mercoledì 21 marzo 2007 - News
Presentato nella sezione Berlinale Special,
La masseria delle allodole dei fratelli
Taviani affronta il genocidio armeno del 1915, mai compiutamente esplorato. Il film esce in sala mentre i dirigenti europei discutono l'"europeità" della Turchia e il governo di Ankara nega un genocidio documentato e riconosciuto dagli storici. Il valore morale, le migliori intenzioni e i meriti pregressi dei maestri non sono però sufficienti ad assolvere un film che aveva (anche) l'obbligo di cercare (e trovare) un linguaggio adeguato alla tragedia rappresentata. Il linguaggio cinematografico impiegato per affrontare la storia di una famiglia armena dispersa e massacrata dalla follia dei Jeunes Turcs è approssimativo, televisivo e privo di qualsiasi senso epico. Siamo lontani da un cinema "civile" e prossimi a un melò-drammatico a cui difettano la spettacolarità e le provocazioni linguistiche e visive del
Black Book di
Verhoeven. Senza volere sminuire il rilievo culturale del cinema dei
Taviani, in cui coesistono da sempre consapevolezza estetica e politica, la denuncia e la ricostruzione del dramma del popolo armeno meritava una maggiore sensibilità e cura storica. Ancora una volta la finzione crolla di fronte all'evidenza della realtà.
Genocidio
Per noi il termine esatto è genocidio, anche se devono essere gli storici a stabilirlo. Ammettiamo la nostra ignoranza, all'inizio neanche noi sapevamo molto del genocidio della minoranza armena avvenuto in Turchia nel secolo scorso, almeno fino al momento in cui non abbiamo deciso di fare questo film. Parliamo dell'uccisione di due milioni di persone. È una parte della storia recente che non trova molto spazio nei libri di scuola e di cui si possiede pochissimo materiale fotografico.
Noi parliamo di una tragedia e con il nostro film non vogliamo formulare nessuna tesi. Nei Balcani, in Ruanda, nel Sudan si sono verificati drammi analoghi. Noi conviviamo con l'orrore e abbiamo finito per farci l'abitudine. Il terrore può verificarsi sempre e dovunque, perché tacere allora la tragedia armena? La masseria delle allodole non è un film contro la Turchia o contro i turchi. Sono sicuro che tra qualche anno il film verrà proiettato nelle loro scuole. Nel nostro film c'è spazio anche per la speranza: Nazim, il mendicante, da delatore diventa personaggio salvifico e il soldato turco, interpretato da
Moritz Bleibtreu e innamorato della fanciulla armena, è lo stesso che al processo testimonierà le brutture commesse dai soldati turchi. Mi piaceva l'idea che un film drammatico si concludesse con la parola amore.
Trasposizioni e testimonianze
Il nostro film è liberamente tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, successivamente abbiamo studiato su testi di storia, abbiamo letto il libro di Marcello Flores, "Il genocidio degli armeni" e ci siamo recati nella capitale armena, Erevan, dove abbiamo parlato con parecchie famiglie. Ma nonostante gli studi, non ne sapremo mai abbastanza, siamo ignoranti ed è ignorante la cultura europea e internazionale sulla tragedia che ha colpito il popolo armeno nel 1915. La Arslan nel suo libro racconta le vicissitudini di una famiglia italiana, parla di casa nostra e da casa nostra parte alla volta della Turchia.
Come abbiamo sempre fatto, da Tolstoj a Pirandello, ringraziamo gli autori per l'ispirazione ma poi diciamo "ciao" e prendiamo la nostra strada. Partiamo sempre da un personaggio che come il film corre verso l'inevitabile.