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Opus - Venera la tua stella, tra star system e show business, un film che arriva dritto addosso

John Malkovich e l'attrice in ascesa Ayo Edebiri in un horror travolgente. Al cinema.
di Giovanni Bogani

sabato 29 marzo 2025 - Focus

Non sapevo nulla, o quasi, di Opus quando sono entrato a vederlo, in un The Space - il film è distribuito solo nei circuiti dei Multiplex. Non sapevo nulla, o quasi. Se non che c’era John Malkovich, a interpretare una celebrità della musica pop, un semidio da milioni di dischi venduti, che torna sulle scene e organizza una presentazione alla stampa di quelle che non ti aspetti.

Non sapevo nulla, ed è stato meglio così. Perché il film mi è arrivato tutto addosso, soprattutto nella prima parte. Quella che racconta qualcosa che mi è, in piccola misura, familiare. Ovvero, quella sensazione che hai quando - da giornalista - vieni ammesso a una première importante con una star, quando ricevi il privilegio di accedere alla presentazione di un disco, o un film importante. E acconsenti, quasi senza accorgertene, a farti manipolare, a subire piccole o grandi limitazioni.

Ayo Edebiri nel film è una giovane giornalista. Non si aspetterebbe mai di essere chiamata nel piccolo gruppo di giornalisti della carta stampata, star della televisione, conduttori radiofonici, fotografi e influencer ammessi a testimoniare il grande evento, l’album del ritorno in scena della star.
 

È grata, curiosa, affascinata. Perché la presentazione dell’album avviene in una tenuta in mezzo al nulla, perché la leggenda del pop - interpretata da un John Malkovich più istrionico, luciferino e charmant che mai - domina la scena con carisma, con imperiale eleganza. È affascinata, perché nel luogo dove viene accolta ci sono suites per ciascuno di loro, con un registratore a bobine dal quale ascoltare la nuova creazione della star. E quindi, accetta quella piccola limitazione: consegnare il proprio smartphone all’ingresso. E accorgersi che anche il computer le è stato temporaneamente confiscato.

È lo star system, in fondo. È lo show business, in fondo. Ti mettono in un bell’albergo, ti riempiono di attenzioni, di cibo, e ti danno il privilegio di parlare con la star, di vedere il film, sentire l’album. Potrai parlarne male? Nella prima parte, il film di Mark Anthony Green, all’esordio, sembra raccontare proprio questo. Come si manipola la comunicazione, come si crea il culto della celebrità. E certo, avere nel ruolo della celebrità un attore così fuori dall’ordinario, che ha già giocato con l’ossessione di se stesso, il culto della sua personalità in Essere John Malkovich di Spike Jonze, aiuta e non poco. 

Così, eccoci nella quintessenza di un junket, ovvero uno di quegli eventi creati per promuovere un film o un album. Ma un junker extralusso, dove privilegi e manipolazione giungono all’estremo. E alla giornalista viene chiesto - anzi, imposto - di farsi rasare il “cespuglietto”, perché alla star uomini e donne piacciono così. Anche gli altri hanno acconsentito: il giornalista di lungo corso, la star televisiva interpretata da Juliette Lewis


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In foto Ayo Edebiri in una scena del film.
In foto John Malkovich e Ayo Edebiri in una scena del film. 

A questo punto il senso di realtà inizia a deragliare, e il film fa il suo ingresso nella categoria dell’horror. Ma questa, in fondo, seppure condotta con ritmo, e qualche trovata davvero notevole - la “recita dei bambini”, con marionette che non ti aspetti - è la parte che mi interessa di meno.

Interessante, invece, anche quello che sta attorno al personaggio della popstar Alfred Moretti/John Malkovich: una sorta di setta, un gruppo di fedeli, come ne puoi immaginare solo nelle aree deserte dell’Illinois. O come ti immagini la Manson Family, i seguaci di Charles Manson, quelli raccontati anche da Tarantino in C’era una volta… a Hollywood. Non c’è star senza seguaci, non c’è Dio senza fedeli - e Alfred Moretti si proclama Dio, aggiungendo più modestamente che “chiunque può esserlo”, se realizza le sue potenzialità.

Opus riflette sul rapporto fra la star e i suoi fan, su come l’esaltazione collettiva possa essere totale. Intorno a Malkovich vive una comunità di adulti e bambini vestiti di blu, isolati dal mondo come una comunità di mormoni. Sono felici, sinistramente felici. Sorridono sempre. Ma ad ogni sorriso ti sale un brivido in più.
 

È una storia folle, o forse una storia anche troppo nitidamente strutturata nella sua progressione verso la follia. È un film che prende a prestito spunti a man bassa: dalla vicenda della setta Manson a certe atmosfere del Silenzio degli innocenti, e molti stilemi dell’horror movie.

Ma Opus ci dice anche qualcosa di molto chiaro riguardo lo star system e il giornalismo. Dice che la macchina che crea e gestisce le star non contempla le critiche. Per poter accedere alla mensa del Signore, alla tavola imbandita della promozione dell’evento, tutti - giornalisti, fotografi, influencer, tutti già abituati a profittare di quel poco o tanto che offre il sistema - accettano di rinunciare alla loro funzione primaria, la critica. E sono, già per questo, cadaveri ambulanti.

Tutti, dice il film. Tutti, tranne chi è giovane, non si è ancora compromesso, ha ancora fame, ha ancora voglia di fare domande. Mark Anthony Green ha fatto il giornalista - era redattore di GQ - e queste cose le sa bene.


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