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Ultimo aggiornamento mercoledì 31 marzo 2021
Argomenti: Pasqua
Film impossibile da recensire, in chiave 'normale'. Perchè non si può non partire da due pregiudizi, quello del credente o quello del non credente. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, In Italia al Box Office La passione di Cristo ha incassato 19,2 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Film impossibile da recensire, in chiave “normale”. Perché
non si può non partire da due pregiudizi, quello del credente o quello
del non credente. Critici e commentatori normalmente equidistanti e distaccati,
molto accreditati, non hanno resistito al sentimento, al coinvolgimento, sì,
al pregiudizio. La Passione è stato definito pulp, horror, e
via dicendo. Vanno rilevati, prima di tutto, l’attesa e il marketing.
In tutta la storia del cinema mai un film ha generato tanta attesa, da Via
col vento a Ben Hur, da Otto e mezzo a Schindler’s
List. Un’attesa certamente buona e benemerita, al di là di
tutto. Lo si deve a Gesù, personaggio eccezionale, magari divino. Guardato
al microscopio della filologia, dei vangeli, della Storia eccetera il film presenta…
solo errori: il linguaggio, le omissioni, questi troppo cattivi, quelli troppo
buoni, l’eccesso di violenza, i pesi del racconto, la parte di croce orizzontale,
la croce intera, i buchi prefabbricati, l’invenzione del diavolo. Trattasi
di un vero manifesto di tutte le licenze che può permettersi il cinema.
E non vale neppure la (più o meno grande) consapevolezza di Gibson, che
è comunque autore tenace e capillare e certamente ha molto ragionato
su ciò che doveva fare. Il film va dunque inteso come eccesso di cinema
e magari di licenze, e come iperbole generale. Col paradosso degli opposti:
troppa filologia di linguaggio - aramaico e latino - troppa semplicità
e sproporzione di caratteri - le facce da bestie dei torturatori, di Barabba,
la crudeltà di Caifa eccetera -, 90 minuti di torture, 2 minuti di resurrezione.
E poi quel simbolo grottesco del tavolino costruito dal falegname Gesù,
di perfetto design, che mette in difficoltà anche la Madonna. Dunque
iperbole e eccesso di espressione. Però, rispetto all’iconografia
tradizionale certamente Caviezel si avvicina molto a quell’immagine. La
scena iniziale nel Getsemani, la sagoma di Gesù, il buio, gli ulivi neri,
la paura del destino che si compirà, davvero commuove. Chi crede è
tenuto a ritenere che quella rappresentazione sia vicina alla verità.
Così come cerca di essere verità il linguaggio, l’aramaico
e il latino tradotti dai sottotitoli. E i sottotitoli sono, questa volta, una
mediazione particolare, sono la metafora di sé stessi. Certo, è
sentimento, è suggestione. Non è fede, che deve giungere da altri
luoghi, non dalla corteccia, ma dalla profondità cerebrale. E poi il
cinema, si sa, non ha lo stomaco per i grandi pronunciamenti. Puoi entrare in
sala dubbioso ed uscire credente, magari per un’ora, o per un giorno.
Nessuno si convertirà assistendo alla Passione, perché
il cinema non converte nessuno. Il film potrà essere acquisito come moda
o suggestione però il primo risultato c’è stato, quello
dell’attesa, dell’evento e, appunto, del promemoria. La violenza,
la sofferenza, il sangue, iperrealisti, esasperati, ne sono il valore aggiunto.
In venti secoli di tradizione, di memorie, di omelie reiterate, forse l’istantanea
della sofferenza di Gesù è diventata abitudine, è stata
dimenticata e azzerata. Gibson ce la ripropone con un supplemento di shock.
Un promemoria che può servire. In questo momento storico, dove la nostra
cultura occidentale, e la nostra religione, sono taciturne, sconcertate e aggredite,
è bene ricordare che anche dalle nostre parti c’è una mistica
forte e c’è la fede, se vuoi interessarti a lei.
