Kino-pravda, No. 1-8

Muto, durata tot. 71' min. - URSS 1922.
Le giornate del cinema muto

Di tutte le opere poco viste di Vertov, Kino-Pravda è la più rara in assoluto. Tutti (a cominciare dallo stesso Vertov) la citano come il luogo delle più audaci sperimentazioni della forma cinematografica – ma qaunti di noi hanno effettivamente visto qualche numero, a parte il 21 sulla morte di Lenin? Presentare l’intera serie realizzata nell’arco di tre anni (anche se alcuni sopravvivono in forma frammentaria, si sono conservati tutti i numeri tranne uno) è – ne sono certo – una delle decisioni epocali prese dalle Giornate. Dubito che sia mai stato fatto in passato, o che possa essere fatto senza la partecipazione del RGAKFD e dell’Österreichisches Filmmuseum di Vienna, che dispongono di due delle più ampie raccolte delle opere di Vertov a livello mondiale. È una maratona, è vero, ma che ha una ricompensa in se stessa: vedere la Kino-Pravda numero per numero è come guardare al rallentatore lo sviluppo del cinema sovietico d’avanguardia (era nato nel 1922, e non nel 1924 come comunemente si dice).Come molti artisti di sinistra negli anni Venti, Vertov riteneva che le rivoluzioni in arte fossero in qualche modo collegate alle rivoluzioni in politica: la sua Kino-Pravda comprendeva entrambe. In russo pravda significa “verità,” ma nel titolo del film non si allude alla pravda in quanto verità, bensì alla Pravda in quanto giornale, il principale quotidiano del partito comunista (illegale prima del 1917, poi organo ufficiale). Vertov non fu mai un membro del partito, ma difficilmente si potrebbe trovare un simpatizzante più sfegatato. Può sembrar strano che un così leale sostenitore del partito al potere si definisse un rivoluzionario, ma del resto gli anni Venti in Unione Sovietica furono un’epoca strana. La Rivoluzione d’Ottobre non si era conclusa in ottobre, ed i capi di partito continuavano a dire che le vere rivoluzioni iniziano con il trasferimento del potere, non finiscono. Tutto ciò suona come un gioco di parole, ed avrebbe potuto benissimo esserlo, ma se ci si credeva ci si sentiva investiti di un doppio potere: si poteva essere ortodossi in politica pur restando politicamente – ed artisticamente – di sinistra.Il fatto che il cinegiornale Kino-Pravda, come il foglio omonimo, riguardasse meno le notizie e più le affermazioni di principio rese il compito di Vertov più stuzzicante. Sin dal primissimo numero, infatti, egli sentì di dover inserire i fatti in sequenze più ampie, e far suonare queste ultime come fossero affermazioni. Ciò si vede benissimo nel primo numero, che si apre con le immagini strazianti dei bambini che stavano morendo di fame (nel 1922 ci fu in Russia una spaventosa carestia): quello che la teoria di Vertov considera un “fatto.” La sequenza dei bambini consiste di 16 inquadrature, poi Vertov passa oltre, ad un altro “fatto” della vita politica russa del 1922: la requisizione dei beni di valore della Chiesa ortodossa. Altre 15 inquadrature mostrano le autorità sovietiche che strappano perle e gioielli dalle icone in presenza di sacerdoti tristi ed apatici. Poi appare un titolo che unifica i due soggetti: “Ogni perla salverà un bambino.” E così via di seguito. Il trucchetto può non sembrare terribilmente geniale per gli standard di oggi, ma di certo lo era nel 1922. Montaggio dialettico: tesi – antitesi – sintesi. La Kino-Pravda non si limita a mostrare le cose, ma le spiega!Il 1922 fu a livello politico un anno da Grand Guignol. Le immagini della carestia erano spaventose. La requisizione dei possedimenti della Chiesa fece piombare nello sconforto alcuni cuori, e ne fece battere più rapidamente degli altri. Peraltro, lo spettacolo politico più sensazionale quell’estate fu il processo agli S.R. (abbreviazione di Partito Socialista Rivoluzionario). Si trattò di un processo pubblico, il primo di questo tipo in Russia, oltre che il primo in cui un partito politico veniva rinviato a giudizio da un altro partito politico. Distinti dai bolscevichi, i socialisti rivoluzionari non si consideravano il partito dei lavoratori: sostenevano infatti che in un paese come la Russia, con una popolazione prevalentemente contadina, la dittatura del proletariato comportava la tirannia della minoranza. Un’altra distinzione tra i due partiti riguardava le loro idee in merito alla tecnologia della rivoluzione. I bolscevichi operavano mediante scioperi ed agitazioni, laddove gli S.R. si affidavano a singoli atti di terrorismo (va detto a loro credito che non ebbero mai obiettivi deboli, ma si concentrarono su generali, ministri e zar). Il partito S.R. fu cruciale per la prima rivoluzione antimonarchica del febbraio 1917, ed ottenne la maggioranza nel governo ad interim che ne seguì. Quando i bolscevichi rovesciarono il governo, nell’ottobre dello stesso anno, gli S.R. si ritennero a buon diritto usurpati, e continuarono nello stesso solco anche con i bolscevichi al