici o tragici della vita di tutti i giorni ed è ispirata ai racconti del padre del regista, che partecipò alla prima resistenza, alle lettere della madre e ai ricordi del regista stesso che è in parte anche protagonista del film.
Elia Suleimane, che con Intervento divino nel 2002 portò il primo film palestinese ad approdare in competizione a Cannes vincendo il Premio della Giuria e quello della Fipresci, sette anni dopo vi ha fatto ritorno con questa riflessione personale sulla condizione dei Palestinesi. Si tratta, ovviamente, di un film schierato che non si preoccupa di essere politicamente corretto. Anche perché, in quei territori e in quelle situazioni, esserlo non è così semplice. Suleimane però ha il grande pregio dell'astrazione. Il suo punto di riferimento cinematografico è l'inarrivabile genio di Buster Keaton. Così il regista, nato a Nazareth nel 1960, è capace di portare sullo schermo il gag di un combattente che ha perso la strada così come un suicidio (non kamikaze) dimostrativo, con un distacco che aggiunge, anziché togliere, forza alle immagini. Di queste tre, in particolare, restano impresse nella mente. La più fortemente evocativa è quella di Suleimane che, con un'asta da competizione per il salto in alto, riesce a superare il Muro eretto dagli israeliani. La più speranzosamente astratta è quella in cui gli occupanti di una jeep israeliana, che intendono far rispettare il coprifuoco a Ramallah, finiscono col far ondeggiare le teste allo stesso ritmo dei ragazzi palestinesi che, in una discoteca, non sentono i loro annunci. L'immagine invece più commovente è quella della suora cattolica la quale, dinanzi a un'azione violenta degli israeliani, sembra inizialmente cercare rifugio in convento. La vediamo invece tornare tra i prigionieri inginocchiati, legati e bendati per portare loro il ristoro di un sorso d'acqua. È la testimonianza che essere arabi e schierati non significa necessariamente, come troppi vorrebbero pretestuosamente farci credere, essere integralisti.
il film ci ricorda che, prima del 1948, anno in cui fu costituito e riconosciuto lo stato di Israele, nel territorio ora israeliano, convivevano pacificamente gruppi di palestinesi di culture e religioni diverse (la madre del regista, ad esempio, era di cultura cattolica), che conducevano una vita dignitosa e civile e che non gradirono certamente la nuova condizione.
Solo i popoli oppressi dedicano film alla memoria dei padri. Solo il palestinese Elia Suleiman lo fa con tanta poetica eleganza, sposando l'impassibilità di Buster Keaton alle gag a miccia lenta di Tati con uno humour, uno stupore, un distacco che coprono le ferite più brucianti. Intervento divino (2002) allineava piccole catastrofi quotidiane fra Nazareth e Ramallah, tingendo d'assurdo la vita di [...] Vai alla recensione »