Da non credere. Con la disinvoltura e la sensibilità di un vichingo, Gibson irrompe sul terreno, fin troppo battuto, della storia di Gesù e lì si ferma: sul terreno, senza alzare quasi mai lo sguardo verso l'alto. Il film dimostra quanti danni può procurare un'interpretazione scientificamente e incoscientemente letterale dei testi, in particolare di quelli sacri. La storia dell'uomo-Dio, in cui si incrociano il cielo e la terra, il presente transeunte e l'eterno, viene ridotta, in nome di un dogmatismo dozzinale, alla cronaca del "qui e ora", del giudizio e dell'esecuzione di un innocente. Grazie alla fisicità dell'aitante Jim Caviezel, Gesù Cristo entra di diritto (!) tra le icone del cinema muscolare, accanto a Rambo, al Brad Davis di Fuga di mezzanotte e, of course, a Mr. Braveheart. Tra grand-guignol e realismo d'accatto, Gibson fa scempio del corpo di Cristo e dello sguardo degli spettatori, che tendono a solidarizzare più con gli increduli attori-torturatori piuttosto che con il Robocop vilipeso e trascinato con inspiegabile furore in un'ambientazione che pare anch'essa attonita e distante dal massacro messo in scena senza pietà. In preda ad una sovraeccitazione che non ha più nulla di umano, la macchina da presa indugia con ossessiva fissità sui dettagli della tortura, sul sangue che irrora il terreno, senza ritrarsi dinanzi a nulla, senza lasciare nulla all'immaginazione, al mistero. Purtroppo non si tratta dell'innocente e timorosa estemporaneità della real-tv, spettatrice per caso di un episodio di violenza cieca, ma di una scelta stilistica precisa e consapevole, che sovraccarica in modo grottesco ogni fotogramma: la macchina da presa come una clava chiodata. La colonna sonora è altrettanto insostenibile, la sceneggiatura è uno spezzatino incomposto, la scelta dell'aramaico e del latino è l'ennesima prova di un'aspirazione al naturalismo documentario continuamente frustrata da una regia esasperante fino al sadismo. Tremenda la scena finale della resurrezione, una toppa peggiore del buco. Il risultato è memorabile: un film sulla passione di Gesù Cristo che invece di indurre alla meditazione e alla preghiera, provoca disagio e un certo disgusto. Da non credere (più).
Tanto tuonò che piovve.
Cosa si sa di The Passion? Che ha incassato 300 milioni di dollari nella sola America ed in meno di un mese, che in Francia è stato bollato come fascista e rischia l'oscuramento, che in Italia sarà proiettato integralmente perché "i giovani sono abituati all'orrore", che le comunità ebraiche non hanno gradito e il Vaticano insomma.
Ok. Ma il film, com'è?
Fintamente povero (gli accostamenti al Gesù Pasoliniano sembrano francamente fuori luogo, mentre non lo sono quelli al cinema di Peckinpah e Milius), The Passion fa della violenza il perno attorno al quale costruire l'intera vicenda. Niente da dire, è un approccio come un altro. Probabilmente se le visioni futuriste e futuribili avute da Kubrick per Arancia Meccanica avessero veramente avuto attuazione (e non è detto che ciò non accada), Alex, sottoposto alla cura Ludovico, avrebbe visto questo film.
Gibson, cattolico (convertito) praticante, cerca di rendere il suo Cristo, accessibile a tutti e lavora di sottrazione, ma togliendo, togliendo, smussa i caratteri fondamentali del personaggio, la sua umanità, derivante non dalle lacerazioni della carne ma dello spirito e offre allo spettatore un personaggio bidimensionale che, molto prosaicamente, si immola come mero bersaglio statico alle botte e agli insulti dei suoi carnefici. Se non fosse per la straordinaria performance di Caviezel, veramente un attore perfetto per la parte, si rischierebbe di non comprendere appieno il tormento e il feroce contrasto esistente nell'animo del Messia.
La due accuse più pesanti (la rappresentazione gratuita della violenza e l'antisemitismo) rivolte a The Passion sono null'altro che un riflesso di questa messa in scena: la pellicola è (giustamente, ingiustamente... 2000 anni di storia non hanno risolto il dilemma) manichea, tutti i buoni da una parte, tutti i cattivi dall'altra. Poco spazio è riservato alla fede e al credo: paradossalmente The Passion è tutto fuorché un film religioso (almeno nell'accezione classica del termine): è più un documentario, recitato in latino ed aramaico non doppiati (sottotitoli in italiano), iperrealista. Qualcuno parla di iconografia e messa in scena caravaggesca. Io direi che siamo più dalle parti di Hieronymus Bosch.
