Il viaggio immaginario

Un film di René Clair. Con Dolly Davis, Jean Börlin, Albert Préjean, Jim Gérald, Paul Ollivier.
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Titolo originale Le Voyage imaginaire. Drammatico, durata 75' min. - Francia 1925.
Consigliato assolutamente no!
n.d.
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * * - -
 critican.d.
 pubblicon.d.
Dolly Davis
Dolly Davis   Interpreta Lucie
Jean Börlin
Jean Börlin   Interpreta Jean
Albert Préjean
Jim Gérald
Jim Gérald   Interpreta Auguste
Paul Ollivier
Paul Ollivier 10 Febbraio 1876 Interpreta Il direttore di banca
Maurice Schutz
Maurice Schutz 4 Agosto 1866 Interpreta La vecchia
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Le giornate del cinema muto

Le voyage imaginaire nacque su commissione di Rolf de Maré, l’impresario dei Ballets Suédois, già produttore di Entr’acte, che aveva chiesto a Clair un film da protagonista per il suo primo ballerino e coreografo (e amante) Jean Borlin, il cacciatore/mago di Entr’acte. Nell’inverno del 1924-1925 Clair era abbastanza in vista. Grazie alle bizzarrie della distribuzione, i suoi primi tre film erano stati distribuiti a poche settimane di distanza l’uno dall’altro – Entr’acte nel dicembre del 1924, Paris qui dort e Le fantôme du Moulin Rouge rispettivamente nel febbraio e marzo del 1925. Il capitale di simpatia di cui egli godeva (per lo meno da parte dei critici) prometteva bene per la sua nascente carriera. Ma Le voyage imaginaire fu un fiasco e, d’un tratto, Clair rischiò di dover ripartire da zero.Originariamente intitolato Le songe d’un jour d’été, e girato nella primavera del 1925, il film era una commedia fantastica, con Borlin nel ruolo di un giovane e timido impiegato di banca, Jean, innamorato di una graziosa segretaria, Dolly (Dolly Davis), e perseguitato da due colleghi rivali. A un certo punto, Jean si addormenta alla scrivania e si trova trasportato in una grotta magica popolata da anziane fate cui rende la bellezza e la gioventù con un bacio. Poi ritrova la sua amata Dolly, ma una fata malvagia li trascina in volo fino alla cattedrale di Notre Dame, dove Jean viene trasformato in un bulldog. Durante un successivo inseguimento, i protagonisti raggiungono il museo delle cere Grévin, i cui personaggi prendono minacciosamente vita. Jean è condannato alla ghigliottina dalle statue di un tribunale della Rivoluzione francese, ma viene salvato in extremis dalle figure di cera del vagabondo/Chaplin e del monello/Jackie Coogan. Jean riprende la sua forma umana e si ricongiunge felicemente con la sua Dolly. Il film è una mescolanza di scene e ambienti che solo a tratti esercitano il loro fascino – nella prima sequenza nella banca c’è una scena molto divertente giocata attorno a un mazzo di fiori nella quale Clair dimostra un sicuro senso di costruzione della gag, e le scene da commedia nera nel museo delle cere creano un’atmosfera macabra di efficace suggestione (è interessante notare che Das Wachsfigurenkabinett [Tre amori fantastici] di Paul Leni aveva debuttato sugli schermi parigini mentre Clair stava scrivendo la sua sceneggiatura). Purtroppo, la bizzarria artificiosa dell’episodio ambientato nel paese delle fate occupa una buona parte del film, e i set creati da un futuro maestro della scenografia, Robert Gys, evocano la fantasia lussureggiante di una feérie di Méliès senza averne però la magia. Né d’altro canto il film ebbe un esito rispondente alla sua principale raison d’être: Borlin risultò insipido e noioso, e l’insuccesso del film mandò a monte ogni sua speranza di una carriera cinematografica. Nel tratteggiare il suo personaggio, Clair sembra avere in mente Harold Lloyd – né del resto la cosa può sorprendere: Grandma’s Boy (Il talismano della nonna) era appena uscito a Parigi (un importante oggetto di scena del film di Clair è un anello dei desideri dai pretesi poteri magici che poi si rivela per un banale anello da tende – un’eco del talismano fasullo del film di Lloyd). In ultima analisi, l’ispirazione di Clair venne sopraffatta dai suoi riferimenti culturali e dai clins d’œil cinematografici. – LENNY BORGER

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