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The Legend of Ochi, in streaming su MYmovies ONE la fiaba animalista che omaggia la magia di Spielberg

Un fantasy delicato e originale che racconta la scoperta dell’altro, l’ascolto e la crescita, con immagini tangibili e un racconto essenziale capace di coinvolgere e stupire lo spettatore. GUARDA ORA »
di Alberto Libera

giovedì 25 dicembre 2025 - mymoviesone

Nel suo esordio nel lungometraggio, Isaiah Saxon realizza con The Legend of Ochi un’opera che si colloca consapevolmente ai margini del fantasy contemporaneo, recuperando una dimensione quasi arcaica del racconto.

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Ambientato su una remota isola del Mar Nero, il film segue il percorso di Yuri, adolescente che abita con la famiglia di fattori – vi sono un padre-cacciatore (Willem Dafoe), una madre segnata da vecchie ferite (Emily Watson) e separata dal resto del nucleo nonché un fratello adottivo (Finn Wolfhard, stella di Stranger Things) – ed è cresciuta in una comunità che da generazioni vive nel terrore degli ochi, creature simili alle scimmie. Il casuale incontro di Yuri con un cucciolo di ochi ferito di mette in crisi questo sistema di credenze.

La bambina scopre che gli ochi non sono entità feroci e irrazionali, ma esseri dotati di linguaggio e memoria e capaci di relazioni complesse. Da qui prende forma un movimento che non ha i tratti dell’avventura classica bensì quelli della progressiva emancipazione: dal potere paterno, dalla comunità, da una visione del mondo fondata sulla violenza.


In foto una scena del film The Legend of Ochi.

Il desiderio di protezione nei confronti del cucciolo diventa così, per Yuri, un atto decisivo (quasi ribelle), che rimette in discussione l’ordine simbolico senza sostituirlo con un nuovo sistema di certezze.

Saxon lavora per ellissi e sottrazione, evitando accuratamente qualsiasi spiegazione superficiale. La natura degli ochi non viene mai esplicita del tutto né ricondotta a una funzione allegorica precisa. In questo senso, il film rifiuta la logica esplicativa del worldbuilding, chiedendo allo spettatore di immergersi nel racconto e immaginare ciò che non viene precisato.

Anche lo spazio naturale ha quasi una funzione metaforica: foreste e montagne non sono mai luoghi di riconciliazione o di ritorno all’origine, ma ambienti indifferenti, attraversati da corpi esposti e da conflitti irrisolti. La natura, quindi, non è più un rifugio ma un autentico campo di forze in cui gli esseri umani perdono la loro centralità e la loro presunzione di dominare il creato.

All’interno di questo dispositivo, il nucleo familiare assume un ruolo decisivo. L’autorità paterna, incarnata da un magistrale Willem Dafoe, assume i tratti di un potere ritualizzato, prossimo a una logica quasi militare, incapace di interrogare se stesso e fondato sulla reiterazione del gesto e sulla trasmissione della paura come forma di controllo.


In foto una scena del film The Legend of Ochi.

La madre introduce invece un altro modo di stare nel mondo, fondato sull’ascolto, sul linguaggio e sulla musica.

Sul piano formale, il film si distingue per un ricorso parco e calibrato agli effetti, in cui la componente artigianale (puppetry, presenza fisica delle creature) dialoga con un digitale discreto e non invasivo. La scelta restituisce all’immagine una qualità quasi materica, lontana dalla levigatezza iperrealista della CGI dominante, e contribuisce a costruire un mondo in cui perdersi è meraviglioso.

The Legend of Ochi – ed è questo il suo maggior merito – non propone in fondo soluzioni facili ma interroga il rapporto tra linguaggio, paura e convivenza, mettendo in scena il processo di abbandono delle certezze e dei pregiudizi. È un’opera che guarda all’infanzia non come a un’età dell’innocenza, ma come a un momento critico di esposizione al mondo, in cui ogni legame è ancora instabile e anche il senso di appartenenza deve essere rimesso in discussione.


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