potere. Nel 1918 una di loro, la socialista rivoluzionaria Fania Kaplan, usò la sua Browning per sparare a Lenin, che sopravvisse senza peraltro mai riprendersi completamente dalle ferite. Ci furono altre azioni, anche con più successo, ma la reputazione del partito S.R., in patria ed all’estero, era tale da non permettere una facile messa al bando con relativo smantellamento, com’era stato fatto con gli anarchici nel 1918.Confido che la ragione del mio excursus storico sia a questo punto emersa: contribuisce infatti a collocare quello che sarà un titolo ricorrente nei primi 8 numeri di Kino-Pravda, “Il processo agli S.R.,” uno degli eventi di spicco in Russia quell’anno. Nel giugno del 1922, 47 esponenti di punta del partito S.R. furono rinviati a giudizio, ed i giornali si trovarono occupati a coprire il fatto fino ad agosto. Anche Kino-Pravda seguì la notizia. Il numero 1 mostra una folla che picchetta una stazione ferroviaria di Mosca, mentre una delegazione di socialisti europei, capitanata dal belga Emile Vandervelde, arriva per contribuire alla difesa internazionale degli S.R. Alcuni facinorosi portano stendardi che recitano, “Caino! Caino! Dov’è tuo fratello Karl?” Per decifrare un tale riferimento alla Bibbia occorre sapere che uno dei difensori appena giunti era il socialista tedesco Theodor Liebknecht, fratello di Karl Liebknecht, il leader comunista assassinato nel 1919.Vediamo poi diverse manifestazioni di strada e spedizioni “punitive,” organizzate di certo dall’alto, perché è ben difficile credere che la folla sulla Piazza Rossa mostrata nel numero 3 di Kino-Pravda avrebbe resistito sotto quella pioggia torrenziale se non si fosse trattato di un’imposizione. Ad ogni modo, che la folla fosse composta di comparse politiche o meno, l’interesse collettivo per il risultato del processo dev’essere stato genuino. Nessuno avrebbe potuto dubitare seriamente che un processo così politico potesse concludersi con qualcosa di diverso da una condanna, ma l’interesse del pubblico si concentrava sul verdetto esatto e si chiedeva se qualcuno l’avrebbe fatta franca. Sembra che addirittura si facessero scommesse, perlomeno a giudicare dal numero 8 di Kino-Pravda, che si apre con una lite tra due uomini. Uno dice, “Saranno di certo fucilati.” L’altro ne dubita. “Scommettiamo,” recita la didascalia. Poi la scena cambia, e ci troviamo in tribunale. I giudici sono usciti per deliberare. C’è qui un inserto: il quadrante di un orologio, con un dito che ne muove le lancette ad indicare lo scorrere del tempo. In strada le persone raccolte attorno ad un’edicola attendono l’uscita del giornale con il verdetto. C’è anche uno strillone al lavoro. Un uomo si sporge dal finestrino di un tram per ricevere dal ragazzo una copia del giornale. I nostri due scommettitori passano in macchina e ne prendono anch’essi una copia… Attento: non devo spifferare il verdetto!Neanche a dirlo, questo numero di Kino-Pravda consiste per lo più di messe in scena. Ma chi sono gli interpreti? L’uomo sul tram è lo stesso Dziga Vertov. L’uomo che scommette “Saranno di certo fucilati” è suo fratello, il cameraman Mikhail Kaufman. L’altro scommettitore è Ivan Beliakov, l’operatore e grafico di Vertov. L’uomo in coda per il giornale è l’amico di Vertov, il cameraman Aleksandr Lemberg. In altre parole, sono tutti Kinoc (“uomini del Cine-Occhio”), membri di un gruppo che, ironicamente, aveva condannato qualunque forma di recitazione al cinema. Una cosa buona di Vertov è che non si sentiva mai prigioniero dei suoi stessi dogmi.Nei primi 8 numeri di Kino-Pravda ci sono tocchi sperimentali che si fanno sempre più arditi nei numeri successivi (per esempio, si noti l’illusione, peraltro goffa, sul punto di vista di una nuotatrice, od il trucco nel primo piano di un carrista). Forse la cosa più interessante sono i giochi condotti da Vertov sui titoli dei film. Il numero 5 di Kino-Pravda si apre con l’immagine di un uomo con il viso nascosto dietro ad un giornale, il cui titolo è “Kino-Pravda numero 5. 7 luglio 1922.” In altre parole, l’uomo che legge il giornale rappresenta noi spettatori, ed il giornale rappresenta il film che stiamo guardando. Nel numero seguente, il 6, Vertov tenta un altro trucchetto, che proverà ancora 7 anni più tardi, nell’Uomo con la macchina da presa: inizia con il primo piano di una scatola su cui leggiamo “Kino-Pravda numero 6. 14 luglio 1922.” Arriva poi un uomo che apre la scatola, rivelando il rullo di un film. L’uomo monta poi la pellicola – proprio il film che stiamo guardando – su un proiettore, ed il cinegiornale Kino-Pravda numero 6 può avere inizio. Date un’occhiata attenta al proiezionista al lavoro. Io non riuscivo a credere ai miei occhi, ma sembra proprio che, mentre apre la scatola e tira fuori la pellicola al nitrato, stia fumando! In verità, quella di Vertov non era un’epoca fatta per la gente nervosa. – YURI TSIVIAN

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