Gibson è molto a suo agio tra fiotti di sangue, piaghe e fustigazioni (del resto sia Braveheart che L'Uomo Senza Volto erano poco concilianti in questo senso): la telecamera si muove impietosamente sulle ferite, senza risparmiare allo spettatore nessuna delle sofferenze patite da Cristo nel suo calvario. Se l'intento è sincero e la passione (intesa come voglia di fare) di Mel si palesa in ogni frame della pellicola, è chiaro che una rappresentazione così diretta, dove il linguaggio del corpo sostituisce quello verbale, si espone a tutti i rischi del genere: valutazione superficiale, travisamento storico (e qui Gibson sbaglia a non mostrare la scena della cacciata dal tempio, rendendo difficile per i non "esperti" discernere perché gli ebrei ce l'abbiano tanto con Gesù), analisi poco approfondita di un evento semplice e drammaticamente complesso.
Il regista immola sulla croce non solo il figlio di Dio ma anche l'anima dello spettatore che esce dalla visone sfatto, esausto, ma emozionato. Sopportare un'ora e mezza di cieca, a volte grottesca e sempre insistita violenza, su due ore di proiezione è dura, però, ed è giusto sottolinearlo, mai come per The Passion la soggettività conta più di ogni altro parametro nella valutazione: in molti potrebbero restare estasiati dalla veemente forza scenica delle efferate violenze subite da Caveziel, molti altri potrebbero e a ragione, lasciare la sala dopo un'ora.
Difficile effettuare esegesi teologiche su una pellicola del genere: la feroz matanza compiuta su Cristo, annulla quasi totalmente l'aspetto ideologico-politico. Non per niente le parti più originali del film sono quelle fantastiche e visionarie dei flashback, quelle grottesche e sardoniche delle apparizioni sataniche, quelle che mettono in vera luce la carità cristiana, impersonata da Maria (straordinaria Maia Morgenstern) il cui strazio colpisce il pubblico più delle mille frustate e colpi di lancia che dopo mezz'ora di proiezione causano asseufazone nello spettatore.
Le performance degli attori sono notevoli: Caviezel è un Cristo silenzioso e cupo, più corpo che anima, ma gran parte della sua "apatia" vanno ascritti ad una sceneggiatura ed una regia che gli regalano ben pochi momenti durante i quali "recitare".
La numerosa pattuglia italiana si muove straordinariamente bene. Accanto alla bravissima Celentano/Satana, degne di menzione sono le performance di Rubini e della Gerini, mentre la Bellucci, lacrimante Maddalena, per una volta non suscita ilarità gratuite.
A mente fredda le polemiche, spesso strumentali, sorte attorno al film e che ne hanno favorito la straordinaria fortuna economica risultano allo stesso tempo necessarie ed inutili. La storia è quella e disquisire sulla forma utilizzata per rappresentarla è un esercizio retorico: i punti di vista dello spettatore e la sua posizione di partenza (laica, credente, credente ma di altri culti) faranno il resto.
Siamo nel Belpaese, quindi aspettiamoci di tutto e di più, il 7 aprile si alza il sipario.
Le ultime ore di vita di Gesù di Nazareth (Caviezel), fondatore del cristianesimo e, secondo la religione, figlio di Dio. Dalla preghiera nell’orto degli ulivi, al processo del Sinedrio, alla flagellazione, fino alla crocifissione e alla resurrezione. Terzo film di Gibson come regista, il peggiore in assoluto, per vari motivi. Innanzitutto il film è stato piuttosto criticato [...] Vai alla recensione »
Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, in un’intervista all’Unità del 13 marzo scorso sul film The Passion di Mel Gibson, dichiara che «dopo annidi lavoro comune, il processo di avvicinamento tra le due grandi religioni monoteiste d’Occidente subisce una crisi fino a poco tempo fa impensabile». La ragione starebbe nel fatto che quel film, «dilagando come una parola [...] Vai alla recensione »