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Happy Feet: sette anni per far ballare i pinguini

Il continuo miglioramento della tecnologia ha cambiato la natura stessa del film che all'inizio era abbastanza semplice
di Gabriele Niola

venerdì 1 dicembre 2006 - News
Sapevamo che non sarebbe stato facile addestrare un pinguino a ballare!", scherza George Miller (regista e ideatore di Happy Feet nonchè autore di due film della saga Mad Max e di Babe - maialino coraggioso), ma quello che vuole dire è che, a differenza del suo film precedente sugli animali (per l'appunto Babe), girato tutto quanto con bestie vere e qualche aiuto digitale, in questo caso ha dovuto affidarsi al 100% all'animazione in computer grafica. A giudicare dai tempi di realizzazione del film non sembra che questo gli abbia semplificato la vita.
Infatti, per la realizzazione di questo film, sono stati necessari sette anni. Sette anni nei quali George Miller ha avuto tempo per girare un altro film e nei quali è uscito La marcia dei pinguini, il documentario francese sempre incentrato sulla complicata vita dei pinguini imperatori a cui il cartone somiglia molto, ma dal quale Miller ci tiene a discostarsi: "Per fortuna è qualcosa di molto diverso. Se quei pinguini avessero ballato allora si che me la sarei presa!".

Sette anni in cui il lavoro è stato spalmato tra due case di produzione. L'australiana Animal Logic infatti non è uno studio di animazione e non potendosi trasformare interamente ha dovuto necessariamente interagire con un altro studio in America, la Giant Killer Robots di San Francisco. Tuttavia non potendo disporre dei fondi necessari per implementare una rete a fibra ottica che collegasse i due luoghi di lavoro, la produzione si è appoggiata a Sebastian, un progetto universitario per la realizzazione di film a distanza che fornisce connessioni ad alta velocità dedicate. Questo ha consentito l'invio di grosse moli di dati in tempi ragionevoli (ma non brevi!). In questo modo sia la parte australiana che quella americana della produzione potevano lavorare nel medesimo ambiente informatico (CineSync).
A questo punto dovrebbero essere più chiare le motivazioni che hanno prolungato per sette anni la lavorazione. Ma non basta. Molti altri fattori hanno influito, dalle difficoltà tecniche ai miglioramenti tecnologici.

Innanzitutto fin dall'inizio c'è stato il problema del motion capture: catturare i movimenti di Savion Glover, il ballerino di tip tap professionista che è stato scelto per prestare la sua abilità al protagonista Mambo, non è stata cosa facile. I passi di tip tap sono infatti incredibilmente veloci, specialmente nel caso di un professionista come Glover, e un normale sistema di motion capture non sarebbe stato in grado di percepire quello che gli stessi animatori non riuscivano a vedere a occhio nudo.
Una volta risolto questo problema è stato necessario spingere tutta la tecnica del motion capture decisamente in avanti, a un nuovo livello di complessità. Complessità necessaria, per esempio, a mettere a punto un sistema che consentisse di catturare i movimenti di un grande numero di ballerini che si esibivano contemporaneamente. In questo George Miller è stato aiutato dal lungo protrarsi della lavorazione.
Nei sette lunghi anni di lavoro infatti la tecnologia ha continuato a cambiare e a evolversi per cui capitava che, alcune cose scartate all'inizio della lavorazione per impossibilità tecnologica, divenissero invece possibili a un diverso stadio di produzione.

"Prima di iniziare la produzione di Happy Feet si potevano raccogliere informazioni in motion capture per appena cinque ballerini su uno stesso set" dice Brett Feeney, supervisore agli effetti speciali, "quando abbiamo finito quel numero era triplicato, potevamo arrivare fino a 17". A questo va poi aggiunto che in alcune scene del film i pinguini che ballano contemporaneamente sono diverse migliaia, e ognuno deve avere uno stile personale. È stato necessario quindi mettere a punto una tecnologia che gestisse indipendentemente ogni personaggio anche nelle scene di massa.
A un certo stadio della produzione poi è servito anche che la Animal Logic sviluppasse per l'occasione uno strumento, poi chiamato "lattice terrain adaptation", in grado di stabilire in tempo reale come i personaggi reagivano ai diversi tipi di terreno (neve, ghiaccio, terra...).
Il continuo miglioramento della tecnologia ha cambiato la natura stessa del film che all'inizio era abbastanza semplice. Lo stesso regista aveva previsto unicamente inquadrature da lontano poiché non credeva che i suoi personaggi, composti ognuno da 6 milioni di piume digitali, potessero essere realizzati con un'accuratezza tale da reggere un'inquadratura ravvicinata. Ma assieme alla tecnica, nelle parole di Miller, "anche le nostre ambizioni si sono evolute".
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